📕 Persone oltre le pose – bis | 📮 IL RACCONTO DELLA SETTIMANA/5

Prima regola della Sicilia estiva: non muoverti dopo pranzo, evita gli spostamenti dall'una alle quattro. Non è pigrizia, è istinto di sopravvivenza...

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Umberto Tanghetti, scrittore

PERSONE OLTRE LE POSE – BIS – racconto di Umberto Tanghetti

Prima regola della Sicilia estiva: non muoverti dopo pranzo, evita gli spostamenti dall’una alle quattro. Non è pigrizia, è istinto di sopravvivenza.

Sono le due e sono in macchina: perfetto.

Davanti a me ho una Lapa e già questo merita una spiegazione; il tre ruote, l’Ape Piaggio, in Sicilia si è fuso con il suo articolo e in una cacofonica ridondanza, ha assunto un nuovo articolo: è la Lapa, in perfetto barocco grammaticale come si addice all’architettura del luogo.

La Lapa arranca, scoppietta e sputa fuori un fumo bianco azzurro, misto di olio e benzina: trasporta le bombole che alimentano le varie casette (bagli) in campagna; siamo in paese e quindi, non posso sorpassare.

Mi metto in modalità estiva, modalità “pace dei sensi” e lo seguo in seconda.

Si ferma, la strada è stretta: siamo nella parte antica della città, quella di origine araba, un semplice reticolato di vicoli ortogonali;

il bombolaro scende dalla Lapa, si gira e protende la mano col dorso rivolto verso di me e l’indice alzato dicendo:

“Un mminúuuto!”

Accompagna il gesto con l’espressione del viso: sgrana gli occhi, allunga il mento sul collo e le estremità della bocca scendono verso il basso mentre proferisce parola: il tutto per accorciare e sminuire il minuto.Teatro.

Per me non ci sono problemi, sono in modalità pace dei sensi, appunto.

Spengo la macchina, apro i finestrini, guardo distratto la Lapa: bombole nel cassone, portiera sinistra aperta, paraspruzzi in gomma alzati da due catenelle alle ruote posteriori.

Tamburello con i pollici sul volante.

Il caldo è oppressivo e sono pronto a scommettere che sarà un minuto siculo (sei minuti bresciani).

Piaggio lo leggo bene sulla ribaltina posteriore, ma c’è un adesivo sull’altra estremità, tutto a destra, che è impallato dal sole. Dèja vu.

“Vabbè – penso – di certo non ci sarà scritto enkület!” e così mi sposto per eludere il riflesso..: “SUCA!”

Rido, mi sono appena mandato a sucare da solo.

Da un punto di vista pratico il “suca” ha la stessa forza dello “enkület” ma, come è facile immaginare, cambia il punto di vista (certo, l’immagine non è per i deboli di cuore..).

È antropologica la differenza, non un “implodi sparendo” (Enkület), ma un “implodi restando”(Suca).

Qui riaffiora con forza il passato feudale di chi comanda e di chi subisce; sembra quasi voler dire il “suca”: vieni qua che ti faccio provare quello che ha subito per secoli questo popolo, io vassallo e tu servo della gleba.

Tu implodi, ti annienti, ma nel frattempo io mi trastullo, aumentando la distanza tra me e te.

È l’umiliazione più totale.

È la foto di una storia lunga secoli.

Chi subisce e chi si arricchisce alle spalle di chi subisce.

Mentre faccio questi ragionamenti, mi accorgo di un signore sul marciapiede seduto davanti alla sua porta di casa protetto dall’ombra che la sua stessa abitazione produce: la sedia è di quelle con la seduta di paglia, ha un cuscino verde fissato alle gambe posteriori, lo schienale è messo sulla destra dell’uomo che abbandona la schiena al muro e usa lo schienale stesso come appoggio per il suo braccio.

Mi guarda, è distinto, brizzolato, ha i baffi curati, gli occhi grandi ed espressivi, avrà più o meno 80 anni: sta fumando una sigaretta dopo l’ora di pranzo e penso che presto rientrerà; troppo caldo per intrattenersi.

Mi fa un breve ed impercettibile cenno con la testa che io ricambio alla stessa maniera.

