📕 Vox media | 📮 IL RACCONTO DELLA SETTIMANA/34

Era dislocato a Treviso per i primi mesi della naja, parola desueta quasi come l'aggettivo "desueto". Una "desueta naja" si addice all'anno 1963, mese di ottobre

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Umberto Tanghetti, scrittore

VOX MEDIA – racconto di Umberto Tanghetti

Era dislocato a Treviso per i primi mesi della naja, parola desueta quasi come l’aggettivo “desueto”.

Una “desueta naja” si addice all’anno 1963, mese di ottobre.

Un anno come tutti gli altri in un’ Italia in cui risuonava il minuetto del fare e il walzer del tutto è possibile: un giro di giostra arrivato, tra una bomba e l’altra, fino agli anni ottanta, quando i più lungimiranti cominciarono a capire che la crescita non sarebbe stata senza fine e senza avere un prezzo da imputare a chi sarebbe venuto dopo.

Molto pochi, a dire il vero, i lungimiranti.

Eppure nel 1963, gli stabilimenti sfornavano certezze di lamiera, aperitivi con l’oliva e voglia di scoprire il mondo, magari in sella ad una Vespa gran turismo con le marce sul manubrio.

In questo contesto in cui bisognava adeguare gli impianti alle nuove esigenze produttive, suo fratello, un geniale risolutore di grattacapi ingegneristici, era in trasferta a Longarone a tirar bulloni ed allungare tubazioni in uno stabilimento in via d’ingrandimento.

Compose dalla caserma il numero della locanda in cui il fratello alloggiava in quei mesi fuori casa (anche locanda è parola desueta quasi come l’aggettivo desueto, ma ha lo stesso fascino di Rivera che smista palloni facendo la differenza in mezzo al campo: una meraviglia!).

Era il loro appuntamento settimanale: venerdì ore venti alla locanda, subito dopo cena.

Quella sera, Stefano il tuttofare, avea mangiato risotto ai funghi, un poco di stracotto di capriolo e un pezzo di Piave stravecchio che gli aveva fatto pizzicare la lingua: dovette prendersi un grappino, per via del pizzicore!

La Giovanna (con l’articolo, quasi fosse nome e cognome) lo chiamò dal bancone del bar:

“Siòr Stefano, c’è suo fratello al telefono!”

Alla cornetta le parole non erano mai molte: due valtrumplini con 9 anni di differenza non avevano molto da dirsi nel 1963, sebbene fossero fratelli; già lo squillo avea descritto gran parte del concetto che era come un grosso cippo intrecciato e senza i fronzoli.

“Da domani ho la licenza lunga, stacco una settimana” disse Valerio.

“Anzicchè andare a Brescia, raggiungimi a Longarone, così mi dai una mano!” rispose Stefano.

Valerio arrivò il sabato inoltrato e alla locanda già lo aspettava un secondo letto di fortuna nella stanza col fratello: sempre meglio della branda della Naja e di quella sveglia militare in cui tutto era detto gridando.

Sempre a dire Signor sì!

Anche quando era palese l’abuso di potere o il nonnismo per il quale, chissà come, l’ultimo arrivato era sempre tartassato: ritornava utile, in quel caso, l’essere avvezzo a trattare con certi ceffi di Collio che odoravano di grappa già alle 5 del mattino.. Domati quelli, figurarsi qual problema poteva essere uno che sbraitava tutto il giorno per farti ripiegare le lenzuola..

Nella ricerca di parole desuete si dirà che bighellonarono la domenica, roba da giocare a briscola bevendo una birretta col mignolo tirato verso l’alto e fecero due salti nel Cadore per tenere salda la muscolatura.

In un amen era lunedì e  si continuava a montare quell’ impianto mastodontico!

Il fatto è che, nel pomeriggio, sarebbero dovute arrivare altre sezioni di materiale elettrico dalla sede di Milano, ma, per un ritardo inaspettato, fu comunicato che, per quella settimana, non se ne faceva nulla..

A quel punto, venendo meno la sua occupazione, Valerio disse al fratello: “Se non posso esser d’aiuto, torno su a Bovegno; se ti smarchi ci si vede là!”

Prese il treno il mercoledì mattina molto presto e nel primo pomeriggio arrivò a Brescia.

Valerio “non ne aveva neanche uno”, ma era ricco di orgoglio e pur di non chiedere denaro a suo fratello, pianificò il suo ritorno a casa dalla stazione di Brescia a piedi: 40 chilometri, ma nel 1963, poco più che ventenne, non era un problema e si incamminò pensando: “Son tornati da Nikolajewka a piedi! Con la guerra per giunta, sarà per me una bella passeggiata oggi che c’è il sole!”

 

Teneva un ritmo sostenuto dall’età e dall’allenamento militare pensando che, ragiomevolmente, sarebbe arrivato a casa più o meno in 6 ore.

Si divertiva a veder sbucare nel suo cammino il Mella, si facevano lo sgambetto lui e quel fiume che da sempre aveva accompagnato la sua vita; ripensava anche al Piave dal quale era partito appena la mattina: quanta esistenza era scivolata via in quelle acque che dalla montagna si perdevano in pianura!

Rimuginava sui due fiumi per tenersi compagnia: il Piave era un’arteria della Storia in grande stile ed il Mella, invece, un alveolo della sua di storia, quella personale, alveolo in cui scambiare ossigeno;

un lavorare di fino, un labor limae, contrapposto all’imponenza delle imprese eroiche delle battaglie verso est.

