🔻 Santa Caterina e l’”Intendenza” 🔺DAL GRUPPO G9

Un antico monastero nel centro di Brescia lasciò il passo, quasi un secolo fa,  alla modernità “littoria”; ma ora, come per contrappasso, il “nuovo”, ormai sentito come vecchio e obsoleto, sarà convertito in una nuova formula architettonica, con nuove funzioni...

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Monastero Santa Caterina, ala nord, foto di Laura Giuffredi

di Laura GiuffrediUn antico monastero nel centro di Brescia lasciò il passo, quasi un secolo fa,  alla modernità “littoria”; ma ora, come per contrappasso, il “nuovo”, ormai sentito come vecchio e obsoleto, sarà convertito in una nuova formula architettonica, con nuove funzioni.

Stiamo parlando della vasta area in fondo a via Marsala dove, fino a poco tempo fa erano operativi gli uffici dell’Intendenza di Finanza e del Catasto (ora trasferiti in via Sorbanella).

Il Palazzo dell’Intendenza di Finanza fu costruito nel 1939 appunto sull’area dell’abbattuto convento di Santa Caterina, vittima illustre del periodo tra le due guerre, come accadde ai quartieri popolari che furono sacrificati per il progetto di Piazza della Vittoria.

La vicenda del complesso monastico trecentesco è tra le più emblematiche di un certo modo di procedere in campo urbanistico, ed artistico, in tutta Italia, ma particolarmente a Brescia, tra Ottocento e Novecento.

L’impianto, vasto ed articolato, del monastero, dalle armoniose forme proto-rinascimentali, era già stato modificato nella destinazione d’uso dopo le soppressioni napoleoniche, in seguito alle quali divenne sede degli Uffici della Dogana e  Finanza, nonché deposito di sale e tabacco; e vide poi leggermente alterata la propria planimetria per l’abbattimento dell’ala porticata che separava il chiostro mediano da quello settentrionale, in base ad un progetto di Giovanni Donegani (attuato tra il 1799 ed il 1800), con conseguente riduzione a due dei tre chiostri originari (fig.1).

In tale assetto il fabbricato giunse comunque sostanzialmente integro fino alle demolizioni definitive del 1935-1937: il monastero scomparve sotto il “piccone demolitore” del regime, senza che un benché minimo cenno all’intervento comparisse sulla stampa locale di allora. Un’esigua schiera di addetti ai lavori fece appena in tempo, oltre che ad indignarsi, a far scattare poche fotografie (vedi Archivio Fotografico dei Civici Musei di Brescia) e a far strappare dalla chiesa e locali conventuali alcuni frammenti di affreschi tre-quattrocenteschi.

Anche presso la Sovrintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Brescia, Mantova e Cremona la documentazione è assai scarsa: si conserva l’elenco degli affreschi strappati, di pugno del restauratore Angelo Sala (fig.1), ma è assente qualunque testimonianza di discussione pubblica circa l’opportunità dell’intervento sul monastero. Solo mons. Guerrini (Memorie storiche della Diocesi di Brescia, VI, 1935) ne giudicò discutibile la demolizione.

Certamente, allora come in altre occasioni (si veda la facciatina dipinta da Lattanzio Gambara, sopravvissuta e inglobata nel nuovo Palazzo della Posta nella Piazza Vittoria appena terminata), si trattò di salvare qualcosa, in base ad una frettolosa distinzione tra “bello” e “brutto”, pur se con un certo spirito documentario. Lo stesso per il quale si decise di conservare un breve tratto del porticato di Santa Caterina, a nord del chiostro settentrionale, ancora una volta un “bel frammento” antico accanto ai severi e razionali volumi dell’architettura “littoria”: anche da qui più tardi, nel 1955, furono strappati degli affreschi, molto rovinati, ad opera del restauratore Giuseppe Battista Simoni, due lunette a sesto acuto delle quali quella con la “Glorificazione della Vergine ed angeli musicanti”, di scuola lombarda del XV secolo, è oggi esposta nelle sezione L’età del Comune e delle Signorie a Santa Giulia, Museo della Città (gli altri frammenti strappati si trovano nei depositi della Pinacoteca Tosio Martinengo).

La viabilità e il risanamento furono imperativi in nome dei quali tutto fu giudicato ammissibile ed urgente: da qui gli interventi sulla struttura del centro storico, dall’Ottocento fino all’attardato, anacronistico episodio degli anni 1958-1960 sull’Ospedale Vecchio dell’era Bruno Boni (un’operazione di speculazione edilizia clamorosa).

