🔻 ArteValle, Land Art nella Valle di Mompiano 🔺DAL GRUPPO G9

La valle di Mompiano, oltre ad essere lo scenario di belle passeggiate nella natura, è anche la singolare dimora delle opere artistiche di ArteValle, il noto progetto bresciano volto a promuovere l’uso sapiente dell’habitat naturale prossimo all’area urbana, e consentire l’esperienza di un incontro unico con l’arte e la natura

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10. Il Sasso nello Stagno, Siediti e Pensa la Pace, (foto G. Barbarisi 2014)

di Gaetano Barbarisi –  Nel tanto atteso ritorno alla condivisione degli spazi culturali e artistici della città, i musei e le gallerie sono di nuovo mete possibili nel nostro tempo libero, nonché fantastiche occasioni per ritrovare energie e motivazione. Un’opportunità ancora più invitante ci è offerta dalla valle di Mompiano, che oltre ad essere lo scenario di belle passeggiate nella natura, è anche la singolare dimora delle opere artistiche di ArteValle, il noto progetto bresciano volto a promuovere l’uso sapiente dell’habitat naturale prossimo all’area urbana, e consentire l’esperienza di un incontro unico con l’arte e la natura. L’iniziativa, partita nel 2014 per volontà dell’associazione I Gnari de Mompià, in collaborazione con il Comune di Brescia, la Fondazione ASM e la Bobo Archetti Onlus, nasce con diversi obiettivi: da un lato la riqualificazione e valorizzazione del territorio boschivo intorno all’ex polveriera, così da trasformarlo in un luogo piacevole e facilmente fruibile da tutti; dall’altra la creazione di uno spazio open air per l’allestimento in progress di opere permanenti in forma scultorea o di installazioni nella tradizione della Land Art e della Site-specific Art. Negli anni successivi ArteValle si è arricchita di nuovi contributi, meritando bene una visita o una più meditata esplorazione da parte di chi l’abbia già percorsa in passato, con la consapevolezza che il progetto iniziale è stato abbandonato e non si è ritenuto di adottare misure idonee alla sua continuazione. Attrezzati di scarpe comode, la si raggiunge facilmente dal termine di via Valle di Mompiano o dal fondo di via Dabbeni, proseguendo in direzione collinare e imboccando, a sinistra, la strada bianca, oppure il sentiero n° 10 sulla destra. Ci guidano le segnalazioni sopravvissute al tempo lungo tutto il percorso, agevole per tutti, anche se è davvero indispensabile predisporsi ad una buona qualità dell’attenzione e dotarsi di un’osservazione attiva poiché le opere sono collocate ai margini del sentiero principale e in radure adiacenti, spesso in una compenetrazione fitta con le forme vegetali.

L’idea di creare il parco artistico si ispira, con le debite proporzioni, all’esperienza ormai trentennale di Arte Sella a Borgo Valsugana in Trentino, un progetto articolato in una molteplicità di spazi e iniziative, con la partecipazione di centinaia di artisti e musicisti di primo piano, provenienti da tutto il mondo. Non sono semplici esposizioni ma lavoro creativo in progress, in cui l’artista opera nel sito con i materiali che il territorio gli mette a disposizione: legno, foglie, pietra, metallo. In alcuni casi le opere vengono poi ricollocate in spazi “deputati”, musei e gallerie, in altri restano a dimora, fondendosi completamente con l’habitat naturale, che opera a sua volta una modifica dell’opera stessa, interagendo sino a inglobarla del tutto e condurla alla sua totale disgregazione. In tal modo i materiali usati sono riportarti al loro stato originario in un processo che rispetta il ciclo di vita della materia e della natura. In Italia esistono tantissimi parchi dedicati alla Land Art, termine ampio che definisce pratiche e strategie artistiche a volte diverse per filosofia e tecniche adoperate. Vediamo insieme quelli più importanti. Prossima al nostro territorio è Ledro Land Art, giunta al suo decimo anno, dove gli artisti sono invitati a produrre un’opera site-specific attraverso soluzioni ecosostenibili, da inserire nel percorso della pineta, ponendo la massima attenzione alla morfologia e alle specificità storico-ambientali del luogo. In Trentino segnalo Respirart, in Val di Fiemme, con le installazioni di artisti come Hidetoshi Nagasawa, Dorota Koziara, Olga Ziemska, Gordon Dick e Marco Nones; ancora, il progetto SMACH tra San Martino in Badia e San Vigilio, o il Bosco Arte Stenico, a nord del Lago di Garda. Per meglio contestualizzare la proposta di Brescia, val la pena ricordare le Pietre Sonore di Pinuccio Sciola, a San Sperate in provincia di Cagliari, il progetto Arte Pollino con opere di Anish Kapoor, Carsten Holler e Giuseppe Penone, noto esponente dell’arte povera. Degno di nota è anche il Campo del Sole sul lago Trasimeno, nato nel 1985 sotto la direzione artistica del critico Enrico Crispolti, con opere di 27 artisti, tra gli altri Pietro Cascella, coinvolti sul tema della colonna e ispirato al sito archeologico di Stonehenge. In Toscana, oltre al raffinato Giardino di Daniel Spoerri ai piedi del Monte Amiata e le enormi opere di Mauro Staccioli, Portale, Prismoidi, Primi Passi, dislocate nei campi intorno a Volterra, è da menzionare almeno una delle grandi raccolte di Arte Ambientale: la collezione di Giuliano e Pina Gori di Villa Celle, a Santomato di Pistoia, che vede la presenza degli artisti più rappresentativi dell’arte contemporanea: Dennis Oppenheim, Michelangelo Pistoletto, Giuseppe Chiari, Joseph Kosuth, Sol Lewitt, Richard Long, Mimmo Paladino, per citarne solo alcuni. Concludo questa panoramica, necessariamente spedita e assai incompleta, con un’opera che ha fatto molto discutere: il Grande Cretto di Alberto Burri, realizzato tra il 1984 e il 1989, nel luogo dove sorgeva la vecchia Gibellina, distrutta nel 1968 dal terremoto del Belice. Qui l’artista umbro realizza su una superficie di circa 8000 metri quadrati una gigantesca struttura in cemento bianco che, alla stregua di un ampio sudario, ricopre e ingloba tutte le macerie del terremoto; il manto ricostruisce il tracciato delle viuzze del borgo, “congelandone” l’assetto urbano originario e rendendolo simbolicamente ripercorribile attraverso il labirinto determinato dai ventidue blocchi di cemento. L’impatto è enorme: dall’alto l’opera, di innegabile valore estetico e sociale, appare così imponente da suscitare in alcuni ambientalisti non poca perplessità sulla sua sostenibilità ambientale.

