Mille lire al mese… Covid e povertà, un binomio “scioccante” anche a Brescia | 🟢 BRESCIA VISTA DALLA PSICOLOGA

Nel 2020 il covid-19 ha portato nella nostra vita non solo la malattia e la morte, nostra e delle persone care, ma anche il fantasma della povertà, una situazione che imbarazza ciascuno di noi, una delle paure più profonde e arcaiche del genere umano...

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Doriana Galderisi, opinionista BsNews

Se potessi avere mille lire al mese. Covid e Povertà un binomio “scioccante”. La situazione dei bisognosi nel nostro territorio bresciano

Se potessi avere
Mille lire al mese
Senza esagerare sarei certo di trovare tutta la felicità
Un modesto impiego
Io non ho pretese
Voglio lavorare per poter trovare tutta la tranquillità
(Gilberto Mazzi)

di Doriana Galdrisi* –  Non è strano che i principali studi sulla felicità siano stati condotti dagli economisti? Eppure dagli studi fatti sembra proprio che a rendere felici le persone abbiano più importanza fatti psicosociali piuttosto che quelli legati ai guadagni economici. La canzone che ricordavamo in apertura ha un tono allegro, ma in questo periodo che stiamo vivendo l’allegria non è facile da trovare.

Nel 2020 il covid-19 ha portato nella nostra vita non solo la malattia e la morte, nostra e delle persone care, ma anche il fantasma della povertà, una situazione che imbarazza ciascuno di noi, una delle paure più profonde e arcaiche del genere umano: quella dell’abbandono, della mancata sussistenza, della solitudine, dell’emarginazione. Come ha fatto? Il covid-19 ha trasformato e intercettato le nostre traiettorie di vita e di progetto. Ha preso queste traiettorie e in molti casi le ha deviate, quando non azzerate.

La riduzione di molti lavori a contratti precari, di breve durata e di basso salario, coinvolge troppe donne e troppi uomini. Nel nostro Paese troppo è anche il lavoro in nero, privo di assicurazioni e di coperture previdenziali, collegato ad un’evasione fiscale enorme.

Queste situazioni esasperano il dramma della disoccupazione che è diventata immediata nella primavera scorsa, con la chiusura di tutte le attività economiche legate alla possibilità di spostarsi.

Quella condizione, allora generalizzata, si ripropone oggi in modo più limitato, ma chi la subisce, se privo di cassa integrazione o di reddito di cittadinanza, precipita di nuovo nella miseria.

, Assessore alle Politiche sociali di Brescia

Lo spettro non è solo quello della perdita di benessere, ma per molti l’angoscia della povertà estrema: una combinazione diabolica di penuria di entrate, sviluppo umano insufficiente e esclusione sociale, con la compromissione delle possibilità di esercitare o riconquistare i propri diritti. Stiamo parlando di diritti civili, sociali, culturali, politici: non solo di quelli economici. Questa compromissione si accompagna all’incertezza sul futuro, ovvero all’impossibilità di prevedere l’uscita dalla situazione di difficoltà.

Trasformando le nostre traiettorie lavorative, e sappiamo quanto il lavoro sia parte dell’identità bresciana, il covid ci fa capire che la povertà non è solo una posizione di classe all’interno del contesto, ma è relativa alla perdita di chances, intendendo con questa espressione l’impoverimento delle possibilità e delle opportunità di avere un adeguato tenore di vita. Per questo nelle ultime settimane abbiamo visto proteste anche da parte di imprenditori e di autonomi, categorie laboriose e facenti parte del tessuto sociale odierno, e non solo da parte di chi sta in posizione subalterna, come i lavoratori precari alla ricerca di un miglioramento della propria condizione.

Come si diventa poveri

Ci sono tre modi per diventare poveri. Uno è quello di scivolare nella povertà partendo da una situazione di un ambiente già degradato. Il secondo è quello di partire da un buon livello di benessere famigliare, e perderlo per incapacità di mantenere il benessere “ereditato”. Il terzo, quello che potrebbe capitare ora a molte persone e famiglie bresciane, è traumatico: un evento, una microfrattura o una serie di microfratture (che chiameremo stressful events), che fanno cadere nell’abisso.

Badate bene: si cade non in un fossato o in un tombino, ma in un abisso che impedisce di rialzarsi, in cui i muscoli stessi perdono la capacità di sostenere il corpo.

Sempre di più appare evidente a tutti, e non solo alle persone che si occupano di emarginazione per lavoro o spirito di solidarietà, che non c’è un confine ben definito e netto tra “noi” appartenenti alla società, le persone che siamo abituati a chiamare “normali” (con un lavoro, una famiglia, una struttura di tenuta) e “loro” che ne stanno ai margini, ovvero chi vive in una situazione di esclusione, di povertà estrema. Il covid, portando lo spettro di perdere tutto e di non essere capaci di rialzarsi, rende il confine ancor più sottile, meno impermeabile: il passaggio dalla “normalità” all’esclusione e marginalità non è impossibile come sembrava.

