L’ORTO FASCISTA | romanzo di Ernesto Masina | CAP. 15-16

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L'Orto Fascista di Ernesto Masina, capitoli

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CAPITOLO XV

Un milite della Muti aveva iniziato a frequentare
alla sera il bar Monte Grappa. Abitualmente si
sedeva ad un tavolino, ordinava da bere e cercava di
attaccare discorso con qualcuno degli avventori. Quasi
sempre con scarso successo. I clienti non riuscivano a
capire questa assidua presenza in un luogo a lui ostile
e temevano che il milite avesse avuto ordine di tenere
le orecchie bene aperte e cercare di carpire qualche
notizia compromettente.

Una sera, dopo aver bevuto più del solito, e forse per cercare
di attirare un po’ di attenzione, chiese al proprietario
se tra i clienti fosse presente il Russì. Ricevuta risposta
negativa soggiunse:

“E fa bene a non farsi vedere troppo in giro. Lo teniamo
sotto controllo e se lo becchiamo ad aiutare quegli stronzi
di partigiani lo facciamo fuori”.

Il gelo cadde nel locale. Tutti avevano, o avevano avuto,
rapporti col Russì. Tutti lo stimavano. Conoscendone il
carattere e le idee politiche erano quasi sicuri che lui, se
ne avesse avuta occasione, avrebbe aiutato chi stava lottando
contro i tedeschi ed il Regime fascista.

Il Russì fu immediatamente avvisato e se si spaventò non
lo diede a vedere. Pregò chi gli aveva portato la notizia,
un amico fidato, di avvisare il farmacista che aveva
urgente bisogno di parlargli e di farsi trovare, se poteva,
verso le 16 dal tabaccaio. Doveva assolutamente sembrare
un incontro occasionale.

Dopo il sogno, il Temperini aveva preteso dal Russì, e
questi aveva accettato subito, che i due ragazzi non
sarebbero stati coinvolti. In effetti, anche lui ci aveva già
pensato ed era giunto alla conclusione che se fosse successo
qualche cosa al Mario e all’Ernesto, si sarebbero
sentiti dei vermi e sarebbero stati emarginati da tutti gli
abitanti del paese.

– Come ho fatto a pensare una cosa così folle? – si era detto.
Al farmacista aveva promesso che si sarebbe interessato
personalmente del trasporto dell’esplosivo in paese appena
avesse trovato un luogo sicuro dove nasconderlo.
Quando si incontrarono, anche il Temperini sapeva già
quanto era stato detto dal milite.

“Non posso più farlo io” aveva detto il Russì senza
preamboli. “Se mi stanno alla calcagna mi beccano subito.
Purtroppo, caro amico, ci sono poche alternative.
Deve farlo lei. Vedrà che organizzeremo in modo che
non ci siano pericoli. Ci pensi e mi faccia sapere se accetta.”
E se ne andò.

CAPITOLO XVI

Il piano sembrava ben pensato. Martin Bascià aveva accettato
di diventare uno dei protagonisti nella preparazione
dell’attentato. Una mattina, all’alba, aveva raggiunto
l’Orto Fascista e, accertatosi che nessuno lo vedesse, si
era avvicinato alla piccola costruzione ove erano riposti
gli attrezzi e aveva allentato le viti che sostenevano le piastrine
del catenaccio in modo che potessero essere rimosse
a mani nude. Attaccato l’asino al carretto, aveva caricato
sul pianale una sedia rotta, una poltrona sfondata e
qualche altro oggetto, tanto per far scena. Era quindi partito
verso Pescarzo sulla strada che passava davanti alla
chiesa di S. Maurizio. Pochi metri prima di trovarsi all’altezza
della chiesa aveva fermato l’asino e si era chinato
vicino alla ruota di sinistra del carretto, come a verificare
se vi fossero problemi. In effetti aveva rimosso il forcellone
che teneva la ruota ancorata al mozzo. Incitò l’asino e
riprese la marcia ma, come aveva previsto, dopo pochi
metri la ruota si staccò dal mozzo ed il carretto si inclinò
sino a toccare terra con il fondo della sponda sinistra.
Martin si mise ad urlare, fu una vera e propria sceneggiata.
Imprecava e bestemmiava contro la mala sorte. Alle
sue imprecazioni arrivarono di corsa tre uomini che, ben
celati dagli alberi del vicino bosco, non aspettavano che
quel segnale per fingere di arrivare in luogo solo per caso.
Discusse con loro per qualche minuto, si caricò la ruota
sulle spalle, prese un martello, salì i tre scalini antistanti
il portico della chiesa, appoggiò la ruota sul lastricato e
con il martello fece finta di ridare forma al cerchio che
ricopriva il telaio in legno. Martellò, si fermò per riposarsi,
parlò con i soccorritori che intanto stavano vuotando
il pianale del carretto, diede altre due martellate e
quindi sparì dietro il muretto del portico, sollevò il piastrellone
che gli era stato indicato, si mise tre candelotti
di dinamite sotto la giacca – uno in più può sempre servire,
ce ne sono tanti! – rimise a posto il piastrellone,
diede altri due inutili colpi al cerchio di ferro e scese gli
scalini ritornando al mezzo.