Molte anime abitano, dunque, il movimento della Land Art, inaugurato alla fine degli anni 60 dall’americano Robert Smithson e l’inglese Richard Long entro le coordinate dell’arte concettuale, all’alba di una maggiore presa di coscienza ecologica e dei problemi connessi con la società dei consumi. Una delle prime opere di Land Art fu Spiral Jetty di Smithson, una spettacolare banchina a forma di spirale nel Great Salt Lake (Utah), realizzata accumulando ben 60.000 tonnellate di terra e detriti: una sorta di pontile percorribile all’inizio, poi lentamente sommerso dalle acque del lago, sino a diventare una labile traccia osservabile solo dal satellite. Nello sviluppo di quest’arte possiamo identificare almeno tre filosofie di lavoro centrate sul rapporto natura/cultura: il primo, in cui l’artista considera il contesto del sito prescelto come parte dell’opera stessa, e prende le mosse dalle sue risorse per progettare un intervento che le forze della natura possano inglobare fino a ripristinare l’equilibrio originario, lasciando in tal modo una minima traccia di ciò che l’uomo ha determinato. È il caso di Smithson e Long e di gran parte dei parchi fin qui citati. Un secondo atteggiamento vede gli artisti operare uno spostamento fisico dell’opera dal proprio laboratorio all’interno di un contesto naturale o, viceversa, prelevare un elemento naturale come un albero, la sabbia, l’acqua marina, e riconsegnarlo allo spazio tradizionale dell’arte, entro la “cornice”, più in generale, al museo e alla galleria. In entrambi i casi la natura mette subito qualcosa di suo: il vento nelle sculture sonore di Sciola, i fulmini sopra i 400 pali metallici di The Lighting Field di Walter De Maria, la pietra nelle 27 colonne di Campo del Sole a Punta Navaccia. Infine, un terzo approccio consiste nell’operare all’interno dell’ambiente naturale, spesso vaste aree di territorio, con lo scopo di effettuare una sostanziale modifica -transitoria o permanente a seconda dei casi- dell’assetto esistente. Talvolta, in tempi più recenti, i siti eletti sono parti urbane come palazzi o interi borghi. Ne sono un esempio, oltre al Cretto di Burri, gli impacchettamenti e i paesaggi sintetici di Christo e Jeanne-Claude, come il celebre The Floating Piers del 2016, la grande installazione di pontili galleggianti da Sulzano a Monte Isola sul Lago d’Iseo. Gli artisti di ArteValle si muovono prevalentemente entro le linee della prima tendenza, cosicché ciò che vedremo nella nostra visita sono le opere originali nel flusso transitorio della loro vita, mutevole e peritura.

