L’ORTO FASCISTA | romanzo di Ernesto Masina | CAP. 33-34

0
L'Orto Fascista di Ernesto Masina, capitoli

 

torna all’indice dell’opera

CAPITOLO XXXIII

Lucia si svegliò solo alle quattro del pomeriggio. Le
girava leggermente la testa e non riusciva a capacitarsi
di dove fosse. Si accorse di essere nuda sotto le lenzuola
e questo la sconvolse.

Accanto al letto vi era una sconosciuta che le stava accarezzando,
le sembrò con affetto, i capelli e il viso.

Improvvisamente ricordò. Il suo arrivo all’ufficio dell’Ovra,
la strana accoglienza ricevuta, di essersi spogliata e,
nuda, di essersi infilata nel letto già occupato da quel viscido
verme del Parroco, le sue mani sudaticce che la toccavano,
il viso sopra il suo mentre cercava di violentarla.
Ricominciò a tremare mentre la donna continuava ad
accarezzarla, a sorriderle. Un dolce suono, forse una
nenia, usciva dalle sue labbra.

Dove era adesso? Era stata rapita per essere trasportata…
dove? Era stata venduta come schiava? Dove era? Doveva
assolutamente saperlo ma non riusciva ad articolare un
suono, una parola per chiederlo.

Finalmente la donna le parlò con un forte accento
emiliano.

“Stai tranquilla, è finito tutto. Adesso Carla, che sarei io,
ti aiuta a rivestirti per tornare alla tua casa. A proposito,
hai un marito, dei figli? Dove abiti?”

“A Breno” rispose Lucia, grata a quella donna che si stava
occupando di lei e sembrava la volesse proteggere. “Sono
sposata, sì, ma non ho figli. Non te ne andare, non
lasciarmi sola, ti prego!” supplicò quando la donna si
alzò diretta verso la porta. Questa si voltò e le sorrise di
un sorriso dolcissimo, nonostante i lineamenti tutt’altro
che delicati.

“Non ti preoccupare, non ti lascio. Prendo solo i tuoi
vestiti dalla seggiola dove li hai lasciati”.

Aiutò Lucia a vestirsi, commentando, per metterla a suo
agio, la finezza della biancheria intima e l’eleganza del
tailleur grigio fumo che dava, così bene, risalto alle sue
forme. Finalmente un sorriso apparve sul viso della giovane
donna, grata per l’affetto dimostrato nei suoi confronti
e anche per quel tanto di civetteria, tutta femminile,
così sensibile agli apprezzamenti.

Quando Lucia si fu rivestita, la prostituta, che per una
volta nella sua vita si sentiva importante, padrona di
prendere delle decisioni, aprì la porta della camera e,
affacciatasi in corridoio, urlò in direzione del piantone:
“Ehi tu, pelandrone! Chiama subito il commissario e che
si spicci a venire”.

Questi arrivò veramente di corsa, si genuflesse, quasi,
davanti alla maestra. Entrò nella stanza e chiuse la porta
alle sue spalle.

Imbarazzatissimo, rosso in viso e leggermente tremante
si rivolse a Lucia con un “Non so cosa dire, non so proprio
cosa dire. Quale sia il mio imbarazzo ed il mio dolore,
lei non può credere. Qualsiasi cosa possa fare mi dica
e la farò. Qualsiasi, veramente qualsiasi”.

Lucia non aveva né voglia né coraggio di guardarlo in
faccia, ma doveva farlo. Doveva riuscire a capire che tipo
di uomo fosse e se si poteva fidare di lui.

“Commissario, io desidero solo che nulla si sappia. Qui
oggi non è successo nulla. Lei capirà: io non posso perdere
la mia reputazione per una brutta avventura mal gestita.
Io qui sono parte offesa e come tale devo essere trattata
con il massimo rispetto. Le farò sapere le mie decisioni
e lei, se è un uomo di onore, ad esse si atterrà scrupolosamente.

Uno scandalo non gioverebbe neppure a lei né
ai suoi diretti superiori. La prego, mi faccia chiamare un
carrozza che voglio raggiungere la stazione al più presto”.
“Per carità, signora!” rispose il commissario inchinandosi
nuovamente. “Ho messo a sua disposizione la nostra
macchina di servizio e un autista. Si faccia portare dove
vuole e la tenga al suo servizio per tutto il tempo necessario.”
Poi, sempre più premuroso: “Posso offrirle, che
so, un caffè, un cordiale, qualsiasi cosa, signora?”
La prostituta lo stava guardando con un sorrisino malizioso
sulle labbra. La divertiva vedere quell’uomo, considerato
potente, tutto servile e spaventato. Quando il commissario
se ne accorse, si rivolse a lei con voce arrogante:

“E tu cosa ci fai ancora qui? Saluta, ringrazia la signora e
togliti dai piedi!”

Lucia rimase dapprima meravigliata dalla trasformazione
del tono di voce del commissario e poi si infuriò per i
modi villani e prepotenti.

“Non si permetta di usare questo tono arrogante con
questa signora!” urlò. “Né io, né lei, soprattutto lei,
abbiamo la gentilezza e la bontà d’animo di questa donna.
La rispetti e, per favore, le chieda scusa!”