I tre aiutanti sollevarono la sponda del carretto e Martino
rimise a posto la ruota ed il mollettone che la teneva
ancorata al mozzo.

Si rivolse ai tre uomini che lo avevano aiutato, prese dalla
tasca il portafoglio, mimò di volerli pagare e loro rifiutarono;
allora prese da un sacchetto che teneva legato ad
una delle stanghe tre bottiglie di vino e le diede ai soccorritori.
Grandi sorrisi, ringraziamenti e pacche sulle
spalle, i tre se ne andarono. Neppure loro si erano accorti
di quello che aveva fatto Martin Bascià sotto il portico
della chiesa. Rimasero perplessi e curiosi sulle ragioni
della stranissima richiesta ricevuta.

– Quel Martin Bascià è veramente un po’ matto – pensarono
e forse lo dissero tra loro.

Lui, fischiettando, riprese il suo andare. Quando arrivò
alle porte del paese si imbatté nel Temperini. Grandi
saluti, il farmacista offrì una sigaretta, appese la giacca da
cacciatore sul carro, si appoggiarono alla sponda e iniziarono
a chiacchierare. Mentre parlavano Martino si aggi-
rava intorno al carro simulando di mettere a posto le
cose che trasportava, spostò anche la giacca del farmacista
facendola cadere, volutamente, a terra. Si chinò prontamente
a raccoglierla. Mentre si trovava piegato mise i
tre candelotti nella tasca posteriore della giacca, quella
nella quale il cacciatore abitualmente ripone la selvaggina
catturata, sfruttando il fatto che metà visuale era
coperta dal carro, un quarto dal Temperini e l’altro quarto
dalla sua schiena. Si scusò con il farmacista togliendo
con leggeri colpi di mano quel poco di polvere che la
giacca aveva raccolto dal terreno e quindi la porse al proprietario.
Si salutarono con grande effusione e con grandi
sorrisi da parte di Martin che, ovviamente, era molto
soddisfatto per come erano andate le cose.

Il farmacista invece aveva la bocca secca ed amarognola,
un forte senso di nausea gli saliva dallo stomaco, le
gambe, si accorse, non lo sorreggevano bene. Si incamminò
verso la farmacia. Ad ogni angolo di strada si guardava
in giro con fare circospetto temendo di vedere una
coppia di tedeschi o una squadraccia della Muti a sbarrargli
la strada. Giunto nei pressi della chiesa, ormai a
poche centinaia di metri dalla farmacia, udì il rombo
della vetturetta tedesca arrivargli alle spalle. Credette di
svenire, ma appoggiandosi al muro che rasentava, riuscì
a mantenersi in equilibrio. La vettura lo superò ma dopo
qualche metro si fermò bruscamente. Dalla portiera
destra scese l’Haupmann Reserve che gli andò incontro.
Ormai stava succedendo l’irreparabile, si vedeva già bendato
vicino al muro ove sarebbe stato fucilato. Invece sul
viso del tedesco si aprì un grande sorriso.

“Caro dottore!” disse con la sua voce potente. “Grazie
per suoi medicinali. Finita subito tortura di dolore. Io
guarito. Grazie. Io spero di poter ricambiare” e battendo
i tacchi e sollevando il braccio disteso urlò “Heil Hitler!”
Senza attendere risposta – ma il Temperini non sarebbe
riuscito a proferire parola mancandogli l’aria – si girò e
risalì sulla macchina che si allontanò velocemente.

