L’ORTO FASCISTA | romanzo di Ernesto Masina | CAP. 31-32

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L'Orto Fascista di Ernesto Masina, capitoli

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CAPITOLO XXXI

Le due donne rimasero sole nella stanza. La prostituta
si avvicinò a Lucia che continuava a singhiozzare
mentre il corpo si rannicchiava su sé stesso in posizione
fetale. La donna si sedette sulla sponda del letto e incominciò
ad accarezzare il viso della maestra con affetto
materno, mentre dalle sue labbra usciva un suono leggero
e musicale, una cantilena rassicurante, come quando
le mamme cullano i loro piccoli.

A poco a poco i singhiozzi si diradarono, il corpo sembrò
distendersi e quando il respiro divenne regolare, Lucia,
prostrata, si addormentò.

La donna continuò ad accarezzarla, le prese delicatamente
il viso, se lo pose in grembo e cominciò a cullarla.
Quando fu certa che Lucia dormisse profondamente,
uscì dalla stanza e chiese di parlare con il funzionario.
Questi, dopo aver somministrato una strigliata e, forse,
qualche calcio nel sedere al poliziotto che aveva aperto
la porta a Lucia, si era rintanato nel proprio ufficio cercando
di decifrare l’accaduto: quali conseguenze avrebbe
potuto avere su di lui e cosa fare della moglie del
Podestà di Breno.

Sapeva che questi era molto ben ammanicato con camerati
in alto luogo. Per colpa di quel deficiente di un sottoposto,
avrebbe potuto avere la carriera stroncata o,
ancor peggio, ritrovarsi con l’ordine di un temutissimo
trasferimento in Sardegna.

Quando gli comunicarono che la prostituta voleva conferire
con lui, la fece immediatamente accomodare nel
suo ufficio e la ascoltò con atteggiamento deferente. Fu
assolutamente d’accordo che poteva rimanere accanto a
Lucia sino al suo risveglio e ordinò a un suo collaboratore
di recarsi al vicino casino per giustificarne il ritardo.

CAPITOLO XXXII

Nel frattempo don Cappelletti, rivestitosi frettolosamente,
aveva raggiunto l’uscita e se ne era andato
sbattendo la porta. In strada si era messo a correre in
direzione della stazione ferroviaria. La sua mente sconvolta
nemmeno si accorgeva della curiosità che suscitava
nelle persone che incontrava e che, qualche volta, nella
foga della corsa, urtava.

Giunto in stazione ebbe la fortuna di trovare il treno in
partenza, vi salì, cercò uno scompartimento vuoto, si sedette
nel posto vicino al finestrino e si abbassò il cappello
sugli occhi fingendo di dormire. Ebbe la fortuna che sul
treno ci fossero pochi passeggeri e che nessuno andasse a
sedersi vicino a lui. Anche il controllore, pensando dormisse,
passò oltre. E fu davvero una fortuna perché il
prete, nella fretta, non si era neppure lontanamente preoccupato
di acquistare il biglietto.

Cercava di ricostruire quanto era avvenuto, ma non
riusciva a mettere insieme neppure due minuti delle ultime
ore. Continuava a pensare alla maestra, non capiva
cosa ci facesse a Brescia, in quel triste posto, in quel letto
ove era entrata, sembrava, consenziente.
Che avesse una doppia vita? Che, malata di masochismo,
accettasse come sofferenza di prostituirsi più o meno a
pagamento?

Cosa sarebbe successo adesso, quando in qualche modo
la cosa si sarebbe risaputa? O da una parte o dall’altra
qualcuno avrebbe parlato.

Come avrebbe potuto giustificare il suo comportamento
sessuale e, soprattutto, il suo coinvolgimento con la polizia
politica?

