E tu… che “genitore sportivo” sei? | 🟢 BRESCIA VISTA DALLA PSICOLOGA

Che la tematica dello sport come fattore importante per la crescita e per lo sviluppo armonioso della persona sia un argomento che, dal punto di vista psicologico ma anche culturale e sociale, riceve molta attenzione, è dimostrato anche da numerose ricerche...

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Doriana Galderisi, opinionista BsNews

“Ma cosa lo fai a fare? Soldi e tempo sprecati!”
“Almeno nello sport, arrangiati figlio mio!”
“Ma cosa ne so io? Ci penserà ben l’allenatore!”
“Io non ti accompagno più”
“Voglio sapere  quanto ti alleni! Dove? Come? Con chi? E quando hai finito l’allenamento cosa fai?”

di Doriana Galderisi* – Care lettrici e cari lettori, queste sono espressioni, che, talvolta chi ha figlie o figli che praticano sport, può trovarsi a pronunciare. Sono frasi che, in verità, vogliono di dire molto di più di quello che le semplici parole esprimono, perché si tratta di feedback che, oltre che incidere profondamente sia sull’immagine che l’atleta sta costruendo di sé (autostima), sia sulla motivazione allo sport, evidenziano anche lo stile che un genitore “sportivo” ha nella relazione con il proprio “giovane atleta”.

Proprio sul tema di questa relazione educativo-sportiva vi è una grande quantità di studi, tra cui spiccano quelli londinesi della professoressa Celia Brackenridge della Brunel University London, che, con il suo modello, individua una serie di “profili genitoriali sportivi”, che vanno dal genitore oppositivo a quello iperattivo, attraverso tutta una serie di “carte di identità” del genitore sportivo che aiuta, educa, accompagna il figlio nelle sfide e delle difficoltà che lo sport comporta.

Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione” come afferma Nelson Mandela.

Lo sport, dunque, può portare speranza, positività e cambiamento?

Non è banale chiederselo, tanto più che i fatti recenti che hanno scosso profondamente il mondo dell’atletica e dello sport in generale (le denunce presentate dalle ginnaste, delle Farfalle della Nazionale di ginnastica ritmica, ma anche dalle giovanissime atlete bresciane che hanno accusato i propri allenatori di maltrattamenti psicologici) fanno sì che questa domanda non sia scontata.

Che la tematica dello sport come fattore importante per la crescita e per lo sviluppo armonioso della persona sia un argomento che, dal punto di vista psicologico ma anche culturale e sociale, riceve molta attenzione, è dimostrato anche dalle sempre più numerose ricerche dedicate nello specifico all’esperienza sportiva in giovane età.

Un focus particolare che le diverse analisi fanno emergere è quello relativo al ruolo dei genitori e degli adulti in generale nella vita sportiva dei giovani atleti.

Infatti in alcuni casi, come per esempio quelli delle denunce delle ginnaste, viene spontaneo chiedersi: “ma i genitori sapevano? Come mai nessuno è intervenuto prima?” O, ancora: “Che cosa è successo nel rapporto tra allenatori, società sportiva, genitori, atleti?”

E’ molto importante il sistema di relazioni tra questi interlocutori, perché conflittualità divergenze, incomprensioni, fraintendimenti, diversità di obiettivi tra genitori e allenatori diventano elementi “trigger”, ovvero fungono da “grilletto” per lo scatenarsi di incomprensioni, tensioni, conflitti o comunque di pressing o deragliamenti comportamentali ed emotivi da parte degli adulti, in modo particolare dei genitori.

A tale proposito un esempio ci viene portato dal famoso artista Maurizio Crozza, che, in una delle sue tante videoclip, cita un episodio di violenza di qualche anno avvenuto tra genitori nel derby dei pulcini Torino-Juventus. In questo caso, effettivamente, c’è poco da ridere, anzi verrebbe da piangere!

I genitori talvolta possono diventare un problema per molte società sportive e per gli allenatori stessi? A questo proposito per qualcuno nello sport se non ci fossero i genitori sarebbe meglio; questo è un pensiero molto diretto e senza mezze parole espresso da James E. Counsilman, allenatore di nuoto di Mark Spitz, sette Medaglie d’Oro nel 1972 ai giochi olimpici di Monaco.

In ogni caso, in attesa che la magistratura faccia il suo corso sui casi alla ribalta delle cronache cerchiamo di vedere il ruolo che lo psicologo, in particolare lo psicologo sportivo, ha nel mondo dello sport.

Io stessa, in qualità di Psicologa Sportiva[1] riscontro che la presenza dei genitori nel mondo dello sport sia una questione, oltre che molto delicata e complessa, anche controversa.

Vi sono contesti in cui vigono regole molto rigide che impongono la distanza dei genitori dalla pratica sportiva e altri contesti, invece, più aperti. Nonostante questo si assiste spesso a situazioni imbarazzanti, in cui i genitori diventano addirittura litigiosi e violenti, scalzando allenatori e società e ponendo, talvolta, anche i figli stessi in una condizione di imbarazzo. Non è raro sentire dai figli-atleti frasi come: “spero che i miei non vengano alla partita perchè potrebbero arrabbiarsi e litigare con gli altri genitori”.

