📕 Bip Bip | 📮 IL RACCONTO DELLA SETTIMANA/6

Non ricordava più dove fosse: la sua visuale era molto limitata da una maschera, sembrava di essere dentro una televisione con un punto d'osservazione fisso verso il soffitto...

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Umberto Tanghetti, scrittore

BIP BIP – racconto di Umberto Tanghetti (scritto il 16 maggio 2020)

Non ricordava più dove fosse: la sua visuale era molto limitata da una maschera, sembrava di essere dentro una televisione con un punto d’osservazione fisso verso il soffitto.

Aveva male in gola, come se una spada gli fosse stata calata dall’alto e lì l’avesse trafitto.

Non riusciva a muoversi pur volendo: dava il comando il suo cervello, ma il corpo era sprofondato nella sabbia, aveva freddo.

E poi caldo.

Ogni tanto passava Neil Armstrong a controllare uno schermo che lui aveva lì accanto, gli metteva la mano sulla spalla e gli piazzava la  sua di visiera davanti alla televisione attraverso la quale guardava; vedeva solo gli occhi di quell’astronauta, erano empatici, buoni, stanchi, ma non capiva se quello stesse sorridendo o gli parlasse.

Non gli vedeva il volto.

Sentiva solo un rumor di gonfiamento dentro il petto ad un ritmo incalzante, ossessivo e poi i “bip bip” del monitor di controllo.

Migliaia di bip bip che ti danno in testa: prima non li senti, ma poi ti sembra di impazzire o forse pazzo lo sei già diventato.

Erano come una goccia sonora che cava l’anima.

Era come un’angoscia che ti mangia da dentro.

Ogni tanto lo giravano con grande sforzo a pancia sotto per saturare meglio e lui, da dentro la televisione, non capiva.

“Ma perché mi manipolano a tal modo?

Qui, ora, non c’è solo Neil Armstrong, c’è tutta una squadra di tute spaziali vestita, forse mi hanno portato  a Cape Canaveral..”

“Si, deve essere cosi – pensava – non sono più a Brescia”.

E in questa rivoluzione corporale con la pancia all’ingiù, riusciva a sbirciare attorno e come lui, ce n’eran decine tutti stesi uno accanto all’altro.

I medici cosmonauti si bardavano al mattino per turni massacranti e così pure gli infermieri: un dettaglio pare segreto, l’uso del pannolone; pure i sanitari dovevan calzarlo, perché non potevano andare in bagno.

Il turno durava intere  giornate: questo dettaglio non è morboso voyerismo, ma descrizione dell’intenso sforzo.

Mascherine, guanti, sopraguanti, tuta e il nome scritto col pennarello sull’esterno per farsi riconoscere.

Per mantenere l’identità alla frontiera degli sconosciuti.

Un pennarello per tornare bambini e restare umani.

Questi uomini e queste donne vedeva quel tale dal suo letto e non capiva bene dove fosse.

Ecco, forse la carezza riusciva a interpretarla bene, il segno di vittoria che che gli mostravano i sanitari nel passare, il pugno chiuso a dire: “Tieni duro! Forza! Ce la facciamo in due: il paziente e chi gli dà  la cura, ché, in difficoltà, il “tu” diventa “noi”.

Però poi mille domande a cui non aveva risposta ed in particolare una:

“Ce la farò?”

E poi ancora:

” I miei nipoti cosa fanno?

Si ricorderanno di me?

O già mi han scordato?

Da quanti giorni sono qui?

I miei figli? A me non pare di star meglio..”

E poi vedeva gli altri morire.

Lo capiva da come li portavano via, da come confabulavano i dottori.

Li intravedeva scuotere la testa, come a dire:

“Non c’è più niente da fare, lasciamolo andare!”

Così si dice per pudore, non si dice lasciamolo morire, perché fa troppo male.

Troppo davvero.

Perchè i sanitari sono lì per salvare tutti e tanti in più ne avrebbero salvati se fossero stati nelle condizioni giuste, normali.

