Brescia sia ambiziosa: diventiamo davvero una città universitaria | di Elio Marniga

"Senza rinunciare ad essere città manifatturiera, anzi facendosi forte di questa sua secolare peculiarità, Brescia inviti i suoi cittadini ad essere più ambiziosi, ad uscire allo scoperto e a mirare ad imporsi con un volto totalmente nuovo"

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Elio Marniga, opinionista BsNews.it

di Elio Marniga – Infine sono riuscito ad ascoltare sul web il dibattito tra gli incaricati alla cura della cultura ufficiale bresciana che un quotidiano locale, pochi giorni fa, ha organizzato; peccato non vi abbia partecipato Flavio Pasotti che aveva sturato l’argomento con una lettera allo stesso quotidiano e che mi aveva invogliato a scriverne qui. Ma tant’è: siamo qui e possiamo scriverne.

L’incontro non mi ha deluso: ero preparato, avendo letto pure i due interventi che l’avevano seguito; non mi aspettavo nessun annuncio strabiliante, che infatti non c’è stato, poiché Brescia, come ho già avuto modo di scrivere, è per bene e non ama provocare e non si fa provocare.

Si è parlato, molto genericamente, di “percorsi alternativi”; di “cambio di passo”, ma sul tavolo non si è dispiegata nessuna mappa sulla quale individuare e tracciare i vari percorsi. Qualche indicazione generica è arrivata, come quella di cui ha parlato la presidente della FBM accennando alla possibilità che il Pitocchetto possa arrivare al Museo Metropolitano di Arte di New York; sarebbe gratificante, per noi, sapere che, tra le tante mostre che, ogni anno, quel grande museo ospita ci sia anche quella proveniente dalla piccola Brescia.              (A proposito di Giacomo Ceruti, solo sottotitolo “Pitocchetto”, mi è venuta alla mente la bella mostra tenuta a Santa Giulia nel 1973, sindaco Padula e assessore alla cultura il bravo Frati; quella mostra svelò ai Bresciani anche quante bellezze si nascondevano nelle case bresciane, svelamento che oggi mi pare che il solo Davide Dotti continui a fare con le mostre che organizza a palazzo Martinengo.)

Ci saranno, ne son convinto, iniziative culturali belle, interessanti, nuove e il desiderio di voler essere riconosciuta, assieme alla sorella Bergamo, capitale della cultura ne spargerà l’humus. Ma…

Ma i Bresciani sono così modesti da rinunciare a rinnovare a fondo il tradizionale volto della loro città laboriosa e seria, ricca e severa? Vogliono rimanere per sempre solo una città “per bene”? No? vogliono di più?

Allora, senza rinunciare ad essere città manifatturiera, anzi facendosi forte di questa sua secolare peculiarità, Brescia inviti i suoi cittadini ad essere più ambiziosi, ad uscire allo scoperto e a mirare ad imporsi con un volto totalmente nuovo: sia la “Città Universitaria”, ma non solo della Lombardia Orientale.

Non una Città Universitaria qualsiasi, come già ce ne sono in Italia, ma una città sede di una Grande nella quale gli studiosi di tutto il mondo ambiscano studiare ed insegnare. Non mi dilungo sul tema perché mi pare già chiaro ciò che intendo; e mi vengono alla mente nomi di città entrate nella storia per merito esclusivo della loro Universitas Studiorum.

Certo ci vuole un grande impegno per realizzare un grande sogno e ci vuole molta pecunia e tempo: spazi didattici, luoghi di accoglienza per studiosi e studenti, logistica varia. Ma soprattutto grandi investimenti per la ricerca di professori, provenienti da tutto il mondo, rubati ad altre università: a questo solo ultimo obiettivo dedicherei tutti gli utili che A2A versa nelle casse del Comune. So che ci sono ostacoli di natura giuridica a questo, ma tutti superabili con volontà decisa.       

