L’ORTO FASCISTA | romanzo di Ernesto Masina | CAP. 19-20

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L'Orto Fascista di Ernesto Masina, capitoli

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CAPITOLO XIX

La mattina seguente Benedetta non andò, come tutti
i giovedì, a lavorare in albergo.

Un giorno alla settimana la sostituiva Ornella, la figlia
minore dei proprietari. Si alzò comunque molto presto,
dopo una notte agitata. Aveva sognato, quando era riuscita
a prendere sonno, situazioni strane ed allucinanti.

– Che sia la mia coscienza che si rivolta per la decisione che
ho preso? – pensò e, subito dopo, – Come troverò il coraggio
alla prossima confessione di raccontare le mie colpe? –
Ma ciò che le stava capitando era troppo intrigante per
lasciarsi invischiare in preoccupazioni e tentennamenti. In
fin dei conti aveva sopportato, a volte con vera sofferenza,
anni ed anni di castità rifiutando tutte le occasioni che le
si erano presentate. – Il buon Dio capirà – concluse. – A
suo tempo penserò come affrontare il confessore… –

Per prima cosa si lavò i capelli, cercando, mentre lentamente
si asciugavano, di dare loro una piega passabile.
Aveva ancora in casa il vecchio strumento che sua mamma
usava per arricciarli quando lei era ancora bambina.
Una specie di forbice che al posto delle lame aveva due
pezzi di ferro tondeggianti. Scaldati sul fuoco, intorno a
loro venivano avvolte ciocche di capelli. I ferri venivano
poi girati sino a raggiungerne la radice. L’importante era
riuscire a raggiungere la giusta temperatura. Se era troppo
bassa non serviva a nulla, se troppo alta poteva strina-
re i capelli cambiandone il colore.

Quando fu soddisfatta della piega presa ed aver assestato
qualche sforbiciata alle ciocche ribelli, prese dall’armadio
i tre vestiti che possedeva e li stese sul letto. Solo uno non
presentava i segni dell’età e qualche lisatura. Quindi solo
quello avrebbe potuto indossare per l’incontro. Per fortuna
l’abito, di un lieve colore celeste, era anche quello che
le stava meglio e più si adattava alla sua carnagione rosea.
Il grosso problema fu quello della biancheria intima. Era
tutta in uno stato pietoso. L’unica soluzione sarebbe stata
quella di acquistarne della nuova ma, a parte che in quei
giorni era in grosse ristrettezze finanziarie avvicinandosi
il giorno del pagamento dell’affitto, andare dalla merciaia
per acquistare biancheria intima significava ammettere
che ne aveva bisogno per presentarsi ad un uomo.

Proprio con quella pettegola dell’Antonietta che l’avrebbe
raccontato a mezzo paese, pensò.

– Sotto il vestito non metterò niente – si disse. – Così non
ci saranno intralci e i preamboli si consumeranno più
velocemente. –

Infatti quello che più temeva era il momento in cui si
sarebbe presentata al tedesco, che, magari, la avrebbe
attesa con la luce accesa.

Nei dodici anni che aveva passato con l’Angiolino non si
era mai fatta vedere, in piena luce, del tutto nuda. Quando
il suo sposo, e succedeva spesso, non usciva per andare
al bar, voleva dire che aveva voglia di fare all’amore. E
allora, senza dire neppure una parola, dopo aver rigovernato
la cucina, andava in camera da letto, si metteva
sotto le lenzuola in posizione di attesa. L’Angiolino,
come quasi tutti gli uomini, d’altra parte, non si preoc-
cupava se e quanto piacere procurasse alla moglie e se
questa simulasse o meno un orgasmo. Come un fatto
prettamente naturale, scaricava, con un grugnito animalesco,
il suo desiderio. Un frettoloso bacio della buona
notte e si girava dall’altra parte. Dopo pochi minuti si
addormentava russando.

Benedetta non aveva mai preteso o cercato qualche soluzione
che la appagasse in qualche modo e non la facesse
sentire un semplice oggetto. Non ci aveva neanche mai
pensato. Le era stato insegnato che le donne esistevano
per servire, appagare i mariti e dar loro dei figli. “Ricevere”
il marito e lasciare che soddisfacesse le proprie
voglie faceva parte dei suo compiti.