“Tortura, ricambiare…” queste parole rimasero a lungo
nella mente del farmacista. Con profondo raccapriccio il
Temperini si rese conto di essersela fatta addosso. Non
entrò in farmacia ma salì direttamente alla propria abitazione.
Prese della biancheria pulita dal cassettone della
camera, un paio di pantaloni dall’armadio e delle pantofole.
Si chiuse in bagno, si tolse con attenzione i pantaloni
per non sporcarsi ulteriormente. Sfilò le mutande e le gettò
direttamente nel gabinetto. Si vergognava con sé stesso per
quanto era accaduto ma, in fondo in fondo, era anche soddisfatto:
aveva compiuto il primo atto eroico della sua vita.
Pensando però che non era finita e che la seconda parte
della missione sarebbe stata più pericolosa, gli venne un
forte conato di vomito e cominciò a sudare freddo.

Come era stata bella la sua vita da farmacista riverito e
rispettato da tutti. Perché mai si era messo in testa, lui
così accomodante con tutti, che non aveva mai avuto un
litigio, ma neppure una vera discussione con nessuno, di
fare il rivoluzionario? Pensava di sentirsi rinfrancato dalla
presenza di quei tre candelotti di dinamite in tasca, forte,
pronto a dare una svolta alla vita della valle, una lezione
ai tedeschi invasori, una prova di forza che sarebbe passata
alla storia ed invece si sentiva incapace anche di
comandare al proprio corpo.

Quella sera stessa avrebbe portato a termine il suo com-
pito e poi che andasse come a Dio sarebbe piaciuto. Lui
la sua parte l’aveva fatta ed era, forse la più pericolosa.
Finì di lavarsi, fece a pezzi i pantaloni con la forbice che
si trovava sulla specchiera e li gettò nello scarico. Non
avrebbe saputo spiegare l’accaduto senza vergognarsi e
senza dover dare spiegazioni.

Rivestitosi si recò al bar. Aveva bisogno di bere qualcosa
di forte anche se al suo stomaco non avrebbe giovato.
Nell’attraversare piazza S. Antonio ed entrando nel bar
gli sembrò che gli sguardi che attirava fossero di ammirazione
ed i saluti che riceveva più ossequiosi e riverenti
del solito. Che in giro si sapesse già dell’atto coraggioso
compiuto e di quanto altro ancora doveva coraggiosamente
affrontare?

Questo gli permise, anche se sapeva che in effetti doveva
essere solo una sua illusione, di sentirsi rinfrancato. Ma
se tutto fosse andato come programmato, allora sì, sarebbe
passato alla storia tra i brenesi illustri. E allora gli
sguardi di ammirazione, gli ossequi e le scappellate ci
sarebbero state davvero.

Passò tutto il pomeriggio al bar, dormicchiando, chiacchierando
con qualche avventore, facendo un solitario
dietro l’altro e affidando la riuscita o meno del gioco a
una risposta di come sarebbe andata a termine la sua
missione. Quando il solitario riusciva, attraversava momenti
di allegria, il successivo non riusciva e ricadeva
nella paura, e così via.

Quando vide, attraverso i vetri del bar, che si stava
abbassando la serranda della farmacia, rincasò. Si sedette
a tavola e senza scambiare parola con la figlia e con la
cameriera, mangiò la minestrina che gli servivano, un
pezzo di formaggio e una pera che proveniva dal suo
“brolo”. Finì il suo bicchiere di vino, si alzò, comunicò
alle due donne “Io esco” e se ne andò.

Dall’istante in cui si era infilato la giacca con i tre candelotti
nella tasca posteriore a quando era rientrato in farmacia,
dopo aver lasciato l’esplosivo nel gabbiotto dell’Orto
Fascista, il Temperini non si ricordava nulla. Aveva
agito come un automa. Non ricordava di aver attraversato
la piazza mercato, di aver incontrato qualcuno lungo
il suo percorso, di aver messo i candelotti nel gabbiotto,
di essere ritornato sui suoi passi. Niente. Aveva annullato
quei momenti della sua vita come se non li avesse vissuti.
Forse, in effetti il suo corpo aveva camminato, portato i
candelotti, rimosso le viti della porticina del piccolo riparo
degli attrezzi, depositato i candelotti, richiuso la porticina,
risistemate le viti, ripercorso la strada, rientrato in
farmacia mentre la sua mente, anestetizzata dal terrore, si
era rifiutata di partecipare e di registrare quanto avveniva.
In fin dei conti meglio così. Non aveva sofferto.

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