📕 La seconda stanza | 📮 IL RACCONTO DELLA SETTIMANA/9

Salendo quei tre gradini in fondo alla stanza, si accedeva alla zona privata dell'abitazione o per meglio dire, alla seconda stanza, il ganglio nevralgico di tutto l'ambiente domestico, lo snodo ferroviario che alimentava il resto...

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Umberto Tanghetti, scrittore

LA SECONDA STANZA – racconto di Umberto Tanghetti

Salendo quei tre gradini in fondo alla stanza, si accedeva alla zona privata dell’abitazione o per meglio dire, alla seconda stanza, il ganglio nevralgico di tutto l’ambiente domestico, lo snodo ferroviario che alimentava il resto.

Entrando, sulla sinistra, c’era una porticina bianca che chiudeva un sottoscala di scarso interesse: ci entrava ogni tanto, giusto per confermare quella sensazione di servizio, buona per occultare cadaveri, ma non per indugiare.

A destra, invece, appoggiata alla parete, subito dopo una porta che conduceva al bagno (in fondo a destra!), troneggiava una credenza che arrivava fino al soffitto.

Era un mobile di legno scuro il cui nome era una assoluta chicca: legno di piscipàino!

“Nonna ma che ssignifica piscipàino!?!”

“Ave a essere ‘nglise!” ribatteva la nonna.

In effetti era la sicilianizzazione del pino americano, duro e resistente come la pietra.

Pitch pine! Piscipàino!

Fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione!

Era ben più di una credenza, era una fortezza di piscipàino (con quel nome anche Churchill si sarebbe dovuto togliere il cappello!), una fede manifesta, un motore primo che, di rimando, dava vita a tutti gli ingranaggi.

La parte superiore era vetrina: in trasparenza intravedevi i piatti ed i bicchieri;

la parte inferiore, invece, era chiusa da due ante: una con la chiave sull’esterno e l’altra tenuta ferma ,all’interno, da un chiodo a uncino che, facendo perno, permetteva di liberare la presa e di aprire il mobile anche da quell’altra parte.

Era il recesso del talamo.

Il segreto della seconda stanza solo lui lo conosceva ed era proprio l’odore di credenza: un misto di pane, biscotti, legno di piscipàino, polvere e spezie.Ti arricriava (faceva rinascere).

Era un odore assai rassicurante: aprivi, rubavi un biscotto (già!), indugiavi per rendere il sentore di credenza una certezza e la tua anima ti ringraziava.

Volgendo a sinistra lo sguardo, sulla parete di fondo,una portavetro dava sul cortile e sulla destra, sempre in fondo su quella stessa parete, i fornelli, con una finestrella in alto per far cambiare l’aria di cottura, aspettavano la nonna, colei che dirigeva le danze.

Questa era la stanza dei profumi e della musica vissuta, non quella riprodotta da un registratore o composta da un’artista, ma la musica intesa come vita stessa con i propri ritmi, le pause ed i crescendo.

Era la stanza in cui arrivavi e sbocconcellavi due parole in attesa del convivio o dove ti bevevi un caffè a metà giornata.

La nonna dirigeva: i pomodori a seccare aperti nel cortile, i pomodori a sbollentare in attesa di essere ridotti a salsa, i fichi a fare compagnia ai primi in quel processo di essicazione al sole, il pane fresco nella carta color beige già privato del cozzetto un metro dopo il panificio e poi, le melanzane.

Coppi o Bartali? Fritte a fette o a cubetti?

Pare questione da poco eppure tiene impegnate le famiglie e ha concesso il fianco a trattati filosofici.

La nonna le tagliava a fette e le lasciava in ammollo in acqua e sale, le asciugava e le tuffava nell’olio a sfrigolare, quasi fosse, quel fragore di frittura, l’entusiasmo della folla al passare dei campioni!

Infilzava quella fetta a sgocciolare sopra la padella e poi la ammonticchiava sulle altre in attesa della pasta.

Le incursioni predatorie eran la parte più gustosa: si sperava in una dimeticanza cui la nonna doveva rimediare in un’altra stanza e zac!

Una fetta tutta in bocca mentre si andava nel cortile!

Tanto lei se ne accorgeva e ti lasciava fare (ti gridava, a onor di firma, con bonaria intonazione: “Arrè c’ha appruvare! Di nuovo ci devi provare!”), ma c’era un gusto in quelle incursioni che ancora oggi le papille le ricordano!

Fetta o cubetti era la differenza tra giocare a zona o marcare a uomo per parlare di calcio.

La fetta presidia il piatto, lo avvolge, trattiene dentro i profumi ed i sapori e poi, quando la tagli o la sposti con la forchetta, scatta un fulmineo contropiede che ti travolge inarrestabile fino all’ultimo maccarruna.

Rovesciata di Pelé! Le papille fan la Ola!

I cubetti sono più discreti, si abbracciano alla pasta, la trattengono per la maglia, fanno catenaccio senza dar nell’occhio: sono meno prima donna, ma poi anche loro ti danno in testa. Incornata di Gigi Riva.

A chi veniva da fuori,sentire parlar la nonna significava capire che più a sud non si poteva andare.

Una volta un amico ospite, sentì la nonna dire “birra” con quella r strascicata, morbida, quasi fischiata..

Parlando in terza persona chiese: “Questo ragazzo vuole birrsa?”

E quel ragazzo non rispose alla domanda, trasalì: gli era sembrato di incontrare un famoso personaggio che aveva visto molte volte in televisione e lo riconobbe al volo!

Fu così per la pronuncia della birrsa!

Il ragazzo rispose:”Non mi son sentito mai così a sud!”

Ed in effetti, più a sud devi nuotare!

Benvenuto a casa tua!

Tramonto, foto generica da Pixabay

UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

Umberto Tanghetti, nato il primo ottobre 1977 ad Alcamo (Tp) da padre bovegnese e madre alcamese, cresce e vive a Concesio. Dopo la maturità classica al liceo Arnaldo di Brescia, prosegue gli studi a Padova, dove si laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche.
Oggi lavora in farmacia a Brescia ed è tornato a vivere a Concesio.
“Non ho mai pubblicato per nessuno – scrive presentandosi – non ho miti letterari, ma grande stima per molti intellettuali: amo Calvino,i paesaggi di ÄŒechov, la profondità di Dostoevskij… Ma se dovessi citarne solo uno citerei Primo Levi tirato dalla vita sui libri per testimoniare l’impossibile”.

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