Capita ad un anestesista due, tre volte in una carriera intera di dover scegliere chi staccare da una macchina per “farlo andare” e ne ricorda i nomi, i volti per tutta la sua esistenza, ne rimane segnato.

Si ricorda di essere uscito dalla rianimazione per andare a dire ai parenti quello che è successo.

Si fa un respiro, si spinge la porta del reparto e si prende il toro per le corna: “Mi rincresce enormemente, non ce l’abbiamo fatta. Ce l’abbiamo messa tutta..”. I parenti incassano il montante vacillando e il medico fa un passo indietro e di rimando, incassa il suo di montante, vacilla, ma la sua faccia è lì, davanti ai parenti.

Questi sono uomini e donne, hanno la possibilità di dimostrarlo.

Nella disumanizzazione che il virus ha prodotto,di contro, non è dato tutto questo: non sono due o tre in una carriera quelli da lasciare andare, ma due o tre al giorno.

Come si regge a tutto questo? Ci si abitua alla morte? Ci si abitua a far morire?

E lui, il paziente, da dentro la sua televisione è lì mezzo sopito, capisce e non capisce, il tempo è un concetto sbiadito, relativo.

Arriva un giorno che lo estubano, pare una liberazione, ma fa male.

Fa male fino all’endotelio.

È dura respirare: tiri e non arriva niente, devi reimparare, devi fare ginnastica non per scalare montagne, ma per scambiare ossigeno da seduto.

E tu chiedi dei parenti, ma ti dicono che non li puoi vedere, sei ancora infetto e troppo debole per avere scambi all’ esterno.

Puoi uscire dalla terapia intensiva e ti mandano sul lago d’Iseo a fare riabilitazione perché è l’unico posto disponibile.

Là a trenta chilometri da casa.

Allora un indicibile pensiero ti serpeggia nella mente: “Ecco, lo sapevo, mi hanno dimenticato, mi hanno lasciato solo perché sono infetto, sono un peso, sono carne mezza morta!”

È questo lo shock post traumatico di cui nessuno parla e ne son convinto, l’hanno i pazienti e i sanitari.

Sono annichiliti, bozzoli vuoti da cui la crisalide è uscita. Bisogna recuperarla la crisalide, ma è dura. E così arriva il giorno in cui i parenti sono ammessi e tu li prendi a male parole:

“Dove cazzo eravate, bastardi!! Io qui solo mezzo morto!! E a nessuno gliene frega un cazzo! Mondo infame!!”

E sbraiti e offendi il sangue del tuo sangue che, a sua volta, a casa manco respirava, anche lui senza l’ossigeno della speranza, non per il covid, ma per disperazione.

Il silenzio, il vuoto, il non sapere nulla per un mese. Ma questo l’altro non lo sa e ha vissuto l’abbandono.

Ecco perché stona sentire parlare di eccellenza, sentire decantare il risultato.

Umiltà, pudore, diversa visione d’insieme.

Qui a Brescia ne abbiamo bisogno,

come dell’ossigeno nei respiratori.

“Bip,bip”! Ma è un Cartone disanimato,

qui non ci sono Willy e il Coyote.

O forse sì.

Tramonto, foto generica da Pixabay

UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

Umberto Tanghetti, nato il primo ottobre 1977 ad Alcamo (Tp) da padre bovegnese e madre alcamese, cresce e vive a Concesio. Dopo la maturità classica al liceo Arnaldo di Brescia, prosegue gli studi a Padova, dove si laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche.
Oggi lavora in farmacia a Brescia ed è tornato a vivere a Concesio.
“Non ho mai pubblicato per nessuno – scrive presentandosi – non ho miti letterari, ma grande stima per molti intellettuali: amo Calvino,i paesaggi di Čechov, la profondità di Dostoevskij… Ma se dovessi citarne solo uno citerei Primo Levi tirato dalla vita sui libri per testimoniare l’impossibile”.

LEGGI I RACCONTI DI UMBERTO TANGHETTI PUBBLICATI SU BSNEWS.IT A QUESTO LINK

Ultimo aggiornamento il 11 Settembre 2020 19:23

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