📕 La stanza | 📮 IL RACCONTO DELLA SETTIMANA/8

Decise di mettersi al centro della stanza con gli occhi chiusi per ricordare e per capire se è vero che i luoghi hanno qualcosa da raccontare...

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Umberto Tanghetti, scrittore

LA STANZA – racconto di Umberto Tanghetti

Decise di mettersi al centro della stanza con gli occhi chiusi per ricordare e per capire se è vero che i luoghi hanno qualcosa da raccontare.

Quella stanza, però, non c’era più da anni ed è per questo che chiuse gli occhi: sarebbe potuto essere ovunque e in quel momento, “ovunque” era proprio quella stanza.

Era fermo, in attesa, come quando si gioca a nascondino e ti tocca di contare: si stava concentrando sui suoni, non avendo pensato a migliore strategia.

I ricordi si accendevano come rapide fiammate che svaniscono prima di essere messe a fuoco: fiammata, sussulto, silenzio.

Un  rumore collettivo arrivava alla sua mente ben distinto: era un brusio di cicaleccio sul fondo e poi spariva.

I ricordi parevano il motore di una vecchia 850 parcheggiata lì da chissà quanto tempo, data per scontata come parte del paesaggio e sommersa da anni di oblio.

Eppure c’era.

Bisognava perder tempo con la sequenza giusta; tirare l’aria, girare la chiave, pompare la benzina col pedale: sembrava funzionare!

Dopo quel brusio iniziale, arrivò chiaro un rumore metallico di cucchiaini sciacquati  e raccolti a manciate per esser messi in un contenitore tondo che li rendesse pronti all’uso.

E poi di nuovo silenzio.

All’improvviso uno  sfiato di pressione; piegò la testa come quando i cani non capiscono e subito, l’immagine di una macchina da caffè espresso gli fu chiara nella mente; quella tutta cromature con tre leve che dall’alto porti verso il basso, le rilasci e loro lentamente tornan su, mentre scende una crema che qui da noi non sanno fare..

A quel punto la stanza cominciava a prender forma sempre più chiaramente: c’erano, sul fondo, alcuni tavolini, con coppie di persone a chiacchierare, ecco cos’era la caciara!

Ogni tanto una risata più marcata o un’avvicinamento di teste per una confidenza alquanto impertinente.

Al bancone facevano gli espressi e  dispensavano gelato: pochi gusti, a dire il vero, ma buonissimi.

Si ricordava di quel gelato al caffè, incredibilmente fatto col.. caffè, cosa che oggi suona pure strana..

Vale a dire che la sera, quando bisognava avviare la produzione del gelato, una signora che ora non distingueva, preparava la quantità di espressi necessaria alla produzione di quella fredda leccornia.

Oppure la granita di limone fatta, manco a dirlo, coi limoni.. I limoni di campagna che ad Alcamo non mancano.

I gelati e la granita eran stivati in pozzetti tondi che lo ipnotizzavano: si apriva il coperchio appoggiandolo di lato e si pescava con la paletta piatta; prima si premeva sulla sponda l’emulsione congelata per renderla più plastica e poi via nella “brioscia” incisa, per un pezzo, col coltello.

Ah che meraviglia!

Era un’andirivieni di persone e la cosa che colpiva erano i sorrisi: questo era quel bar, un riferimento, una parentesi, una sospensione del tempo e dello spazio e poi si ritornava al quotidiano incedere d’inerzia.

Ormai era sera, il bar aveva chiuso e concentrandosi, dal centro della stanza, vide la porta sul fondo oltre i tavolini, aprirsi piano piano.

Era la porta che separava il bar dal resto dell’abitazione: “Casa e putìa!” (casa e bottega).

Apparve una manina appoggiata allo stipite sulla sinistra e l’altra, sulla destra, che tirava la porta verso sé: eran le mani di un bambino di due anni, pacioccone, con una salopette rossa sopra una maglietta bianca, il passo incerto, ma caparbio verso la sua meta.

Scese uno a uno  i tre gradini che separavano i due ambienti, appoggiandosi alla parete e  via, di slancio, verso il centro della stanza;

e poi, ancora, dietro l’angolo a sinistra, verso il grande bancone del bar.

Alle sue spalle, senza che il bimbo se ne accorgesse, il nonno lo guardava con la gioia dell’amore e fingeva di non averlo visto.

Il piccolo arrivò al suo obbiettivo, aprì la vetrinetta facendola scorrere di lato e prese il suo biscotto (quello che il nonno gli lasciava ogni giorno a sua insaputa!)

Ed ora viene il bello!

L’anziano a questo punto rumoreggiava scendendo i tre gradini e il bimbo, ancora fuori dalla vista, si inchiodava: metteva il suo biscotto che già aveva assaporato, dietro la schiena e andava verso il nonno, lo superava, volgendo a quello il suo bottino.

Ogni volta pensava di averla fatta franca ed ogni volta il nonno si scioglieva!

Diceva sempre: “Speriamo lo rifaccia anche domani!”

Era arrivato al dunque, la luce in quella stanza fu abbagliante: l’amore di suo nonno che sperava di vederlo rubare quel biscotto.

A quel punto tutto fu più chiaro: i luoghi hanno tanto da dire se condivisi con puri sentimenti e quando questo accade, rimangono in eterno.

Tramonto, foto generica da Pixabay

UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

Umberto Tanghetti, nato il primo ottobre 1977 ad Alcamo (Tp) da padre bovegnese e madre alcamese, cresce e vive a Concesio. Dopo la maturità classica al liceo Arnaldo di Brescia, prosegue gli studi a Padova, dove si laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche.
Oggi lavora in farmacia a Brescia ed è tornato a vivere a Concesio.
“Non ho mai pubblicato per nessuno – scrive presentandosi – non ho miti letterari, ma grande stima per molti intellettuali: amo Calvino,i paesaggi di Čechov, la profondità di Dostoevskij… Ma se dovessi citarne solo uno citerei Primo Levi tirato dalla vita sui libri per testimoniare l’impossibile”.

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Ultimo aggiornamento il 5 Agosto 2020 15:03

 

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