🔻 C’è del brutto nella Bassa… | 🔺DAL GRUPPO G9

Terra d’acqua la Bassa, ricca di rogge, fontanili e risorgive provenienti oltre che dai tre fiumi principali, Oglio, Mella, Chiese, dal più modesto corso del Gambara, che nasce spontaneamente a Ghedi e attraversa la pianura portando ovunque, incanalata nei secoli, l’acqua che l’ha resa fertile...

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Un pastore a Meano di Corzano, dal libro "Incanti di terre della Bassa Bresciana tra i fiumi Oglio, Mella e Chiese", foto su gentile concessione dell'editore, Mauro Rota

di Mario Baldoli Un lettore ci pone una domanda radicale: parlate della Bassa bresciana, lì ci abita il 40% del bresciani, non è cosa da dimenticare.

Ebbene, si pone subito un problema: quali sono i confini della Bassa, come comunemente la chiamiamo?

Un secolo fa cominciava con la pianura dove nascono i fontanili, oggi è quella compresa tra le colline moreniche del Garda e la Franciacorta, confinante con le province di Cremona e Mantova.

Una mostra del 1987 l’ha descritta in 33 comuni, un libro del 1996 l’ha portata a 54 comuni. L’ultimo libro, ricco volume strenna pubblicato in questi giorni Incanti di terre della Bassa bresciana tra i fiumi Oglio, Mella e Chiese, di Gian Mario Andrico che ne scrive anche l’introduzione, con presentazione di Tonino Zana, fotografie di Mauro Pezzotta, Rota editore, testo italiano-inglese, ne considera 66. Non pochi. Se si calcolassero anche le frazioni che sono tante, cospicue di abitanti e di storia, sarebbe necessario un volumetto per ciascuno giusto per nominare e raccontare luoghi, architetture, persone, antiche strade, economia, nebbie e sole bollente. Così torrido che diede alla testa al terraferma Giovanni Paneroni: Il giovane rudianese intuisce che il correre tra le strade del paese in cerca dell’ombra è la prova che il sole si muove e la terra sta ferma, scrive Andrico con un filo di ironia (o di serietà).

La copertina del libro “Incanti di terre della Bassa Bresciana tra i fiumi Oglio, Mella e Chiese”, foto su gentile concessione dell’editore, Mauro Rota

Mio padre che era di Chiari, lo ricordava salire in treno con un pacchetto di fogli, attaccare discorso e alzare la voce: La terra non gira, o bestie.

Tanti sono gli elementi della Bassa che chiunque ne ha voluto parlare ha dovuto scegliere, tagliare gelsi e ignorare stalle.

I paesi inoltre, anche se cresciuti a dismisura non sono la caratteristica principale della Bassa, lo è invece la superficie che rende la nostra provincia la più estesa di Lombardia mettendole una base di 1.300 kmq e 440.000 abitanti circa.

Il libro di Andrico è un libro onesto, senza cipria e profumo. Ecco il suo incipit: Se il “bello “era una volta il 90%, ora è ridotto al 10%. Cosa è successo? Capannoni, cavalcavia, supermercati, circonvallazioni e rotatorie hanno cancellato quel 90%.

Abbiamo distrutto quel bene di Dio che era la pianura padana, diceva molti anni fa l’architetto Fedrigolli, trentino con studio a Brescia, perché la velocità del progresso non ha guardato in faccia a nessuno, né a Mantova o Cremona.

Andrico vede strade tracciate dai Galli e dai Romani violate dalle circonvallazioni, ponti antichi scomparsi, i sudori dei contadini, il lavoro dei monaci dell’Alto Medioevo per bonificare le paludi e incanalare i corsi d’acqua, creare laghetti, ordinare il bosco. Si seminava e raccoglieva grano, quello che nutre la città, ora sostituito dal mais, la nostra foresta amazzonica, secondo un sindaco ottimista.

Terra d’acqua la Bassa, ricca di rogge, fontanili e risorgive provenienti oltre che dai tre fiumi principali, Oglio, Mella, Chiese, dal più modesto corso del Gambara, che nasce spontaneamente a Ghedi e attraversa la pianura portando ovunque, incanalata nei secoli, l’acqua che l’ha resa fertile.

Diventata adesso irriconoscibile, con significati stravolti, con un’identità che si perde: Aria e acqua inquinate, strade violente, solidarietà massacrata. Tutto non per necessità ma per mera speculazione.

Terra diventata la più produttiva per la lungimiranza secolare di contadini e di donne per tre quarti contadine e un quarto casalinghe, gli uni e le altre educatori e educatrici dei figli presto occupati sui gelsi a far foglia da spargere su immense culle di avidi bachi. Anche all’avanguardia per i suoi studiosi illuminati, come Camillo Tarello e Agostino Gallo. Terra che ha visto le lotte contadine, da tempo ridotta a oggetto da vendere e comprare. “terra che si può riscattare” scrive Zana, grazie proprio ai contadini che hanno fatto laureare i figli, forse però quei laureati non torneranno indietro, più facilmente troveranno lavoro in qualche città; niente oggi garantisce il restauro contadino, malgrado qualche valorosa operazione di nicchia.

La barriera del mais toglie la vista della pianura e dei borghi, la nuova estensione banalizza paesi, cascine secolari, chiesette e castelli. Difficile dimenticare le nostre cascine a spazio aperto, così diverse da quelle cremonesi, gli occhiuti castelli costruiti da Visconti e Veneziani per farsi la guerra (quanti morirono a costruirli e conquistarli?), poi occupati dagli austriaci e ora nella prospettiva del rudere, anche se abbiamo visto l’importante recupero di Padernello. C’è un gioiello quasi scomparso nella Bassa, sono le giasère, quei coni di pietra che sfidavano il sole, ghiacciaie dove si custodiva al fresco ciò che sarebbe finito in pancia nell’autunno.

Il libro di Andrico presenta poi necessariamente la vita dei paesi; il fotografo Mauro Pezzotta cerca squarci, rovine, campi coltivati, campanili, nebbia e ombre: prosa e fotografia che vanno a completarsi. Inutile soffrire su quello che eravamo e che siamo ora: forse solo chiedersi: ma per chi? per che cosa?

ARTICOLO A CURA DEL GRUPPO G9

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