Sentiva un gran freddo e un tremore interno come quando
si è aggrediti da una febbre violenta. Rimase fermo, rannicchiato
al suo posto sino a quando il treno non giunse –
in un periodo brevissimo, almeno gli sembrò – a Breno.
Scese velocemente e, senza rispondere ai saluti che qualche
parrocchiano gli rivolgeva, quasi di corsa si diresse
verso la casa parrocchiale.

Entrato si rivolse bruscamente alla sua perpetua:
“Elvira, una tazza di vino caldo! Portamela in camera.
Sto male, anzi, sto malissimo. Sono ammalato, molto
ammalato. Lasciami il vino sul comodino e poi non disturbarmi
più. Starò malissimo anche domani. Quindi,
dopo, vai dal don Arlocchi e digli che mi deve sostituire
questa sera ai Vespri e domani mattina alla messa delle
otto. E di non prendere impegni per i prossimi giorni
perché io non so quando starò meglio”.

“Le devo chiamare il medico, signor curato?” chiese, premurosa,
l’Elvira.

“Allora non mi stai a sentire!” rispose strillando il prete.

“Ho detto che non voglio vedere nessuno, non voglio
parlare con nessuno. Insomma! Dillo anche al coadiutore.
Che non gli venga in mente di venirmi a trovare!”
Tracannò il bicchiere di vino caldo, si infilò la camicia da
notte ed entrò nel letto. Mise la testa sotto il cuscino e
cercò di calmarsi. Doveva ragionare, assolutamente. O
forse era meglio che cercasse di dormire, di annegare i
pensieri nel sonno per qualche ora e tentare di riprendersi
sia mentalmente che fisicamente? Però non riusciva né
ad addormentarsi né a calmarsi. Si ritrovò a pensare a
quando era bambino e viveva con i genitori in una piccola
casa insieme ai tre fratelli minori.

A otto anni era già stufo di quella vita. Il padre alla sera
era perennemente ubriaco; la madre, stravolta dalla fatica,
per cena non riusciva quasi mai a trovare il necessario
per sfamare lui ed i tre fratellini. Nonostante l’età, era un
bambino molto sveglio, intelligente ed acuto. Sapeva
ragionare come un adulto ed era, soprattutto, furbissimo.

Gli sarebbe piaciuto diventare maestro, forse perché desiderava
apprendere, forse anche perché il suo subcosciente
gli suggeriva che quella del maestro non era una gran
professione ma dava comunque uno stipendio sicuro e la
possibilità di vivere rispettosamente. Tuttavia la sua famiglia
non avrebbe mai trovato i soldi per farlo studiare.
L’unica alternativa era quella di tentare di farsi prete. Ci
pensò a lungo e poi, per studiata convenienza e senza
sentire alcuna vocazione, espresse alla mamma il desiderio
di entrare in seminario.

Lei, entusiasta, sia perché, almeno a quei tempi, un figlio
in seminario dava sempre lustro, e soprattutto perché si
eliminava una bocca da sfamare, era andata con lui a parlarne
col Parroco.

Da quel giorno don Pompeo aveva iniziato a mentire
con sé stesso e con tutti quelli che lo circondavano. Al
Parroco fece credere di essere veramente attratto dalla
vita religiosa e che sentiva che Gesù lo voleva con lui.
Inventò anche uno strano sogno che raccontò al Parroco
ed alla mamma. Si trovava in mezzo a una folla di gente
miserabile. Nello zainetto aveva una mela e un panino
con il formaggio. Aveva molta fame ma, impietosito da
chi stava sicuramente peggio di lui, aveva donato la mela
a una donna incinta e poi, preso il panino, ne aveva strappato
dei piccoli bocconi che aveva cominciato a distribuire.

Più ne distribuiva più il panino si ingrossava ed era
così riuscito a sfamare tutti. Alla fine, dalla folla gli veniva
incontro un bambino, scalzo e vestito miseramente.
Gli sorrideva, lo prendeva per mano e lo conduceva in un
bellissimo giardino pieno di fiori e di frutti. Fu allora che
egli aveva riconosciuto in lui Gesù Bambino. Da quella
notte, continuò a raccontare Pompeo, il suo più grande
desiderio fu di mettersi al servizio degli altri.
Il Parroco rimase impressionato da quelle parole e assicurò
la mamma che ne avrebbe parlato con i suoi superiori
e con il Direttore del vicino seminario.

