I bianchi del Piemonte, da vitigno autoctono | BARBERA & CHAMPAGNE/18

Per i curiosi, ho selezionato le storie di tre vitigni, e quindi di tre vini e dei vigneron che li hanno prodotti...

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Piemonte e vini bianchi
Stefano Bergomi
Stefano Bergomi

di Stefano Bergomi* ([email protected]) – Zoff, Gentile, Cabrini, Bergomi, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani (formazione con la quale l’Italia è scesa in campo l’11/07/1982 nella finale di Coppa del Mondo di calcio, ndr).

I nostalgici se la ricordano a memoria e te la ripetono tutta d’un fiato, senza pause. Una sorta di novena, sussurrata a mezza voce.

Ritrovo lo stesso atteggiamento in molti interlocutori quando domando loro del Piemonte, la risposta solitamente è una mitragliata di vitigni e denominazioni.

A me rimane sempre il dubbio di quale modulo mister Bearzot avrebbe utilizzato per schierarle. Un conservativo 4-4-2, con il Barolo unica punta, il Barbaresco a svariare su tutto il fronte d’attacco, il Dolcetto a comandare con eleganza la difesa?

Il punto è questo. Dici Piemonte e la risposta è un articolato elenco, solitamente però di soli vini rossi.

Molti si dimenticano che la Regione culla dell’enologia italiana sa distinguersi anche per insoliti e raffinati vini bianchi, spesso da vitigni autoctoni.

Per i curiosi, ho selezionato le storie di tre vitigni, e quindi di tre vini e dei vigneron che li hanno prodotti.

TIMORASSO

Un tempo molto diffuso a cavallo tra Liguria e Piemonte, in una vasta zona che andava da Genova fino a Voghera. Nel tempo è stato soppiantato da altre varietà più produttive e redditizie. Ha rischiato l’estinzione negli anni 80 del secolo scorso e se oggi beviamo ancora timorasso lo dobbiamo per buona parte a Walter Massa (cantina Vigneti Massa), che ha sempre creduto nelle potenzialità di questo vitigno valorizzandone le peculiarità sulle colline intorno a Tortona.

Si presenta irruento, con naso inteso, soprattutto di agrume ma anche fiori d’acacia e tiglio, mentre in bocca domina la vena acido-sapida. Un dalla straordinaria capacità di invecchiamento.

Petit Derthona, cantina Giacomo Boveri (Costa Vescovato – Alessandria)

Con il Timorasso è consigliabile un percorso di avvicinamento a piccoli passi. Quello introduttivo può essere compiuto con il Petit Derthona della cantina Giacomo Boveri. Rappresenta l’espressione giovanile della proposta aziendale, ottenuto dalle vigne di più recente messa a dimora (2013) e con tempi più contenuti di contatto sulle fecce nobili (5-6 mesi).

Giovane, ma non scontato.

E’ vestito di un giallo paglierino di estrema limpidezza e lucentezza.

Pungenti sensazioni vegetali al naso, accompagnate da sentore di scorza d’arancia.

In bocca, risulta rigoroso e “pulito”, fresco, con una punta di mineralità, che si fa marcata nei vini di selezione della cantina.

Giacomo Boveri rivendica orgogliosamente le origini contadine della sua famiglia, testimoniate nella ricerca anagrafica condotta rintracciando gli avi fino agli inizi del 1800. Nonostante un diploma di perito in telecomunicazioni, si è dedicato fin dal 1988 all’attività di famiglia, con l’obiettivo di incrementare la produzione vinicola e di migliorarne la qualità. Oltre alla produzione dei tradizionali cortese, barbera e freisa, ha optato fin dell’inizio, con lungimiranza, anche sulla valorizzazione di vitigni autoctoni della zona di ubicazione della cantina, oltre al timorasso anche la croatina.

