🔻 “Ma vuoi mettere la libertà”? La doppia follia di Alda Merini e Maria Teresa Cipani 🔺DAL GRUPPO G9

Una serata di vent’anni fa al Vittoriale di Gardone Riviera sulla Poesia del Novecento, promotrice dell’evento Maria Teresa Cipani. Volto poetico del meeting Alda Merini...

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Alda Merini con Vittorio Sgarbi, foto BAMS, Vittoriale 2000, autorizzazione Maria Teresa Cipani.

MA VUOI METTERE LA LIBERTÁ”? LA DOPPIA FOLLIA DI ALDA MERINI E MARIA TERESA CIPANI

di Pino Mongiello – Una serata di vent’anni fa al Vittoriale di Gardone Riviera sulla del Novecento, promotrice dell’evento Maria Teresa Cipani. Volto poetico del meeting Alda Merini.

Quasi una maratona che si protrasse fino a notte inoltrata.

Era il 2 settembre 2000: il teatro all’aperto, gremito in ogni ordine di posti; due maxischermi posizionati sul lungolago perché anche gli ultimi vacanzieri si sentissero parte dell’evento. Sullo sfondo, la striscia dell’isola del Garda, orlata di cipressi, spiccava dal buio in mezzo al lago, illuminata a giorno dalle fotoelettriche.

La scenografia fiabesca e suggestiva l’aveva pensata e voluta Maria Teresa Cipani; lei aveva anche scelto i protagonisti della serata: Vittorio Sgarbi, Gino Paoli, Vanni Corbellini, Manlio Sgalambro, Alda Merini.

Maria Teresa Cipani, foto BAMS, Vittoriale 2000, autorizzazione Maria Teresa Cipani.

Maria Teresa aveva vagheggiato da tempo quel suo progetto, l’aveva immaginato in ogni dettaglio, l’aveva proposto al Ministero dei Beni Culturali, che ne concesse il patrocinio, era convinta che la sua idea potesse trasformarsi in un format da replicare e portare in giro per l’Italia. Si lasciò ammaliare dalla sua idea al punto di finanziarla, lei sola: quella creatura era sua e ne era divenuta gelosa. Il Vittoriale le aveva spalancato le porte e le aveva messo a disposizione, oltre all’emiciclo e al palcoscenico, il prezioso leggio di D’Annunzio sul quale poggiare i testi di poeti che avevano fatto la storia del Novecento italiano: D’Annunzio, Palazzeschi, Marinetti, Campana, Cardarelli, Saba, Ungaretti, Penna, Caproni, Giudici, Pasolini …

Con quella serata lei faceva un dono al luogo dove era nata e cresciuta, luogo carico di poesia, di suggestioni ed echi misteriosi, un rincorrersi di parole nuove e di silenzi. “Nella poesia, che è passione – diceva Maria Teresa – c’è la chiave dell’amore e dell’esistenza”. Agli amici confidava: Ho voglia di donare e di donarmi momenti di serenità … Mi diverto a creare sulla scena ciò che mi piace e che sento piacere agli altri. Niente sponsor! La libertà si paga. Ma vuoi mettere la libertà?

Alda Merini, foto BAMS, Vittoriale 2000, autorizzazione Maria Teresa Cipani.

Quella sera ho ascoltato anche la voce di Alda Merini che con la sua presenza ha fatta propria la scena.  Ne sono stato catturato. Per molto tempo mi son girate in testa le sue parole: “Scopriti donna e diventa un canto”

“Nessuno mi pettina bene come il vento”!

“Non ho paura della morte ma dell’amore”.

La sua poesia è anima e materia, è urlo e abbandono. Queste le sue parole nel “Canto alla poesia”:

Poesia, terrore del chiaroscuro,

giorno e notte aurora,

poesia, mia povertà

e mia aperta fortuna

mio rimorso e perdono,

fatto d’aria e montagne

di solitudini atroci …

Più tardi avvenne il nostro contatto. Fu un incontro strano che ho messo su carta solo anni dopo.

A sx Vittorio Sgarbi e Alda Merini; a dx Maria Teresa Cipani; foto BAMS, Vittoriale 2000, autorizzazione Maria Teresa Cipani.

IL MIO RICORDO DI ALDA MERINI

Al telefono mi ero presentato ad Alda come ex sindaco di Salò e questo le era bastato. Mi aveva dato appuntamento alle tre del pomeriggio, nella sua casa vicino al Naviglio, senza chiedermi perché la volessi incontrare. Mentre percorrevo una Milano surreale e mi avvicinavo alla sua abitazione, i pensieri e le parole che mi ero appuntato nella mente avevano perso coerenza e consistenza. Per qual motivo avevo inseguito l’idea di vederla e di parlarle a quattr’occhi? In realtà non avevo nessun progetto. E men che meno pensavo a un’intervista da pubblicare. Volevo solo vederla, rubarle qualche immagine con la mia Canon, nel suo appartamento di cui si favoleggiava tanto. Sapevo della storia di una follia che aveva ferito la sua esistenza, dei suoi amori tormentati e passionali, della sua leggerezza istintivamente creativa. Era forse tutto questo che mi spingeva a lei e, in fondo, non c’era neanche bisogno di giustificazioni. Ero lì e basta.