L’ingresso al seminario avvenne un triste giorno di novembre.
Cadeva una fine pioggerellina gelata che inzuppava
la povera giacchetta ed il cappellino che Pompeo
indossava. Il Parroco, che lo stava accompagnando a quella
che sarebbe stata per lungo tempo la sua nuova dimora,
era munito di un grosso e largo ombrello di colore
verde, ma non si era preoccupato di riparare il suo giovane
parrocchiano che gli trotterellava alle spalle cercando
di tenere il suo passo spedito.

In quella stagione il seminario sembrava ancora più tetro.
All’interno regnava un silenzio che rimbombava
contro le alte volte dei larghi corridoi. Raramente da
un’aula giungeva la voce di un docente infervoratosi su
qualche argomento o intento a sgridare un allievo distratto
o ignorante.

Pompeo ebbe la tentazione di girarsi, abbandonare
Parroco e seminario e, correndo, ritornare a casa maledicendo
quanto si era inventato.

Ma non ne ebbe il tempo. Erano arrivati davanti alla
porta dell’ufficio del Rettore e il Parroco, presolo per un
braccio, lo spinse all’interno facendolo inginocchiare davanti
al vecchio prete che dirigeva con polso, anche troppo
rigido, docenti e scolari.

“E dunque tu vorresti servire Dio abbandonando i piaceri
del mondo?” Il Rettore si rivolse a Pompeo quasi continuando
un discorso iniziato prima dell’ingresso del bambino.
Non ricevendo alcuna risposta, anche perché il ragazzo
stava pensando a quali potessero essere i piaceri del mondo
che desiderava abbandonare, avendo sino ad allora conosciuto
solo povertà e solitudine, il vecchio prete riprese:

“Qui avrai tempo per studiare e meditare sulla tua scelta,
per rafforzare la tua fede e per capire se effettivamente
sei destinato ad essere un ministro di Dio, a seguire il
Vangelo ed a predicare la Buona Novella. Vedremo, vedremo.”
Poi, rivoltosi al Parroco: “Parroco, vi faremo sapere.
Ci auguriamo che il ragazzo abbia le giuste qualità
e una vera vocazione. Sarebbe triste dovervi richiamare
per venire a riprendere la vostra pecorella.”

Si alzò dall’imponente poltrona sulla quale era seduto,
porse la mano al Parroco che, fatto un cenno di saluto al
bambino, si girò e lasciò la stanza.

Il Rettore si infilò la stola, prese per le spalle Pompeo guidandolo
verso un inginocchiatoio. Si sedette sulla poltrona
accanto e invitò il bambino a confessarsi. Non aveva
molti peccati da ammettere un bambino di otto anni che
aveva vissuto in una povera casa. Non aveva commesso
peccati di gola, non potendo trovare in casa dolci o prelibatezze
sconosciute; era troppo giovane per praticare quelli
della carne; nessun motivo di invidia verso gli altri ragazzi
poveri come lui; bestemmie nemmeno a pensarlo, tanto
erano orribili quelle che il padre lanciava dal baratro delle
sue sbronze. Eppure la confessione durò oltre un’ora. Il
vecchio prete, appigliandosi ad ogni occasione che il bambino
gli dava, fosse una insicurezza o un dubbio, scavava
nell’animo del nuovo seminarista per conoscerne la vera
natura. Alla fine non era riuscito a capire molto della sua
indole ed era, comunque, alquanto perplesso. Tutte le
risposte del bambino sembravano studiate non per apparire
migliore ma per ingraziarsi l’affetto e la considerazione
di chi lo stava esaminando.