Carla, a quelle parole, stava per mettersi a piangere tanto
era la commozione e la gioia. Fu ancora più felice quando,
dopo le scuse del commissario, Lucia le si avvicinò,
la abbracciò con molto calore e le diede due affettuosi
baci sulle guance.

“Grazie” le sussurrò all’orecchio mentre gli occhi le tornavano
lucidi. Quei momenti, per Carla, furono tra i più
belli della sua vita.

CAPITOLO XXXIV

Il Commissario l’aveva accompagnata sino alla porta
continuando a ripetere:

“Mi tenga a sua completa disposizione. Mi faccia sapere.
Io qui sono ai suoi ordini. Mi faccia sapere, per favore. E
ossequi al signor Podestà. I miei rispetti a lei a al suo
signor marito. E buon viaggio, buon ritorno a casa. E tu,
Giovanni” disse rivolgendosi all’autista, “fa’ tutto quello
che ti chiede la signora, la porti dove vuole andare. E
non andare veloce, sii prudente, che non possiamo far
correre alcun pericolo alla signora. Hai capito? Hai capito?
E allora rispondi, perdio! Hai salutato la signora? Sei
sempre il solito villano. Insomma signora ricordi sempre:
al suo servizio e rispetti al signor Podestà.”

Aprì la porta della Fiat 1500. Aiutò Lucia a sistemarsi sul
sedile posteriore sostenendola per un braccio e, dopo un
rapido saluto fascista, chiuse la porta e fece cenno all’autista
di partire.

Finalmente Lucia poteva rilassarsi ed iniziare a pensare
quale comportamento tenere con il marito e con
il Parroco.

Il Commissario sicuramente avrebbe mantenuto il segreto.
Ne aveva tutto l’interesse. Il Parroco ancora più del
commissario.

Tuttavia, mentre con il primo non avrebbe più avuto
contatti, se non cercandoli, con il secondo le occasioni di
un incontro sarebbero state continue. Che dire al marito?

Dargli una preoccupazione in più, ora che ne aveva già
tante dopo la morte del tedesco? E poi, in fin dei conti,
quello che era successo era stato sgradevole, sgradevolissimo
ma privo di conseguenze. Lei era stata violentata moralmente,
ma fisicamente non le era successo nulla.

E il marito cosa avrebbe potuto fare? Chiedere il trasferimento
del commissario e forse anche quello del prete?
Con il rischio di dover mettere tutto in piazza, perdendo
prestigio lui e onore lei.

Quello che più desiderava era arrivare a casa. Si sentiva
sporca dentro e fuori. Fare un bel bagno l’avrebbe aiutata
a pulirsi solo esternamente, ma era già qualcosa.
Si lasciò cullare dall’andatura della comoda auto che,
lentamente e con estrema prudenza, affrontava le numerose
curve della strada che correva lungo le sponde del
lago d’Iseo.

Giunta a Pisogne, ricordò l’avventura con il Manucelli,
il Segretario Provinciale che sperava di farla sua ma che
si era rimediato solo una notte di febbre e di brividi.
Ricordò tutti i particolari, tutti i preparativi predisposti
dal Manucelli e vanificati dai sintomi di quella strana
malattia che lo perseguitava. E se tutto fosse andato, invece,
come predisposto? Adesso lei come si sentirebbe?
Non volle darsi una risposta anche perché non riusciva,
tra quei ricordi, a togliersi dagli occhi lo strano sguardo
di quello che avrebbe potuto diventare il suo amante
mentre lei lo accudiva. Lo sguardo non del fiero combattente
fascista, ma piuttosto quello di un cucciolo d’uomo
bisognoso di affetto ed assistenza. “Da donna di piacere
a crocerossina” pensò e le venne da sorridere.

Finalmente, superata la salita che portava al paese, la Fiat
1500 giunse a Breno. La donna indicò all’autista il percorso
per raggiungere la sua abitazione e finalmente il
viaggio ebbe termine.

Lucia ringraziò Giovanni, si complimentò per la guida e
lo pregò di non scendere dall’auto per non dare sospetti.
Aperta la portiera se ne andò.

Usò le chiavi per entrare e quasi si scontrò col marito che
stava uscendo per andare ad una delle ormai giornaliere
sedute comunali.

I saluti furono frettolosi. Lucia disse di essere stanchissima
e con un gran mal di testa. Il Podestà non si dichiarò
in pensiero per il suo ritardo, ed essendo atteso a una
riunione che sarebbe stata importantissima, le diede un
breve bacio sulla guancia ed un arrivederci a domani.
Dopo un lungo bagno, Lucia si scaldò una grossa tazza
di latte, sperando che le propiziasse il sonno.

Si mise a letto. Domani sarebbe stato, dopo una buona
notte di riposo, il giorno per prendere le giuste decisioni.

Clicca per votare questo post
[Total: 0 Average: 0]

Comments

comments

Lascia una risposta (la prima volta la redazione deve accettarla)

Per favore lascia il tuo commento
Per favore inserisci qui il tuo nome