Il monastero di Santa Caterina era stato costruito su un’area donata dal nobile Acquistino Caprioli ai Padri Domenicani di Brescia nel 1302, perché vi erigessero un monastero femminile dello stesso ordine, la cui fondazione canonica risale al 4 ottobre 1327. Più di un secolo dopo le monache, ormai più di un centinaio, ampliarono il monastero con nuovi dormitori e un nuovo refettorio, e anche la chiesa fu restaurata e allargata. Nel suo aspetto definitivo il complesso si articolava intorno a tre chiostri contigui e comunicanti e la chiesa era divisa in due settori: il “coro interiore”, riservato alle monache, e la chiesa “esteriore” per il fedeli.

Come detto, scarsa è la documentazione fotografica precedente la demolizione, ma si può intuire che la decorazione pittorica della chiesa fosse a più livelli sovrapposti, uno tre-quattrocentesco (Ciclo della Passione) e uno Seicentesco (si veda il rilievo pre-strappo eseguito dal restauratore Angelo Sala:  fig.2).

Spiega Franco Robecchi nel suo volume Brescia littoria, 1998 :

Fra le vie Marsala e delle Grazie esisteva un antico monastero, di Santa Caterina, delle suore Agostiniane, celebre per truci vicende di intrallazzi amorosi trasgressivi nel XVII secolo. Attuata la demolizione, nel 1935 si era svolto un concorso nazionale per la costruzione, su quell’area, della sede degli uffici statali, vinto dall’ingegnere padovano Augusto Berlese.

Dunque, nessun dubbio, nessun rimpianto: di fronte a “truci vicende “ e “intrallazzi amorosi”, la demolizione sembra arrivare, tre secoli dopo, come inevitabile, necessaria ed urgente!

 

Effettivamente le fonti sei-settecentesche ci consegnano a tinte fosche, ma anche divertite, la vicenda di monache licenziose, disponibili alle attenzioni di Tommaso e Paolo Caprioli e di un’altra decina di nobilastri delle schiatte dei Maggi, Avogadro e Gambara, non per nulla definiti “i moneghini”, che, scavato un passaggio sotterraneo tra l’adiacente palazzo nobiliare degli stessi Caprioli ed il chiostro, si introducevano nel convento clandestinamente. La questione finì con esilio e condanne comminate dal Consiglio dei Dieci ed erezione di una “colonna infame” nello spazio tra palazzo e monastero a perenne monito (in loco fino alla fine del XVIII secolo).

Ma non vogliamo pensare che la distruzione del monastero in epoca fascista abbia rappresentato una “damnatio memoriae” rispetto a quei fatti oscuri: si trattò solo di una sbrigativa operazione d’immagine sul tessuto della città, che il regime attuò in piena sintonia con altre coeve, quale deciso segno di discontinuità dell’ “era fascista” da un passato, non romano, da azzerare.

 

Ma, come si diceva all’inizio, lo scenario sta cambiando ancora!

Che ne sarà ora dell’edificio modernista che si fece largo tra le vestigia di quel luogo di dissolutezze, imponendo la sua mole massiccia ed austera, espressione delle magnifiche sorti e progressive del XX secolo?

Oltre 15.700 metri quadrati di superficie commerciale per questo vastissimo immobile, già del Demanio e ora di proprietà di un Fondo Privato, Fip-Investire, che ne farà un’operazione imponente: si prevede uno sviluppo residenziale, direzionale o misto, probabilmente un centinaio di appartamenti con relative autorimesse.

FIP sta per Fondo Immobili Pubblici, un fondo di investimento, nato nel 2004 e promosso dallo Stato tramite il MEF (Ministero di Economia e Finanza), per la “valorizzazione del patrimonio pubblico”, che di pubblico peraltro non ha nulla (se non l’originaria provenienza degli immobili così alienati).  Tale fondo è stato negli anni artefice di dismissioni anche controverse, poiché non sempre proficue per lo Stato, che pure da esse avrebbe dovuto trarre vantaggio.

Si vedrà come questa operazione verrà gestita, ma è facile prevedere che il pregio della posizione e dell’immobile incastoneranno in pieno centro appartamenti per pochi eletti.

In ogni caso, si apprezzi o meno l’architettura razionalista del Ventennio, spiace che un bene pubblico, funzionale alla macchina statale in alcune delle sue funzioni fondamentali, sia sottratto alla collettività, riducendosi a banale spazio abitativo impenetrabile ed esclusivo. Sembra un’occasione persa, tra le opzioni che, forse, erano sul tavolo.

Rilievo degli affreschi frammentari nella Chiesa di Santa Caterina, prima dello strappo
Planimetria del Monastero di Santa Caterina prima della demolizione

ARTICOLO A CURA DEL GRUPPO G9

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