📕 Persone oltre le pose ter – ATTO FINALE | 📮 IL RACCONTO DELLA SETTIMANA/15

La mia bici è vecchia, mal messa, scrostata. Ha un colore prevalente azzurro, ma la forcella anteriore, oltre ad essere leggermente fuori asse, è arrugginita ai lati, dove la vernice è via via saltata per effetto dell'uso e qui prevale il marrone

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Umberto Tanghetti, scrittore

PERSONE OLTRE LE POSE TER – racconto di Umberto Tanghetti

La mia bici è vecchia, mal messa, scrostata. Ha un colore prevalente azzurro, ma la forcella anteriore, oltre ad essere leggermente fuori asse, è arrugginita ai lati, dove la vernice è via via saltata per effetto dell’uso e qui prevale il marrone.

È di terza mano: comprata usata da mia sorella, me l’ha passata al mio arrivo a Padova.

Potremmo considerarla di quarta mano, perché per due mesi me l’hanno rubata e l’ha usata qualcun’altro.

Il suo ritrovamento è stato rocambolesco: mia sorella l’ha vista legata ad un palo vicino alla stazione: ” La mia bicicletta! ” (che poi era già mia) ha esclamato indicandola col dito e in preda a trance agonistica, risoluta ha sancito:

“Io attacco un post-it sulla sella, gli dico che la bici è mia e lascio il mio numero di telefono!”

 

Ho pensato fosse velleitaria, romantica, illusa.

Ho cercato di convincerla a lasciar perdere:

“E se il tipo fosse stato un teppista? “

 

Quello stesso pomeriggio il “proprietario” ci ha chiamato e ci ha riportato la bici.

Era uno studente fuori sede che l’aveva comprata da uno che ne aveva una serie.

Mia sorella a quel punto ha voluto esagere:

“Al mio compagno di corso hanno rubato la bici lo stesso giorno, era legata alla mia. Manopole rosse, sella arancione, manubrio di una Graziella: una Chimera, più che una bici!

Dentro di me ho pensato le stesse cose di prima: velleitaria, romantica, illusa, ma non ho proferito parola, incrociando le dita.

Le ha riportato anche quella.

Due a zero per mia sorella.

 

Ecco perché la mia bici di Padova è di terza mano, quasi quarta.

La pedivella di destra è consunta: quando pedalo il perno centrale è lasco e l’inizio della fase di spinta è incerto, fa un tratto nel vuoto e poi prende trazione.

Così quando vado emetto un suono caratteristico: “Tatlàc….tatlàc….tatlàc”.

La ruota anteriore cigola per via della forcella fuori asse (tatlàc…gnichignichi…tatlàc….gnichignichi…tatlàc…) ed il fanale anteriore emette un lumino da ultima spiaggia, come la speranza di essere visti al buio, quasi nulla..

Però mi sentono arrivare e si spostano!

 

Padova è perfetta per la bici, il Gran premio della montagna è all’antica colonna, ben 11 metri sul livello del mare..

 

È mattina, salto sul fido destriero e tatlàc, gnichignichi, percorro via Beato Pellegrino, piazza Mazzini e poi a destra lungo via Giotto verso la facoltà.

Mi fermo al passaggio pedonale e non stacco i piedi dalle staffe, mi appoggio con la destra al semaforo e aspetto.

Devo attraversare corso del Popolo per entrare nei giardini Giotto dove si trova la Cappella degli Scrovegni: ci passo accanto ogni mattina come se fosse una cosa normale respirare, gratuita, l’aria di Giotto.

Che grande fortuna!

 

Intanto aspetto e comincio a guardarmi la mano: copre parzialmente un adesivo, la cosa mi stuzzica e sposto la mano.

A caratteri cubitali risuona : “VAI IN MONA!”

Rido, mi sono appena mandato in mona da solo ed il cerchio si chiude.

Dimmi dove mi mandi e ti dirò chi sei!

I padovani ti mandano in mona, in vagina, sottintendendo per altro un complemento di specificazione non secondario: ” de to mare”( di tua madre ).