Per tutta la giornata non uscì di casa. Continuava a fare
lavoretti inutili mentre il nervosismo le montava addosso.
Cercava di non pensare alla sera ma ricadeva sempre
sullo stesso pensiero. Forse, anche per rilassarsi avrebbe
potuto recitare un rosario. Ma non poteva chiedere alla
Madonna che facesse andare bene il compiersi di un peccato.

Le sembrava un controsenso.

Dopo aver cenato con un pezzo di pane e un po’ di formaggio
– non aveva assolutamente appetito – si sciacquò
più volte la bocca.
– Mi bacerà? – si chiese pensando anche se non fosse il
caso di lavarla con acqua e sapone.
Poi decise che, uscendo di casa per andare all’appuntamento,
avrebbe masticato un paio di foglie della pianta
di menta che aveva sul davanzale, per essere sicura di
avere un alito fresco. Sorrise tra sé: questa era veramente
una buona idea.

Quando il campanile suonò i rintocchi delle 21 e 15, e
stava per iniziare il coprifuoco, uscì di casa avvolgendosi
intorno alla testa e alle spalle uno scialle nero, per cercare
di nascondersi ad eventuali occhi indiscreti e per ripararsi
da una pioggerellina gelida che aveva cominciato a cadere.
Non tremava ma non riusciva a governare bene le proprie
membra, tanto era il nervosismo che l’aveva presa.

Aveva deciso di non passare per la strada principale per
raggiungere l’albergo. Aveva preso la stradina che costeggiava
il retro della villa De Michelis, poi a sinistra verso
il lavatoio.

Salì i cinque scalini che portavano alla piazza ma non la
attraversò. Girò davanti alla casa dei fratelli Silestrini,
passò davanti alla latteria e quindi, raggiunta la casa dei
Romelli, sempre costeggiando il lato sud della piazza,
dopo pochi passi entrò nel portone che portava al retro
dell’albergo Fumo verso i campi da bocce.

Da qui tutto fu più semplice. La strada all’interno dell’albergo
la conosceva a memoria, tante erano le volte
che ne aveva percorso scale e corridoi. Il buio non le
creava alcun impedimento.

Iniziò a salire le scale quando il campanile suonò la
mezza. Giunta al primo pianerottolo fu presa da un attacco
di panico. Non riusciva quasi più a respirare e
sudava abbondantemente. Si sedette sugli scalini cercando
di riacquistare la calma. Piano piano ci riuscì, ma
ancora non era sicura che le gambe la reggessero. Con lo
scialle umido si asciugò il sudore dal viso. Annusò le
ascelle per accertarsi che queste non mandassero odore.
Si tolse le scarpe per compiere la stessa ispezione. Quindi
riprese la salita a piedi nudi. I muscoli delle gambe, seppure
un po’ contratti, adesso rispondevano bene.

CAPITOLO XX

Il Russì aveva prelevato due candelotti avvolti nella tela
cerata dal gabbiotto degli attrezzi dell’Orto Fascista
senza accorgersi della presenza del terzo che era uscito
dall’involucro.

Li aveva nascosti sotto il tabarro e si era avviato verso la
Piazza Mercato con molta circospezione. Improvvisamente
da una porticina era sbucata una donna con la
testa e le spalle avvolte in un lungo scialle. Per non essere
visto si nascose nell’ombra di un portone.

– Qualcuna che va a vegliare qualche malato – aveva
pensato.

La sera era fredda e quella pioggerellina gli dava fastidio
e qualche preoccupazione. Temeva che le micce soffrissero
l’umidità e potessero non bruciare bene.

Continuò verso la piazza e si fermò nella zona d’ombra
del lavatoio. Avrebbe atteso che tutte le ante delle finestre
che davano sulla piazza venissero chiuse. Luce non
ne sarebbe filtrata, essendo tutte mascherate per rispettare
l’oscuramento.

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