Gli artisti invitati a partecipare nella prima edizione di ArteValle furono Stefano Bombardieri, Guido Moretti, Angelo Noce, Elisa Taiola, due gruppi di studenti della Libera Accademia di Belle Arti di Brescia e dell’Accademia di Santa Giulia, infine alcuni operatori dell’Associazione Il Sasso nello Stagno. Stefano Bombardieri, bresciano, con esposizioni di rilievo in tutto il mondo, ha progettato installazioni in tanti luoghi pubblici ed espositivi. Artista concettuale dal marcato approccio riflessivo sui grandi temi della filosofia, indaga con il linguaggio della scultura le forme della fauna selvatica: balene, coccodrilli, rinoceronti. Il grande pubblico lo ha conosciuto grazie a Il Peso del Tempo Sospeso, il monumentale rinoceronte collocato nel dicembre 2020 all’interno del Quadriportico di Piazza Vittoria. Ad ArteValle costruisce ed installa, circondata da un boschetto di robinie, Nomina si Nescis, Perit et Cognitio Rerum, un’enorme tartaruga di circa due metri, realizzata con terra, muschio e rami. L’animale, che sembra apparire all’improvviso dal sottobosco è di un realismo sorprendente, tale da creare uno shock percettivo nell’ospite di passaggio.

Guido Moretti, artista e professore di Fisica, da piccolo cresciuto nella falegnameria del padre a Gardone VT, negli anni Ottanta elabora un personale linguaggio estetico, grazie alla ricerca raffinata e rigorosa di un nuovo metodo di lavoro plastico. Ha esposto in Italia e all’estero, tiene conferenze sull’originale metodo adoperato ed è autore del volume La Terza Via alla Scultura. Moretti è affascinato dalla matematica sottesa alle forme geometriche naturali e alle leggi che governano la fisica della materia, in un atteggiamento che coniuga la profondità speculativa con la dimensione contemplativa. Per ArteValle progetta Sfera di Spirali, una corposa scultura lignea, ottenuta con il metodo della rotazione evocando poeticamente il movimento a spirale presente in tante forme dell’universo, quella straordinaria suite di Fibonacci rinvenibile, per esempio, nella geometria vegetale e delle conchiglie, nell’andamento delle galassie o nel moto dell’aria e del vento in determinate circostanze e persino nella molecola del DNA.

Ritornando al sentiero principale che conduce al Rifugio, sul fianco destro troviamo Lettere per il Cielo di Angelo Noce. La scultura, assemblata in loco su una piccola radura a mezza costa, è un grande trono ligneo rivolto a oriente, con incastonate decine di caratteri alfabetici recuperati dalla collezione di blocchi mobili, appartenuta a un’antica tipografia lombarda. Lo schienale, alto circa quattro metri, evoca una stele levata verso il cielo integrandosi nella dimensione verticale del bosco retrostante. Quel che interessa porre in evidenza in quest’installazione, al di là della prospettiva naturalistica d’insieme in cui si posiziona la rassegna di ArteValle, è il significato metaforico del trono, oggetto carico di dignità̀ spirituale in tutte le civiltà̀ e che qui propone l’alterità̀ della dimensione corporea nello stato di raccoglimento e di ascolto. L’artista, cremasco, conduce da anni una ricerca pittorica e scultorea sulla materia, in un rapporto straordinario con gli elementi che incontra nel mondo della natura. Ha esposto in Italia e all’estero in decine di mostre collettive e personali, allestite sempre in luoghi densi di storia o di grande valore artistico e architettonico. Numerosissime le installazioni realizzate in Italia, sia con materiali poveri raccolti in natura, sia su progetto specifico mediante strutture realizzate ad hoc. Suggerisco una pausa nel cammino intorno a questa installazione, la sua magia non potrà che rapirci nello sguardo prolungato verso il cielo che s’apre tra gli alberi.