La povertà bussa alle nostre porte ed è sempre più presente di quanto non si riesca ad immaginare aumentando così in maniera esponenziale e spropositata il numero delle famiglie definite “nuovi poveri” scatenando in esse inoltre un gran senso di insofferenza e insoddisfazione. L’infanzia e gli anziani, in questo momento storico, sono le due categorie più fragili e sensibili che dovrebbero essere tutelate e protette con segni forti e tangibili di supporto e sostegno anche e soprattutto economico, perché il rischio sempre più forte è quello di avere tutti e, di ritrovarci addosso, una nuova povertà ancora più assurda ed abominevole quella cioè morale, interiore, quella a livello di coscienza e di valori.

Giorgia Boetto, 24enne, dottoressa in Scienze Sociali.

Come evitare tutto ciò

È importante capire che le microfratture che portano alla povertà sono intercettabili. Nella scala che porta dall’inclusione nella società alla totale marginalità, con la perdita del proprio ruolo e dei beni, ci sono diversi gradini che devono essere visti e sostenuti con tempestività. Chi si trova in questo percorso di discesa va sostenuto economicamente e psicologicamente.

Sono punti intermedi tra i due poli importantissimi, legati solitamente a una serie di aspetti come la precarietà lavorativa e la fragilità delle relazioni. Frenare questi due aspetti aiuta a impedire lo scivolone verso l’esclusione. L’esclusione dalla società, la marginalità, è un fallimento del sistema, non del singolo. Perché la tempestività è importante? Perché il tempo cristallizza le situazioni. Nella marginalizzazione l’essere senza dimora per un anno è critico. Quattro ripetuti eventi disastrosi che portano a perdite nel giro di due anni (ad es. ripetuti mancati rinnovi di contratto) rendono possibile un crollo da cui è molto difficile riprendersi. Se il processo non viene intercettato in tempo, produce l’impossibilità di disinnescare una bomba.

Il ruolo delle istituzioni è fondamentale tanto quanto quello della solidarietà e del volontariato.

In aprile sono state 4.800 le domande per buoni spesa che il Comune, con fondi statali e con risorse proprie, ha accolto.

Sono 3.800 i beneficiari del reddito di cittadinanza residenti in città.

In quei mesi 700 sono le persone che si sono rese disponibili nelle opere di soccorso volontario verso chi era impossibilitato a muoversi da casa o chi ci viveva da sola.

Marco Fenaroli, Assessore alle Politiche sociali di Brescia

La rete della Caritas, le associazioni che hanno distribuito i pacchi alimentari durante il lockdown e che continuano a farlo, i nuovi progetti come quello del Comune di Brescia che trasforma l’ “emergenza freddo” in un progetto stabile che dura tutto l’anno e che include un progetto di formazione: questi sono esempi virtuosi che impediscono alla società di sfilacciarsi, perché aiutano i singoli a restarne parte. Ad essi si aggiungono gli aiuti economici come le forme di sostegno per pagare mutui, bollette, affitti, utenze.

E chi una casa non ce l’ha? Sono decine le persone che compongono questo esercito di invisibili anche nella Bassa Bresciana, principalmente uomini over 40, italiani ma nondimeno richiedenti asilo che continuano a tendere le loro mani non solo, e non tanto, per quell’obolo tanto caro ed agognato, quanto per dire: eccomi, esisto anch’io, guardami, sono qui, benché in mezzo ad una strada. Ma la pandemia ha offuscato ancor più la vista, tanto che in nome delle legittime prescrizioni si finisce col punire chi una casa non ce l’ha. Mancano evidentemente le condizioni per poter avere e preservare quelle quattro salvifiche dentro cui proteggersi e salvarsi dalla pandemia da Sars-Cov 2, ma non dall’aridità di norme che hanno perso il contatto con la realtà, per perseguire assurdità logiche prima ancora che giuridiche. Queste persone non sono oggetto di alcun controllo perché, divenuti poveri, non certo per scelta, sono divenuti invisibili perché hanno perso la residenza, dunque la casa. La crisi pandemica ha creato, forse, una consapevolezza collettiva di che cosa sia la povertà, non una colpa da espiare, ma uno status in cui chiunque di noi si può trovare. Guardiamoci nello specchio di casa, noi che ne abbiamo una e diciamo a noi stessi l’unica verità possibile: o ci salviamo tutti insieme o non si salva nessuno!

Felicetta Di Matteo, cons. comunale a Ghedi con delega alle Pari Opportunità

La sindrome di povertà è un percorso per così dire punteggiato di crisi e pertanto in questo percorso, che potremmo definire quasi un “viaggio nell’orrore”, noi abbiamo delle fasi cosiddette soffici, soft, che passano spesso inosservate: sono cruciali perché sono le fasi in cui il soggetto perde il “personal equipment”. Si diventa poveri quando si è deprivati della dotazione minima di beni principali per stabilire con gli altri dei rapporti minimi di cooperazione e quindi per sentirsi dei cittadini. Alle persone cominciano a venire meno i conti correnti, i veicoli, i telefoni, la residenza, la casa. Questi elementi, che sono legati alla crisi economica, non sono solo semplici oggetti o situazioni, bensì sono elementi di perdita dell’identità e delle sue “attrezzature”.