Quando mi aprì e mi vide armato di macchina fotografica pensò che fossi un giornalista. Non ricordava l’appuntamento.  Mi accolse, però, con un sorriso curioso e carezzevole. E volle farsi bella riaggiustandosi i capelli, slacciandosi con disinvoltura e con garbo due bottoni della sottana. Improvvisamente mi accorsi di non saper dove mettere i piedi né da che parte andare. Nella stanza di destra c’era un pianoforte stracarico di libri, ninnoli e foto. Lei mi condusse in quella di sinistra, una stanza omnibus: camera da letto, studio, salotto. Si sdraiò sul letto sfatto e ingombro di carte. Era inquieta. Sobbalzava alle picconate dei muratori che lavoravano alla ristrutturazione dell’edificio. Era convinta che si stesse congiurando contro di lei per sfrattarla da quella casa. Mi chiese aiuto e mi passò l’elenco telefonico. Per favore, mi cerchi il numero del sindaco. Gli voglio parlare. Non posso continuare con quest’inferno. Lo trovai. Fece il numero e aspettò. Dalla segreteria di palazzo Marino rispose un funzionario: “Il sindaco è in riunione. Gli segnalerò la sua doglianza, signora. Un rimedio vedrà che lo troveremo”. Ma la signora Merini non era affatto contenta di quella risposta diplomatica e sbrigativa. Volle chiamare un amico al Corriere, non c’era. Intanto il mio sguardo cadeva sulle pareti della stanza, sul grande specchio, sul pavimento. Dappertutto erano numeri telefonici, nomi, parole: una sorta di decorazione a graffito di colore rosso, blu, viola, nero.

Bussarono alla porta. Entrò un uomo sui trent’anni, aitante e cortese, che le chiese se avesse bisogno di qualcosa. “Sì, di un gelato” rispose. Appena uscito, squillò il telefono. Alda non trovava l’apparecchio, annaspò tra le carte, si allungò sul letto lasciando salire la sottana, senza malizia né civetteria. “E’ monsignor Ravasi!” mi disse sottovoce.

Monsignore, io ce l’ho con lei perché mi ha fatto un grosso dispetto. Non doveva andarsene da Milano. Adesso che è a Roma, chissà quando potrò vederla …  Ma sa chi c’è vicino a me? Ho qui con me il sindaco di Salò. E’ venuto a farmi visita! Capii allora la pesantezza della sua solitudine quotidiana, gli ampi spazi vuoti della sua giornata che chiedeva di essere riempita da presenze reali e fisiche, non solo da fantasmi e ricordi. A telefonata conclusa Alda disse: Ravasi è un amico ma ogni tanto tocca il tasto dei miei manoscritti e mi sollecita a pensare al loro destino futuro, quando io non ci sarò più.  Vorrebbe che li lasciassi all’Ambrosiana. Non so … Ma poi le mie poesie non le scrivo solo su un quaderno o su un foglio volante … a volte le recito, le racconto al telefono, le scrivo su un foglio di giornale, le affido al vento: il vento non si costringe in un armadio di biblioteca.

Era ormai passata quasi un’ora e non ci eravamo detti ancora niente. Sinceramente, non ritenevo giusto scattare foto a lei e alla casa (o una tana?) nella quale il tenero “animale ferito” trovava un rassicurante rifugio. Ho preferito stamparmele negli occhi le cose che vedevo, e incorporare nella testa gli odori di quella tana. Lei se ne stava sdraiata come un’odalisca in un dipinto di Ingres, però con l’estetica della sofferenza, ed anche della speranza. Prima di andarmene le chiesi se potevamo fumare insieme una sigaretta. Certo. Quanto al posacenere, non si faccia scrupoli. Butti per terra la cenere e spenga sotto la scarpa, quando ha finito.

La lasciai ancora sul letto, bella anche se sformata, bella perché lieve nella sua trasparente leggibilità. E nell’uscire di casa mi venne in mente qualche verso di questa sua poesia:

se piangessi,

tu verresti a riprendermi.

Ma io ho bisogno del mio dolore

per poterti capire.

L’attore Vanni Corbellini legge le poesie degli autori del ‘900 (il leggio di D’Annunzio, in ferro battuto dorato, è stato gentilmente concesso dal Vittoriale), foto BAMS, Vittoriale 2000, autorizzazione Maria Teresa Cipani.

ARTICOLO A CURA DEL GRUPPO G9

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Alda Merini e Gino Paoli (al pianoforte, di schiena), foto BAMS, Vittoriale 2000, autorizzazione Maria Teresa Cipani.
Ultimo aggiornamento il 20 Ottobre 2020 10:50

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Ultimo aggiornamento il 20 Ottobre 2020 10:50

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