La birra fatta con l’uva | 🍷🥂 BARBERA & CHAMPAGNE/37

Anche i birrifici artigianali bresciani si sono cimentati con alcune produzione nello specifico stile birraio...

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Uva, foto generica da Pixabay

di Stefano Bergomi* ([email protected]) – Le reminiscenze scolastiche mi rimandano alla definizione di intersezione tra due insiemi come l’insieme degli elementi che appartengono sia al primo che al secondo. In presenza di intersezione vuota i due insiemi considerati non hanno alcun elemento in comune.

Seduto al tavolino del bar è l’immagine che mi viene in mente e che meglio rappresenta la distinzione degli avventori, tra chi preferisce la birra e chi il vino. Perché questi sono due universi paralleli che non si incontrano mai. A chi piace la birra solitamente non piace il vino, e viceversa.

Si sentono spesso frasi a favore dell’una, la birra, e dell’altro, il vino, oppure frasi contro.

“Bevo la birra perché d’estate è rinfrescante”.

“Non bevo il vino perché ha troppi gradi alcolici”.

“Non bevo la birra perché mi gonfia” (e come cantava Rino Gaetano vado avanti tristemente a champagne e bon-bon).

“Bevo il vino perché mi piace riconoscere il terroir in cui viene prodotto.”

In realtà, già da diversi anni, questi due mondi hanno trovato un punto di contatto.

Si tratta delle IGA (Italian Grape Ale), birre fatte con l’aggiunta di uva.

COSA SONO LE IGA? In dettaglio, sono birre ad alta fermentazione per le quali è prevista un’impronta di caratterizzazione indotta dall’aggiunta di uva. L’integrazione può avvenire attraverso l’aggiunta di chicchi di uva al naturale, oppure di vinacce, oppure di mosto muto (mosto per il quale è stato interrotto il processo fermentativo), di sapa (mosto cotto concentrato), di mosto fermentato. L’aggiunta dell’uva può avvenire in diverse fasi del processo produttivo della birra, dalla bollitura, alla fermentazione, fino al condizionamento.

STORIA PRODUTTIVA Gli annali riportano il 2006 come anno di produzione della prima birra con aggiunta di uva. Si trattava della BB10, una imperial stout con aggiunta di sapa di uve cannonau, ad opera di Nicola Perra del birrificio Barley (Maracalagionis – Cagliari). Perra non è stato solo il precursore di questo particolare stile birraio, ma anche un convinto sostenitore ed innovatore; inoltre tutte le sue produzioni sono legate a uve di vitigni tipici del territorio sardo. Negli anni seguenti hanno visto la luce nel suo birrificio la BB Evò, con sapa di uve Nasco, la BB9, con sapa di uve Malvasia di Bosa (una vera rarità vinicola di cui avevo già parlato qui), la BB7, con mosto fiore concentrato a freddo da uve moscato di Cagliari, per permettere la valorizzazione degli aromi primari delle uve aromatiche come avviene proprio nella produzione del vino.

Altri produttori della prima ora che si sono cimentati con la produzione di IGA di uve da vitigni autoctoni sono stati Loverbeer (Marentino – Torino), con produzioni da uve barbera e freisa, Birrificio Montegioco (Montegioco – Alessandria), con uve timorasso, Toccalmatto (Fidenza – Parma), con uve fortana.

GENESI DEL NOME Il nome Italian Grape Ale si deve a Gianriccardo Corbo, presidente del Movimento Birrario Italiano, che nel 2014 propose a Beer Judge Certification Program (BJCP), un’organizzazione nata negli USA nel 1985 e votata alla promozione e catalogazione dei diversi stili birrai, la codifica di questo nuovo stile. Vennero sollevate obiezioni rispetto alla scarsa produzione a livello professionistico-commerciale e in merito alla possibilità di ricomprenderla nella categoria già esistente delle fruit beer. Corbo riuscì a convincere i membri dell’associazione internazionale della valenza dell’uva in Italia come identità territoriale, culturale e di comunità di persone, di diversità grazie ai vitigni autoctoni caratterizzanti in modo specifico i territori di produzione. E’ grazie alla sua proposta che dalla pubblicazione del 2015 degli stili birrai promossa da BJCP l’Italia può finalmente vantare uno stile caratterizzante tutto suo, al pari delle più famose Belgian, German, English, American.

ITALIAN GRAPE ALE BEER CHALLENGE Le IGA sono diventate di moda tanto da meritarsi una competizione tutta propria. La prima edizione del concorso IGA Beer Challenge è stata organizzata a Torino a Ottobre 2021. Tra le birre premiate la Regola Zero del Birrificio Alveria (Canicattini Bagni- Siracusa), nella categoria birra acida con alta gradazione alcolica, ma con premio di merito anche per la miglior valorizzazione di un vitigno autoctono italiano, il moscato di Siracusa, addizionato come mosto in fermentazione spontanea della birra in botti di legno.

La seconda edizione della Challenge è prevista a Settembre 2022, con conferme di partecipazione già giunte anche da produttori non italiani.

LE IGA BRESCIANE Anche i birrifici artigianali bresciani si sono cimentati con alcune produzione nello specifico stile birraio.

Jolly blue di Birrificio Curtense (Passirano – BS). Birra in stile indian grape ale prodotta con mosto di uve della Franciacorta. Naso di piccoli frutti, uva spina, ribes nero e bacca di sambuco. Colore paglierino e schiuma compatta. Dal gusto asciutto e pulito, con venatura ammandorlata sul finale di cedro e bergamotto, ma con riconoscibile presenza di uva bianca.

Ombretta di Birra Felice (San felice del Benaco – BS). Birra stagionale d’autunno a fermentazione spontanea addizionata di mosto bianco di prima spremitura di uve del Garda. Matura in botti grandi di legno. Si presenta con colore bruno scuro e schiuma densa e abbondante. Naso intenso, anche con sentori di tostatura e caramello. Al gusto rotondità e carattere indotto dall’affinamento in legno.

Malmostosa di Birrificio Carpe Diem (Calvisano – BS). Birra stagionale con mosto di marzemino, dall’intrigante gusto fruttato.

* Sommelier per passione

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