Quanti morti laggiù nel Veneto, morti di quella stessa Storia che ci si dimentica e di stupidità che, invece, è sempre in voga.

Quante vite, di contro, logorate qui in Valtrompia a lavorare metalli da dilavar nel fiume!

“Ah! Se parlasse questo fiume!!” pensava.

 

All’ altezza del ponte di Tavernole, proprio là dove ancora oggi c’è il maglio, gli venne in mente di quella volta in cui un personaggio molto noto in quella zona, venne sorpreso da un carabiniere fuori servizio ad approfondire un’ amicizia un po’ speciale..Troppo speciale!

Era un tipo altolocato, di quelli che giudicava tutti gli altri, di quelli che erano sempre inginocchiati la domenica a pregare il Signore dei potenti.

Che scalpore!

Non eran dunque solo amici lui e quel tale con cui giocavano sempre a briscola al bar dell’angolo, erano un po’ più intimi e nulla ci sarebbe da eccepire.

Si dà il caso che se non avesse pontificato tutta la vita sull’ altrui morale, sarebbe passato via un po’ alla chetichella, esercitando il proprio diritto alla scoperta di virtù assai nascoste, senza suscitare

l’ ilare reazione della collettività.

Lui che tanto pontificava sulla morale, l’aveva forse messo in conto..

Ecco questo anche oggi va di moda senza esser desueto: si dice bigotto, come sempre..

Ah, per davvero, quante ne ha viste il povero Mella!

Quante ne ha subite!

Quante ne ha dovute trascinar giù a Valle!

Di colpo, poi, ritornava con la mente alla Locanda a Longarone, visualizzava la semplicità delle persone che lui amava, il loro faticare quotidiano per arrivare a fine mese e si figurava dalla stessa parte, senza avere la pretesa di saperla più degli altri.

Solo si chiedeva che vita avrebbe avuto lui finita la sua Naja: avrebbe avuto figli?

Avrebbe conosciuto quella giusta da maritare senza dar ragione a chi gli diceva sempre:

” Spùset mia!”?

Tuttavia non era tipo da fantasticare troppo e questi lampi di umana essenza lanciavano l’abbrivio a più concrete considerazioni che si addicevano piuttosto alla suola grossa dei suoi scarponi consumati.

Allora mollava con la mente il fondo valle e saliva su più in alto con l’immaginazione, da dove la prospettiva faceva meglio cogliere le differenze tra l’utile ed il superfluo e sempre si rendeva conto che, da sopra le montagne, quando la vegetazione si dirada, tutto ciò che resta sotto è ricollocato al posto giusto, perde i fronzoli e le manomissioni.

Così continuava a camminare lungo il fiume guardandosi dall’alto, come se, sul crinale, un drone lo seguisse passo passo, inquadrandone il percorso.

“Sei già ad Aiale, dai che manca poco!” si ripeteva autospronandosi contro la fatica e la fame che aveva sempre avuto e con la quale sapeva convivere quasi con soddisfazione.

Arrivò in paese verso le 9.30 e vide al bar il suo amico Zepi:

“Valerio!! Come va? Fermèt a vardà la partida, ghè ‘l Real Madrid! L’altra squadra non l’ho mai sentita!”

Erano i Glasgow Rangers che persero sonoramente.

“Ti ringrazio, Zepi, ma arrivo ora da Brescia, sono cotto, buonanotte!”

 

L’indomani la nonna che con lui  abitava, fu felice di vederlo, fu proprio sollevata, quasi con il fiato corto per la preoccupazione.

Gli raccontò, trafelata, che  era successa una disgrazia immane a Longarone, proprio in tarda notte: una diga forse si era rotta, forse era crollata la montagna!

Erano morte migliaia di persone!

Non si avevano precise indicazioni!

A Valerio un poco mancò l’aria, avrebbe voluto vomitare, ma si trattenne con un respiro profondo.

Era vivo per caso e con lui pure il fratello che era partito per Milano lasciando la locanda il pomeriggio.

Ripensava a quella gente che mai avrebbe dimenticata: alla Giovanna che non fu più ritrovata, agli operai di quella fabbrica trascinati per chilometri giù a valle ad aggiungere sangue al Piave che non ne aveva avuto a sufficienza nel corso degli ultimi decenni.

 

C’è una parola che non è mai desueta e che rimane ad accompagnare l’esistenza ora e sempre: si chiama sorte e ci mena per la via.

Tramonto, foto generica da Pixabay

UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

Umberto Tanghetti, nato il primo ottobre 1977 ad Alcamo (Tp) da padre bovegnese e madre alcamese, cresce e vive a Concesio. Dopo la maturità classica al liceo Arnaldo di Brescia, prosegue gli studi a Padova, dove si laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche.
Oggi lavora in farmacia a Brescia ed è tornato a vivere a Concesio.
“Non ho mai pubblicato per nessuno – scrive presentandosi – non ho miti letterari, ma grande stima per molti intellettuali: amo Calvino,i paesaggi di Čechov, la profondità di Dostoevskij… Ma se dovessi citarne solo uno citerei Primo Levi tirato dalla vita sui libri per testimoniare l’impossibile”.

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Ultimo aggiornamento il 18 Febbraio 2021 11:11
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