Questo propongo e non sono andato in ciampanella; mi attendo un cenno di ricezione perché penso che non tutti i miei tre lettori siano solo manutentori del giardino di casa.

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2 Commenti

  1. Ho letto con piacere l’articolo di Elio Marniga, scritto, mi pare, con l’intelligenza e la semplicità di chi si sente libero di sognare e di dire quello che pensa. La proposta di Marniga è una proposta assolutamente condivisibile, secondo me. Una proposta concreta attorno alla quale è possibile far convergere tutte le energie presenti nel mondo della cultura bresciana. Il problema del provincialismo culturale di Brescia è di vecchissima data. Leggo in una rivista curata da Lento Goffi nel 1962 un’intervista a Vittorio Sereni. Domanda: “Esisteva una vita culturale a Brescia negli anni in cui lei risiedeva? In che senso?”. Sereni: “Sì, se vita culturale significa la solita delle città di provincia: qualche concerto, qualche conferenza, qualche (anche egregio, a volte) spettacolo teatrale. No, che io sappia, se significa qualcosa di più. Nessun gruppo, nessun movimento d’interesse spontaneo fuori dalle consuete organizzazioni e iniziative cittadine”. Prima considerazione che faccio: siamo ancora nella stessa identica situazione. Seconda considerazione: forse qualcosa è cambiato rispetto agli anni trenta, quando Sereni risiedeva a Brescia. La prima considerazione è sconsolata, la seconda no. A Brescia ci sono tante realtà, tante istituzioni, tante proposte… Vedere nell’università il polo attrattivo ideale di queste iniziative potrebbe rappresentare una svolta. Bisogna pensare in grande e “pensare insieme” per uscire da quel provincialismo culturale di cui parlava Sereni. Ma chi potrebbe farsi promotore di questa iniziativa? Chi dovrebbe fare da guida? Chi potrebbe, chi dovrebbe raccogliere l’invito, per me del tutto condivisibile, di Elio Marniga?

  2. Non è consueto, per me, intervenire sui commenti alle mie note, ma tu, Ottavio Ghidini, ti interessi di Brescia, pur essendo Lumezzanese come me e forse per questo non hai tema di compromissione; alcuni, sottovoce, con aria carbonara, mi hanno detto “convengo”, e non sono andati oltre; altri, magari pure chi il problema l’ha sollevato, zitti; devono essersi pentiti di averlo fatto. Va bene così; e poi i Bresciani sono “scortesi”, come già aveva notato Giordano Bruno qui di passaggio! Il debito con te, Ottavio, cerco di saldarlo, almeno in parte, qui, ora.
    Forse avevo capito male; avevo pensato che si fosse in cerca di un’idea che, attuata, avrebbe “cambiato il volto” alla nostra città e ho pensato che trasformarla in una “vera” città universitaria avrebbe raggiunto lo scopo. Ho fatto una proposta da ambizioso.
    Brescia ha una buona università; (parlo di quella statale; la cattolica è privata e quindi fa ciò che i privati decidono). Una buona università; si colloca, grosso modo, a metà classifica, “sanza ‘nfamia e sanza lodo”. Io ho proposto, tenendo conto della sua vocazione manifatturiera, di migliorarla soprattutto migliorando il corpo docenti. (Uno dell’ambiente mi dice, ma non ho elementi per dare conferma, che solo il 15% dei docenti è ”ordinario”, essendo, gli altri, di varie “classificazioni”.)
    E’ eccessiva l’ambizione di volere Brescia famosa nel mondo per la sua industriosità che si manifesta attraverso il sapere, così come lo sono Tubinga, o Cambridge (MIT), Utrecht o la nostra Pisa?
    Ora è sopravvenuta una novità: Brescia e Bergamo “Capitali della Cultura”; la mia proposta potrebbe rientrare nel tema? Non so, ma non lasciamo l’argomento solo al “comitato ristretto” che già sta lavorando sul “concept” che sarà di certo molto più e meglio di un “progetto”, troppo banale.

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