Petit Derthona Giacomo Boveri, foto BsNews (Stefano Bergomi)

 

 ERBALUCE

«Erbalus è uva bianca così detta come alba luce perché biancheggiando risplende: ha li grani rotondi, folti e copiosi, ha il guscio o sia scorza dura: matura diviene rostita e colorita e si mantiene in sui la pianta assai». Con queste parole nel 1606 Giovan Battista Croce, gioielliere del Duca Carlo Emanuele II, descrive l’essenza dell’Erbaluce, vino della Montagna di Torino.

Oggi è diffuso nel Vercellese e nel Biellese, ma ha trovato il proprio luogo d’elezione a Caluso e nel Canavese, nella Provincia di Torino.

E’ un vitigno versatile e dalla buona acidità, che consente la produzione sia di vini fermi che di spumanti metodo classico.

Fuori dalla regione, è conosciuto soprattutto per la versione passito, ottenuto attraverso appassimento naturale dei grappoli per oltre 4 mesi sui solai.

Regala vini eleganti, freschi e sapidi, ma anche di buona morbidezza.

Erbaluce di Caluso DOCG “Le chiusure” – cantina Benito Favaro (Piverone – Torino)

Benito Favaro ha iniziato la propria esperienza di vignaiolo nel 1992. Oggi il testimone è passato ai figli Camillo ed Elena.

Il carattere famigliare della produzione non ha impedito di raggiungere risultati straordinari, laureando il loro Erbaluce ” Le chiusure” tra i migliori riferimenti di tale denominazione.

I vigneti terrazzati arrivano fino a 400 slm, sulla collina morenica Serra, attorniati da boschi e non distanti dal piccolo lago di Viverone, che svolge il ruolo di regolatore termico.

E’ un vino austero ed elegante.

Al naso un accenno di agrume lascia subito il campo all’erbaceo e fiori bianchi. In bocca mostra marcata acidità, ma risulta corposo e succoso.

Piuttosto diretto, senza il contorno di inutili fronzoli, con un finale di buona persistenza.

NASCETTA

La nascetta (o anche nas-cetta) è un vitigno autoctono delle colline intorno ad Alba, in particolare nel comune di Novello.

Risulta semi-aromatico, e in passato veniva utilizzato soprattutto come vino da taglio, in blend con Moscato e Favorita.

Buona struttura e alta acidità assicurano potenziale per invecchiamento, anche se bevuto giovane consente l’appagamento del degustatore grazie ad una conturbante freschezza, su un fine tappeto di sapidità.

Si presenta con un colore carico di giallo paglierino con riflessi verdognoli, con al naso distintive note di pompelmo e pesca bianca, che virano in fiori bianchi e miele d’acacia.

Langhe DOC Nascetta, cantina Ettore Germano (Serralunga d’Alba, Cuneo)

La versione proposta dalla cantina Ettore Germano prevede un affinamento di 6 mesi dopo la vinificazione in anfore di terracotta. Tale accorgimento dona un carattere di evoluzione al vino, prevedibile fin dall’analisi visiva con un giallo intenso a sfumature dorate.

Al naso colpisce un ricordo di salvia, accompagnato da sensazioni iodate.

In bocca vibra per acidità, ma anche minerale e di buona pienezza.

La storia della famiglia Germano è comune a quella di molte famiglie in terra di Langa. Viticoltori fin dal 1856, con il bisnonno Francesco, l’expertise viene tramandata di generazione in generazione, abbracciando il progetto di vinificare in proprio le uve dei vigneti di proprietà prima solo vendute.

Già da diversi anni la responsabilità di condurre l’azienda di famiglia spetta a Sergio Germano. Nella sua filosofia produttiva oltre alla valorizzazione di vigneti storici di importanti cru, con versioni di Barolo apprezzate ormai in tutto il mondo, anche l’intrigante sfida di vini bianchi fermi (su tutti il riesling Herzu) e bollicine metodo classico.

Nascetta – Ettore Germano, foto BsNews (Stefano Bergomi)

 

* sommelier per passione

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