A questa fase soft segue una fase intermedia in cui cominciano ad andare a pezzi le relazioni, sia quelle più generali che quelle più specifiche, anche il rapporto con gli animali comincia a risentirne. Si passa quindi dalla zona gialla, a quella arancione e a quella rossa (una gamma cromatica che corrisponde alla gravità della situazione, con una somiglianza con la scelta di segnalare così il grado di rischio delle emergenze covid nelle regioni italiane) perché si entra nella fase dura dove l’ultimo tassello è l’abbandono del sé e di decomposizione del sé (una sorta di caduta libera emotiva, comportamentale e relazionale). È proprio la perdita di relazione con il proprio corpo che va dalla malattia alla trascuratezza personale che fa entrare la persona in depressione, in una situazione di vero e proprio abbandono generale.

Alla fine del viaggio dell’orrore, si arriva alla desaffiliation,  cioè non sentirsi più parte del sistema sociale in cui si vive. Questo porta inevitabilmente al disimpegno, al non rispetto delle regole attraverso cui la vita sociale si riproduce e si rinnova, l’esclusione dalle forme collettive di protezione e di tutela (Robert Castel).

Questa visione, che non fa leva sul deficit che spesso incontriamo nell’immaginario collettivo (uno è povero perché lo vuole, perché se l’è cercata, perché è un ribelle, perché è una vittima, perché è malato… e altri pregiudizi), è sempre più una realtà anche nella nostra Brescia.

La popolazione senza fissa dimora

La conclusione di quel che ho descritto finora è che la popolazione senza fissa dimora (psfd), spesso tenuta ai margini della società, non è una categoria o a uno status. L’epoca Covid ci insegna che le persone tradizionalmente riconosciute come bisognose sono una realtà a cui pensiamo in certi momenti, ma in verità perdere sicurezza economica è una delle condizioni possibili della nostra società, non uno status di classe ma una posizione di emarginazione in cui chiunque può cadere, anche chi si ritiene estraneo. I muscoli per rimanere all’interno di una società altamente competitiva e complessa si stanno allentando per molte persone, e il covid sicuramente è un acceleratore di questo allentamento.

Nel nostro territorio aumenta il numero delle persone che vivono per strada, con storie che partono da microtraumi come divorzi, separazioni, abbandoni, accelerati da eventi come il covid.

Fortunatamente Brescia è un territorio abitato anche da molte persone di cuore, che in molti casi accetta la dignità semplice e profonda di chi sta male. Vorrei infatti ricordare quando morì un senzatetto “storico” della città, che tutti chiamavano Soldino o scatulì, un mendicante che viveva ai margini ma era conosciuto da tutti, così conosciuto da essere ricordato da numerosi articoli di giornale: non sempre l’emarginazione conquista i titoli.  Soldino, su Facebook, aveva più contatti virtuali di politici e istituzioni, compreso il sindaco di Brescia!

Fare l’elemosina a chi è povero non è sbagliato perché per fare in modo che una persona non chieda l’elemosina bisogna che quella persona abbia delle conoscenze, che sappia leggere e scrivere, che abbia imparato e che abbia delle basi per poter imparare un lavoro. Quindi se io vedo un povero Io intanto l’elemosina gliela faccio e spero che da questo possa poi derivare un aiuto maggiore. Soprattutto è importante andare a scuola e imparare quello che serve per il futuro.

Testimonianza di “Poltrone e Sofà divani di qualità” 12 anni e mezzo

Ed è sulle parole di questo bambino poco più che ragazzino che voglio concludere l’articolo. Questa semplice testimonianza ci induce ad una riflessione. In un momento di incertezza generale, di fragilità collettiva, l’ultima cosa da fare è mettersi a fare la morale, in una posizione di tutti contro tutti.

In un momento di fragilità collettiva, i sani principi i valori e quella che semplicemente chiamiamo solidarietà va messa in sicurezza. Attraverso questo atteggiamento generale in cui si mescolano solidarietà, carità, compassione, generosità, altruismo, oblatività, gentilezza e senso civico troveremo la via per uscire da questa pandemia.

Ci lasciamo, in attesa della prossima rubrica, con le parole di Renato Zero, Cercami

Cercami come quando e dove vuoi

cercami è più facile che mai

cercami non soltanto nel bisogno

tu cercami con la volontà e l’impegno

CHI E’ DORIANA GALDERISI?

Doriana Galderisi è padovana d’origine e bresciana d’adozione: lavora nel campo della psicologia da più di 27 anni con uno studio in via Foscolo, a Brescia. Esperta in: Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale Tipico e Atipico, Psicologia Criminale Investigativa Forense, Psicologia Giuridica, Psicologia Scolastica, Psicologia dell’Età Evolutiva, Neuropsicologia. E’ inoltre autorizzata dall’ASL di Brescia per certificazioni DSA (Disturbi specifici di Apprendimento). E’ iscritta all’Albo dei CTU, all’Albo dei Periti presso il Tribunale Ordinario di Brescia e all’Albo Esperti in Sessuologia Tipica e Atipica Centro “il Ponte” Giunti-Firenze.

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