Questa è un’arte in cui si eccelle da queste parti: dire tutto con niente.

In quel cenno, se lo sai cogliere, puoi sentire un: “Buongiorno signore,ben venuto. Che caldo che fa, non si preoccupi che ora il bombolaro arriva e lei potrà ripartire. Che vuole fare,ci vuole pazienza!”

Ed infatti, il bombolaro, sudato e di corsa ci ha messo un minuto vero; mi saluta, lo saluto.

In una terra a così grande vocazione agricola è il raccolto che detta i tempi, non sei tu.

Sin dal tempo dei Romani hai imparato a mettere la terra nelle migliori condizioni per darti i suoi frutti, ma, poi, devi aspettare.

Mi immagino il contadino dirmi riferendosi al grano che cresce: “Ci pozzo sciussciare!”(Posso soffiargli sopra per farlo crescere!).

Cioè non posso fare niente.

Questa ottica dell’impotenza, dell’imponderabile, questo essere cosi legati al raccolto o alla sua assenza, da un lato fa dare grande importanza al cibo e dall’altra alimenta un fatalismo ancestrale.

“Domani pensa ddio”:non preoccuparti, oggi l’abbiamo sfangata, domani ci penserà la Provvidenza.

“Abballa Pé che l’ultima è” (Balla Giuseppe,che è l’ultima occasione).

Poi, di fronte ad un qualcosa che va storto o ad una zita ( morosetta ) che ti ha fatto penare in età adolescenziale, la nonna diceva: “San Francisco, nesce u duro trase u frisco!”

Ho sempre riferito il detto, magari sbagliando, al pane fresco che arriva il giorno dopo, facendoti dimenticare di quello duro, vecchio (in italiano:”chiusa una porta,si apre un portone”)

Ed ancora il cibo ritorna, ineluttabile come la fatica per procurarselo in una terra in cui il “Pane nero” ti salvava o la sua assenza ti condannava.

Così uno che è bravo a fare qualcosa, uno capace, viene descritto come uno che “quattdru fili se li mancia!”: uno che si sa procurare il cibo, non uno sprovveduto.

Il siciliano ti aprirà le braccia, condividerà le pietanze perché l’ospitalità è la condizione che uccide l’oppressione: l’ospitalità rende liberi.

Friggerà per te qualsiasi cosa, ti riempirà di sasizza infurnata, milinciane, carne di crasto, purpette, sfinciuna, cous cous, arancini, cannoli, iris fritte, cassatelle, minne di virgine, frutta Martorana, uva, fichi, nespole..!

Ti porterà da qualsiasi parte se ne avrai bisogno;

il siciliano, conoscendo la sete, ti darà da bere.

Farai fatica a liberartene e una volta distante, ne sentirsi nostalgia..

Ricordandosi che, sempre, ad ogni latitudine, le persone sono persone oltre le pose!

“Vabbè Umbertù,a cchi semu? È tardu! No, no pi ccarità! Tutte cose gggiustissime, un ti siddiare! Ivi comu ssi permalusu, un ti si po’ dire nenti! Umbertù la prossima vota friitille tu i milinciane! Sa che ti ricu? SUCA!”

Vabbè Umberto,a che punto siamo? É tardi! No, no per carità! Tutte cose giustissime, non ti arrabbiare! Mamma mia come sei permaloso!! Non ti si può dire niente! Umberto, la prossima volta friggitele tu stesso le melanzane! Sai cosa ti dico! Enkület!

Tramonto, foto generica da Pixabay

UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

Umberto Tanghetti, nato il primo ottobre 1977 ad Alcamo (Tp) da padre bovegnese e madre alcamese, cresce e vive a Concesio. Dopo la maturità classica al liceo Arnaldo di Brescia, prosegue gli studi a Padova, dove si laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche.
Oggi lavora in farmacia a Brescia ed è tornato a vivere a Concesio.
“Non ho mai pubblicato per nessuno – scrive presentandosi – non ho miti letterari, ma grande stima per molti intellettuali: amo Calvino,i paesaggi di Čechov, la profondità di Dostoevskij… Ma se dovessi citarne solo uno citerei Primo Levi tirato dalla vita sui libri per testimoniare l’impossibile”.

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