🔻 Marietta esce dal Vantiniano a fine Ottocento: ha con sé un libro di splendide memorie | 🔺DAL GRUPPO G9

La città dei morti è come la città dei vivi. Ma quale città? Quella più ordinata e antica d’Europa, la città romana col suo severo ordine ortogonale...

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Marietta Ambrosi, immagine per gentile concessione Associazione Capitolium

di MARIO BALDOLI La città dei morti è come la città dei vivi. Ma quale città? Quella più ordinata e antica d’Europa, la città romana col suo severo ordine ortogonale.

E’ il cimitero monumentale Vantiniano di Brescia, che mantiene il nome del grande architetto e ingegnere Rodolfo Vantini che giovanissimo avviò la costruzione del primo cimitero monumentale d’Italia e prototipo dei cimiteri dell’Ottocento in Europa. Il suo lungo viale d’ingresso culmina con la cappella di San Michele e il Faro, una colonna di 60 metri che spinge la corsa dell’occhio all’infinito, e che fu replicata a Berlino, diventando uno dei monumenti più celebri nel parco di Tiergarten, la colonna della vittoria.

Il cimitero cittadino nacque dopo l’editto di Saint Cloud (12 giugno 1804) con cui Napoleone impose che i campi santi, per ragioni igieniche, fossero costruiti fuori città, decisione che spinse Foscolo a scrivere I Sepolcri, stampato, strana coincidenza, proprio a Brescia.

Il Vantiniano è oggi il maggior museo di sculture a Brescia. Altra coincidenza è che in questa città agisce da dieci anni l’Associazione culturale Capitolium, che si occupa del restauro di antichi cenotafi e lapidi. Da qui emergono figure spesso dimenticate, la cui memoria rimane aggrappata a poche frasi scolpite nel gelido marmo. Microstorie in cui si nascondono coraggio, ingegno, amori, viaggi, gioie e sofferenze della vita.

Ed ecco la scoperta di Capitolium: Marcus Waterman, celebre paesaggista americano, membro del Boston Art Club, noto e stimato anche in Europa.

Ma perché le ceneri di Waterman al Vantiniano? La scoperta a quel punto si interseca con la sua vita e la storia dell’arte. Ma vicino a lui, emerge un altro nome: Marietta Ambrosi. La ricerca si estende e presto Marietta diventa la personalità dominante.

Marietta Ambrosi, immagine per gentile concessione Associazione Capitolium

Nata a Rovereto nel 1852, bresciana d’adozione, a 19 anni emigra con la famiglia (pade italiano e madre americana) negli Stati Uniti, in particolare a Boston di cui era originaria proprio la madre.

Là diventa famosa grazie alla sua personalità: simpatia, iniziativa, coraggio, passione le aprono il successo. A Boston, Marietta stampò nel 1892 a quarant’anni un libro di memorie Italian child life (Vita di una ragazza italiana) in cui descrive l’infanzia e la giovinezza bresciana.

In America il libro ebbe cosi’ successo che fu ristampato nel 1906. Piccola di statura, così si descrive quando aveva dieci anni: una ragazza dal viso rotondo, capelli marrone portati corti, occhi color nocciola, naso all’insù, labbra sottili su una bocca grande, spalle larghe e una vita stretta. Non fu mai bella, ma riuscì ad essere se stessa con le sue più forti passioni: l’arte e il teatro. Giusto cominciare le sue memorie dal Vantiniano: Quand’ero bambina ero solita andare con i miei coetanei al cimitero: seguono due pagine di gustosa descrizione: la tettoia con gli ex voto, la lapide umida di baci di un curato ritenuto santo, infine il 2 novembre zeppo di bancarelle che vendono tutto, ma anche di artigiani che offrono i loro capolavori. Si noti che raramente parla della famiglia, sempre di bambini, da monella qual era. A sera anche noi bambini partecipavamo alla festa (ricordo che l’Associazione Capitolium apre la notte del primo novembre alle visite notturne presso il cimitero Vantiniano come da antica tradizione). Avevamo con noi spago, fiammiferi e forbici: camminavamo in lungo e in largo per tutto il cimitero e quando vedevamo una qualsiasi lanterna storta la raddrizzavamo e la fissavamo col nostro spago. Legavamo poi tutte le ghirlande che si erano sciolte e aiutavamo gli estranei a cercare le lapidi dei loro estinti. A fine giornata tornavamo stanchi, ma devo dire che ci divertivamo moltissimo. Posso aggiungere che oltre a qualche centesimo, avevano mangiato troppo. Mangiavano troppo anche quando c’erano i grandi spiedi. Il rimedio: ghiande di quercia ben bollite per farne un caffè e il mal di stomaco se ne andava.