Infatti il piccolo Pompeo aveva capito subito che quella
non era una vera confessione, ma un esame che doveva
assolutamente superare se voleva rimanere in seminario.
E sapeva che la prima impressione sarebbe rimasta a
lungo nella mente del Rettore e avrebbe potuto condizionare
la sua vita nei prossimi anni.

Vi erano solo due altri bambini in seminario: uno suo
coetaneo ed uno di un anno più grande. Studiava con
loro anche se Pompeo era molto meno preparato. Il maestro
però lo aveva preso in simpatia e cercava di aiutarlo
in tutti i modi con estrema pazienza.

La vita del seminario gli apparve subito gradevole. La
sveglia alle sei non lo disturbava, essendo la stessa ora alla
quale si svegliava a casa; al freddo della camerata e dei
bagni era abituato. Lo disturbava un poco la comodità
del letto: il materasso di lana era troppo morbido per lui,
che a casa dormiva su un saccone ripieno di foglie secche
di granoturco.

Finita la messa, tutti si recavano in refettorio dove, in
vere tazzine, veniva servito del latte caldo e pane in abbondanza.

Il primo giorno Pompeo ritenne che quello fosse l’unico
pasto sino alla cena. Si riempì di pane e di latte. Scolò
anche le tazze di qualche vicino che, ormai sazio, non
aveva finito di bere il latte freddato. Non essendo il suo
stomaco abituato a tali scorpacciate dovette correre, nel
corso della giornata, molte volte alla latrina in preda ad
una violenta dissenteria.

A parte le lunghe ore trascorse a pregare in cappella, dove
si annoiava mortalmente, e quelle passate ad ascoltare la
vita dei santi, il resto della giornata era piacevole. Apprendere
era un suo grande desiderio; il mangiare, anche
se il cuoco sembrava mettercela tutta per rovinare qualsiasi
pietanza, era abbondante; i momenti di svago brevi
ma abbastanza divertenti.

Pompeo era sempre vigile nell’eseguire gli ordini del Prefetto
e di tutti i maestri e professori: voleva suscitare la
migliore impressione possibile ed evitare punizioni a
volte dolorose, come quando si era costretti a rimanere
inginocchiati, per lunghi periodi, sul pavimento cosparso
di lenticchie secche.

Approfittando del fatto che aveva destato tra i convittori
simpatia, riusciva spesso a intrufolarsi nei pensieri reconditi
anche dei ragazzi maggiori di lui e a riceverne
confessioni indiscrete. Dopo averle ricevute, Pompeo,
lasciato passare un certo periodo di tempo per non scoprirsi,
trovava la scusa per riportarle agli insegnanti. Non
sfacciatamente, da spia, ma da amico preoccupato di chi
gli aveva fatto le confidenze. Questi gradivano le notizie
che potevano permettere un più approfondito controllo
sui ragazzi ed il più delle volte lo incitavano a continuare
ad informarli. Pompeo, in cambio di questo metodo
che usava tradendo gli amici, ebbe, se non riconoscimenti,
almeno la benevolenza dei superiori. Continuò per
anni questo modo di fare, affinandolo. Riusciva sempre
meglio ad entrare nelle confidenze degli altri seminaristi
e a riportare maggiori dettagli della loro vita interiore.

Tanti ragazzi furono puniti o costretti a lasciare il seminario
in conseguenza delle confidenze fatte a Pompeo.

La cosa era particolarmente importante soprattutto
quando si parlava di un argomento vietatissimo: il sesso.
Tale argomento era, allora molto più di oggi, l’ossessione
di tutti gli insegnanti di tutti i seminari. L’opera più
malefica del diavolo! E per questo di grande attrattiva.
Almeno a parole. E di parole sull’argomento se ne spendevano
molte anche tra i compagni di Pompeo che, ad
ascoltare quei discorsi, traeva un certo piacere. Un’anticipazione
di quello che avrebbe provato più avanti nella
sua vita di confessore.

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