📕 Il monumento più bello di Bovegno | 📮 IL RACCONTO DELLA SETTIMANA/24

Non si sapeva che facesse e dove andasse a quell'ora del mattino. Di anni ne avrà avuti 25 ed  era maritata da pochi mesi, in quell'inverno attorno al 15 del novecento...

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Umberto Tanghetti, scrittore

IL MONUMENTO PIU’ BELLO DI BOVEGNO – racconto di Umberto Tanghetti

Non si sapeva che facesse e dove andasse a quell’ora del mattino.

Di anni ne avrà avuti 25 ed  era maritata da pochi mesi, in quell’inverno attorno al 15 del novecento.

Si svegliava, sola, nel letto che col marito condivideva, ma quello era andato al fronte e di lui nulla più sapeva.

Nella stanza un lavandino in cui gocciava sempre l’acqua: una montagna di ghiaccio congiungeva la ceramica al rubinetto ed il flebile getto lo scavava come fanno i ruscelli di  montagna.

Anche lì era montagna, anche lì, in quella stanza c’era freddo, come fuori.

Si svegliava tremolante e si buttava in cucina, l’unico altro ambiente della casa.

Era sola, lui non c’era.

Lo aspettava, muta e poi  cantava per sentirsi meno sola.

Accendeva la sua stufa in cui centellinava  legna: se ne usa poca e solo quando serve; questo insegnamento ancora oggi lo conservo, io che non l’ho mai conosciuta: si impara a buttare dentro il ciocco quando pare si sia spenta, ma riparte, con maestria, giocando sul tiraggio.

Solo al mattino, a freddo, faceva fumo e così, per scaldare dovevi aprire la finestra: meno dieci fuori, il ghiaccio sopra i vetri da novembre fino a marzo.

Erano anni a colori anche quelli, solo che noi non lo sappiamo, ma io c’ero e me lo ricordo.

Rassettava quella stanza, accendeva la stufa, regolava (qui si dice “regolare” quando si dà da mangiare agli animali dell’orto o a quelli da richiamo) le galline (tre o quattro, non di più)..

E così il menù era presto detto: burro e uova, uova e burro. La polenta e poi ancora la polenta, poco sale che costava troppo.

La gallina vecchia la vendeva; lei da sola non aveva lo stomaco per finirla e comunque, pur avendo la gallina, non poteva permettersi di mangiarla: che disdetta!

Lei che aveva così fame e che aveva la gallina!

Era magra e curata: si preparava la mattina con la gonna di flanella e i capelli arrotolati in uno chignon.

Era quello il suo mondo: patate, polenta, il fumo della stufa, il ghiaccio nel lavandino e l’ attesa a condir le sue giornate.

Risparmiava il niente che aveva: così riusciva, con il tempo, a mettere da parte un poco di farina gialla, dei biscotti (quelli secchi di cui lei sempre si privava), dello zucchero (assai poco, era lusso quello!!) un’idea di cotognata..

Preparava un pacchetto e lo spediva al fronte:

“Se gli arriva, avrà più forza per tornare a casa!

Se non arriva, qualche altro disgraziato vedrà prima i propri cari..Io sto già bene dove sto”.

Così ne spediva uno ogni due o tre mesi e di quelle spedizioni qualcuna arrivò al destinatario che commosso e sporco di fango e sangue, apriva il pacco e lo condivideva coi compagni di battaglia.

I simili si attraggono e quell’uomo era degno della donna.

Cinque anni durò la prigionia.

E intanto lei che lavorava: faceva le calze con la maglia, il bucato al lavatoio (le sue mani parevano di legno, secche e dure. Diventavano blu nell’acqua che era quasi a zero gradi..),vendeva le sue uova, ogni tanto una gallina, le patate e poi le rape..

Anche lei combatteva la sua guerra, quella dai più dimenticata.

A questo sforzo ne aggiungeva uno di sua sponte: l’umiltà non è parola vana, ma vitale ottemperanza e così, al mattino presto, partiva scalza fino al santuario, per implorare il ritorno del marito dalla guerra.

È per questo che il monumento più bello di Bovegno solo io lo vedo ancora, è un monumento itinerante che parte da via Roma: lei scendeva dalle scale scalza, appoggiava la sua mano alla ringhiera e si immetteva nella via.

Io le vedo quelle impronte, sono ancora lì su quel selciato.

La respiro la sua aria, me la mangio.

Camminava stringendo il suo rosario e pregava.

Superava la piazza e poi in discesa verso Piano, la frazione giù più in basso.

Ogni tanto scivolava: io li vedo sul selciato quei leggeri sbandamenti da cui, incerta, ripartiva.

In inverno, con la neve, i piedi si tagliavan e il dolore era assillante, ma lei andava e una volta sulla statale, dopo la valle delle Meole, prendeva la strada che porta al santuario.

Non comprendo, oggi, il senso di quella penitenza per propiziare il ritorno del marito.

Non lo afferro fino in fondo, ma sento il freddo,

la fatica e la volontà di quella donna.

Io non c’ero, ma la vedo e la proteggo.

È la mia radice.

È questo il monumento più bello del paese e ha ormai più di cent’anni: io non c’ero, ma l’ho visto, è ancora lì.

Tramonto, foto generica da Pixabay UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

Umberto Tanghetti, nato il primo ottobre 1977 ad Alcamo (Tp) da padre bovegnese e madre alcamese, cresce e vive a Concesio. Dopo la maturità classica al liceo Arnaldo di Brescia, prosegue gli studi a Padova, dove si laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche.
Oggi lavora in farmacia a Brescia ed è tornato a vivere a Concesio.
“Non ho mai pubblicato per nessuno – scrive presentandosi – non ho miti letterari, ma grande stima per molti intellettuali: amo Calvino,i paesaggi di Čechov, la profondità di Dostoevskij… Ma se dovessi citarne solo uno citerei Primo Levi tirato dalla vita sui libri per testimoniare l’impossibile”.

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Ultimo aggiornamento il 16 Gennaio 2021 20:38

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