Elisa Taiola, ceramista bresciana, propone Nuovo Simbolo dell’Infinito, una riformulazione dell’omonimo simbolo matematico. I due cerchi alle estremità rappresentano rispettivamente la natura e l’artificio, quello centrale la congiunzione dei due. Omaggio al grande artista Pistoletto, l’installazione è realizzata mediante la giustapposizione di formelle in terracotta, sagomate, incise o dipinte, poi disposte in modo da determinare il perimetro del simbolo stesso. Straordinaria la convivenza del cotto con la pietra ed il colore.
Degli studenti della L.A.B.A. ricordo Nessuno Urlava, un’azione-intervento su alcuni alberi del fondo valle: nell’incavo delle ferite che s’aprono sui tronchi viene disposta, in perfetta aderenza con il lacerto, una sottile lamina di materiale dorato, alla stregua di una medicazione di superficie. L’operazione evoca l’idea dell’intervento umano necessario alla tutela delle specie arboree e l’urgenza di un cambio di rotta nei confronti dell’ambiente. Punto di Vista è l’installazione degli allievi dell’Accademia Santa Giulia, anch’essi con un messaggio legato alla salvaguardia ambientale: all’interno di un semplice portale di legno, il punto di vista appunto, collocano un piano di creta con dipinto un cerchio dove si scorgono le fratture provocate deliberatamente sulla levigatezza della materia, con una chiara allusione alle contraddizioni celebrative di una natura decantata romanticamente e le ferite inflittele dall’uomo. Le attività dell’Associazione Il Sasso nello Stagno sono, invece, finalizzate alla promozione della salute mentale attraverso il mezzo artistico, utilizzato come strumento riabilitativo. L’opera Siediti e Pensa la Pace è realizzata entro l’avvallamento causato da un bombardamento della seconda guerra: collocata al centro di un campo definito da arbusti deposti in tessiture ovali, è una capanna in legno dove è possibile accedere, sedersi e aprirsi alla meditazione. L’installazione, densa di sacralità, invita ad una pausa di riflessione; inoltre è pienamente site-specific con il suo messaggio di pace nel punto che un tempo fu luogo di guerra.

Nel 2016 altre installazioni furono collocate ad opera di Patrizia Cicognetti, Agnes Deli, Giacomo Filippini, Endre Gaàl e Giuliana Geronazzo. Le Case delle Fate di Cicognetti sono porticine collocate alla base di grandi alberi con un’allusione alla narrazione delle case abitate dalle fate, che con la loro presenza proteggono il luogo dalle malattie e dai pericoli. Le modeste dimensioni privilegiate dall’artista generano un effetto di straniamento, opposto e simmetrico a quello delle opere grandi, in una dimensione onirica che ricorda l’Alice di Lewis Carroll.

Swarm (Sciame) è il titolo di una delle installazioni che Agnes Deli e Endre Gaàl, entrambi ungheresi, creano con l’ausilio esclusivo dei materiali vegetali. L’opera viene creata “a partire dal concetto di stormo di uccelli o di api, colto nel momento di staticità su due alberi, che tramite gli animali risultano tra loro connessi”, come spiega Gaàl stesso. È un’apertura folgorante di linee a partire da un centro, capace di materializzare l’improvviso moto degli uccelli. Agnes Deli, scultrice affermata e professoressa all’università di Kaposvàr, è un’artista poliedrica con decine di mostre e installazioni Land Art e Enviromental Art. Endre Gaàl, presidente dell’Associazione Ungherese degli Scultori, è conosciuto anche per le splendide sculture in vetro.

Esplosione, la bella installazione di Giacomo Filippini, è una corposissima struttura in ferro, in cui un enorme ritaglio elicoidale, teso e dischiuso longitudinalmente, si adagia su un supporto flesso, anch’esso di ferro. L’opera ripropone la poetica che l’artista ha maturato nell’uso intelligente del ferro, utilizzato con fantasia e leggerezza tra le opacità e le trasparenze della materia, i pieni e i vuoti, nel gioco cromatico che il metallo è in grado di produrre autonomamente nel processo di ossidazione. Filippini, bresciano, è uno scultore di grande sensibilità estetica e ad ArteValle ha risposto con ingegno e perfetta aderenza al luogo, la polveriera appunto, dove i materiali bellici sono simbolicamente “riconvertiti” alla bellezza.
Giuliana Geronazzo colloca dodici bambù in ceramica dal titolo Fuori Posto nel Bosco: alte quattro metri, le canne sono in grado di flettersi sotto la spinta del vento. L’intento è quello di evocare l’elemento dell’acqua, quindi della vita e del movimento, che il visitatore contribuirà a vitalizzare transitando attraverso il percorso predisposto nella verticalità dei tronchi. L’artista, di origine bergamasca, scultrice e pittrice, inizia la propria attività lavorando terracotta, bronzo, legno, vetroresina e raku per giungere ad una sua via personale alla ricerca astratta sulla luce ed il vetro. Insieme ad altri artisti, è autrice del progetto-manifesto Trasparenzestetiche, convergenza programmatica nell’utilizzo estetico di materiali inesistenti in natura.

Nel corso del tempo ArteValle è stata anche la scenografia di una serie di performance ambientali ed esecuzioni musicali, che qui hanno trovato una straordinaria convergenza umana e artistica. Energie propositive, intelligenza e bellezza, cultura condivisa di respiro internazionale nonché memoria del territorio hanno dato vita a questa splendida iniziativa, che meriterebbe attenzione e una rinnovata progettualità da parte degli enti che avevano patrocinato il parco artistico. Concludo questo breve excursus augurandomi di aver invogliato il lettore a intraprendere una nuova esplorazione in questa bella valle cittadina e rivolgo un grazie sincero ai Gnari de Mompià che l’hanno immaginata.

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