Alle orecchie di un forestiero quest’ offesa potrebbe suonare incestuosa, ma non è quella l’idea.

Non ho mai creduto all’intento di voler offendere il mal capitato e la sua mamma, è una lettura troppo banale.

Siamo a Padova, perdinci!

Tra 2 anni ottocentesimo compleanno dell’università!!

Tutto nasce dalla scuola aristotelica patavina e il “va’ in mona de to mare” riconduce diretto allo smembramento programmatico delle quattro cause di Aristotele: tu che non hai essenza, che non hai materia, che non hai una causa efficiente che ti dà un senso, tu che non hai uno scopo nella vita, riavvolgi il nastro, ripercorri a ritroso la tua esistenza e ritornatene da dove sei venuto!

Ritorna nella vagina di tua madre e possibilmente, prima del concepimento.

In una parola: “implodi! “

 

In questa sfera paiono interessanti gli epiteti che si attribuiscono allo sciocco (diremmo al “coglione” in un italiano colloquiale, diremmo “mona” in padovano, perché la mona qui è versatile nell’accezione);

a Padova, si diceva, lo sciocco viene definito anche “goldón” (risentendo dell’influenza veneziana), cioè è un preservativo che impedisce ad un’idea o ad un pensiero di nascere.

Il goldone come impedimento.

Il goldón come accidente messo di traverso.

Poi, in un climax crescente, se uno è davvero stupido, senza speranza, diventa un “goldón sbusà”(bucato), cioè un impedimento così stupido da non riuscire ad impedire niente.

Doppio salto mortale, estrema raffinatezza!

 

E con questo si conclude la perlustrazione degli orefizi corporei che, in un viaggio d’Italia entusiasmante, mi fanno vedere molti tratti comuni, condizionati dalla storia e dalle culture dei luoghi.

Si è parlato di bocche, deretani, vagine in un crescendo boccaccesco che non deve distogliere dal fulcro della questione: trovare tratti comuni ed apprezzare, ridendo, le differenze così da essere un unico, inimitbile, grande popolo.

Essere persone oltre le pose, oltre al luogo comune.

 

E aora Umberto ti ga finìo?

Vara che ‘l Bepi me spèta per o spriss in piassa dee erbe (quèa co a fontana, mona!

Quèa senza fontana sè piassa dea frutta!)

Mi so stanco de spetarte, ma quanto te parli?!?! No te se suga a bocca?

Seto cossa  te digo?

Va’ in mona to mare! Ti me ga rotto i maroni..

Te speto là, offri ti..

 

E allora Umberto hai finito?

Guarda che Giuseppe mi aspetta per lo spirtz in piazza delle erbe (quella con la fontana, coglione!

Quella senza fontana è piazza della frutta!)

Sono stanco di aspettarti, ma quanto parli?!?

Non ti si asciuga la bocca? Sai cosa ti dico? Enkület, Suca, Va’ in mona!

Mi hai rotto i maroni.

Ti aspetto là, offri tu! 

Tramonto, foto generica da Pixabay UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

Umberto Tanghetti, nato il primo ottobre 1977 ad Alcamo (Tp) da padre bovegnese e madre alcamese, cresce e vive a Concesio. Dopo la maturità classica al liceo Arnaldo di Brescia, prosegue gli studi a Padova, dove si laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche.
Oggi lavora in farmacia a Brescia ed è tornato a vivere a Concesio.
“Non ho mai pubblicato per nessuno – scrive presentandosi – non ho miti letterari, ma grande stima per molti intellettuali: amo Calvino,i paesaggi di Čechov, la profondità di Dostoevskij… Ma se dovessi citarne solo uno citerei Primo Levi tirato dalla vita sui libri per testimoniare l’impossibile”.

LEGGI I RACCONTI DI UMBERTO TANGHETTI PUBBLICATI SU BSNEWS.IT A QUESTO LINK

Ultimo aggiornamento il 15 Ottobre 2020 23:13

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Ultimo aggiornamento il 15 Ottobre 2020 23:13

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