Nel 1866, terza guerra d’Indipendenza, a Brescia infuria il colera (presente già da qualche decennio) e il governo apre una caserma proprio davanti a casa loro. In quell’anno mangiai più angurie che in ogni altro. Il governo aveva proibito di farlo bollandole come cose non salubri, ma noi bambini andavamo dai contadini che le coltivavano e per 2-3 centesimi ci permettevano di raccoglierle. Per rinfrescarle le posavamo sul greto di uno dei tanti fiumiciattoli che circondano la città. Mentre attendevamo che i cocomeri rinfrescassero, per ammazzare il tempo contavamo tutti gli amici che avevamo perso a causa del colera. Quando sentivamo una cicala cantare, scuotevamo gli alberi per catturarle. Una volta afferratene una, le legavamo un filo alle zampe e la tenevamo sull’erba finchè non riuscivamo a prenderne un’altra. Quindi scommettevamo una fetta d’anguria sulla cicala che per prima avrebbe preso il volo. Dopo aver grattato i loro stomaci per sentirle cantare, le lasciavamo andare.

Alcune decine di pagine sono dedicate ai bachi da seta, ma è un tema descritto più volte.

Ecco il suo esordio a teatro con i burattini (anticipato però da alcune esperienze come spettatrice e lavorante improvvisata dietro la scena): Avreste potuto vedere, durante una piacevole domenica mattina, un piccolo carro che lasciava una grande casa. Un simpatico e bellissimo asinello trainava un carretto seguito da due cani di grossa taglia. Con loro c’erano un uomo alto, anziano con vestito grigio, cappello a cilindro e una verga in mano e due giovani ragazzi. Lì c’era anche lei, di circa dieci anni.

Le mie sorelle e mia madre, ferme coi vicini sull’uscio di casa, ridevano e ci auguravano buon viaggio. Eravamo diretti ad una località a cinque miglia da casa che raggiungemmo prima di mezzogiorno. Non dimenticherò mai la mia gioia, il mio orgoglio appagato. Mi ritrovai tutt’attorno quasi un centinaio di bambini e dovevo rispondere a tutte le loro domande. Ci offrirono molti fichi freschi, noci e tanto vino. Dovevo rappresentare due personaggi, una regina e una popolana. Suoniamo la campanella e il rettore della scuola che ospitava l’esibizione, aprì il portone ai bambini che, tutti molto curiosi, si precipitarono in gruppo all’interno. Terminata la mia performance nel teatrino, ne sgusciai fuori per cercar di capire che impressione avessi fatto sui bambini.

Mi avvicinò un ragazzo che desiderava vendermi una gabbia per passeri con tre pulcini. Mi chiese tre centesimi. Ero così contenta dell’acquisto da scordare che dovevo prestar la voce alla regina. I compagni la richiamano: popo, ‘ndu set? Portai allora i pulcini con me dietro la tenda e li adagiai delicatamente nel bagaglio dov’erano stivati i burattini.

La spontaneità, la voglia di vivere, la curiosità escono da queste righe come solo può fare un grande scrittore, e rappresentano magnificamente il suo tempo, il rapporto con gli animali, le persone strane e oneste, l’illimitato gioco con i coetanei.

Senza figli, Marietta compì con Marcus tour europei come attrice, fu torera, popolana, donna d’oriente, figura sacra. Fu modella di artisti, musa di pittori tra i più importanti del mondo francese e anglosassone. Negli Stati Uniti ispirò Daniel Chester French, l’autore del Lincoln Memorial che diede il suo volto ad una figura fanciullesca inserita in un gruppo scultoreo della facciata del Boston Post Office.

Le sue memorie sono un libro; presente nell’archivio della Biblioteca del Congresso, tradotte, annotate puntigliosamente e contestualizzare da chi l’ha scoperta nel Vantiniano, Federico Vaglia e Sergio Masini, impaginate da Tiberio Faedi e naturalmente pubblicate a Brescia da Fen edizioni (Libreria La Fenice) col titolo Vita di una ragazza. Marietta Ambrosi, una bresciana moderna nel mondo di fine Ottocento. Libro arrivato alla seconda edizione.

Non ho risposto alla domanda iniziale: come finì Waterman al Vantiniano?

Nel 1908 i due si sposano e l’anno dopo si trasferiscono in Italia soggiornando a Maderno che con Gardone e Salò era luogo prediletto dagli artisti. Quando Waterman morì, Marietta decise di cremarlo nel forno crematoio del cimitero cittadino per poi tumularlo nella cappella n.5. L’Ambrosi decise di tornare poi negli Stati Uniti presso alcuni parenti. E’ il 1920 quando Marietta decide di riprendere il mare e tornare in Italia nell’amata Brescia dove morì nel giugno 1921 per poi essere seppellita in parte all’amato marito.

Marietta Ambrosi, immagine per gentile concessione Associazione Capitolium

L’AUTORE DELL’ARTICOLO: MARIO BALDOLI

Mario Baldoli, laureato in filosofia, giornalista, direttore responsabile di “Tuttogarda” (2004-2005), periodico della Comunità del Garda. Dal 2009 è direttore della rivista online www.gruppo2009.it, e redattore della rivista “Atlante bresciano”. Due suoi saggi sono alla Library of Congress Washington.

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