Nello sport sono implicate, anche a livello genitoriale, molte componenti, tra cui la capacità di autocontrollo e regolazione dei propri comportamenti, ma anche l’intelligenza emotiva (capacità di cogliere, capire e gestire situazioni emozionali proprie ed altrui) oltre che tutta l’area del cosiddetto coping, cioè delle skills, delle strategie da “mettere in campo” (espressione che viene qui proprio ad hoc!) per gestire situazioni che, nel caso dello sport dei figli, riguardano anche desideri, aspettative, ambizioni, preoccupazioni e rivalse che il genitore vive attraverso le performance sportive dei figli.

Talvolta lo sport, che per i bambini inizia come un gioco, può diventare invece una sorta di “gabbia”, nella quale rimane molto poco dell’aspetto del gioco, del divertimento, del piacere di imparare e di stare con gli altri. In proposito fa riflettere l’aforisma di Montesquieu: “Lo sport piace perché lusinga l’avidità, vale a dire, la speranza di avere di più”.

Tante volte nella mia pratica professionale mi sento dire: “se avessi saputo che il gioco sarebbe diventato un impegno così grande non so se lo avrei fatto”oppure: “non ho più tempo libero per me né per gli amici” e queste sono solo alcune delle verbalizzazioni di alcuni giovani atleti che incontro nel mio lavoro. Del resto dice bene l’ex canoista Josefa Idem: “Nello sport il gioco deve essere una costante. Quando questa componente viene a mancare è ora di smettere”.

Insomma nello sport genitori sì o genitori no?

Sì! Ma con modalità di comunicazione e di gestione chiare e condivise, evitando i seguenti errori:

1 – Il figlio atleta non è il tuo “avatar”, quindi, genitori, non riversate sul figlio le vostre aspettative, rivedendo in lui magari i vostri insuccessi. Lo sport è un’opportunità di crescita e di maturazione, ma può diventare anche una criticità molto grande, se vissuto male.

2 – Evitare “l’effetto tenaglia”, cioè moderare il controllo, la pressione e la propria ansia verso le performance del proprio figlio.

3 – Evitare “l’effetto ghosting”: il genitore è un punto di riferimento, assolutamente necessario per il figlio per costruire una buona conoscenza di sé e una buona motivazione. Quindi non sparite dalla circolazione, non delegate totalmente alla società sportiva o agli allenatori, insomma, non siate dei fantasmi (ma nemmeno dei genitori “francobolli”)

4 – Lo sport è sempre una questione di squadra, quindi non considerate l’allenatore un nemico, bensì un interlocutore cui vanno rispetto e fiducia, senza sostituirsi ad esso. Questo soprattutto nel caso in cui il genitore possiede qualche competenza sportiva specifica e, quindi, con più facilità sente il diritto di intervenire.

5- Calma e sangue freddo. Espressioni e manifestazioni violente, oltre a non dare il buon esempio, creano divisioni, tensioni e problematiche anche di disagio nei giovani atleti. È bene ricordare che: “In ogni gioco c’è uno che perde. Se dopo mezz’ora non hai capito chi, sei tu”, (Manuel Vicent).

6- Attenzione al “killer instinct”. Si tratta di quella “forza interiore, di quella leva propulsiva che può trasformare un atleta di talento in un campione” (Goldsmith) ma… MANEGGIARE CON CURA perché, se il talento viene troppo sollecitato, si può andare incontro ad una serie di blocchi e volontà di rinuncia nei giovani.

Quindi, invece, che cosa fare?

1- Ricordarsi che il figlio è prima di tutto un bambino, un ragazzo che ha bisogno della considerazione realistica del genitore: quindi dare feedback coerenti, sinceri e, sopratutto, equilibrati.

2 – Aiutare  il figlio atleta a vedere obiettivi raggiungibili

3 –  Rimanere al proprio posto.

4 – Cercare di rispettare anche il desiderio di condivisione del figlio: ci sono atleti che, soprattutto nel post match, hanno bisogno di confrontarsi subito con il genitore, altri che invece preferiscono parlare in un secondo momento. In ogni caso a volte basta soltanto la presenza disponibile per rassicurare, confortare e incoraggiare il giovane atleta.

Nel ringraziarvi per l’attenzione mi piace concludere questo articolo con una battuta di Gene Gnocchi: “Quasi tutte le mamme preferiscono che i figli pratichino la pallanuoto, perché così non tornano a casa tutti impolverati”.

Buona domenica a tutte e tutti.

CHI E’ DORIANA GALDERISI?

Doriana Galderisi è padovana d’origine e bresciana d’adozione: lavora nel campo della psicologia da più di 27 anni con uno studio in via Foscolo, a Brescia. Esperta in: Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale Tipico e Atipico, Psicologia Criminale Investigativa Forense, Psicologia Giuridica, Psicologia Scolastica, Psicologia dell’Età Evolutiva, Neuropsicologia. Esperta in psicologia dello sport iscritta nell’elenco degli psicologi dello Sport di Giunti Psychometrics e del Centro Mental Training. E’ inoltre autorizzata dall’ASL di Brescia per certificazioni DSA (Disturbi specifici di Apprendimento). E’ iscritta all’Albo dei CTU, all’Albo dei Periti presso il Tribunale Ordinario di Brescia e all’Albo Esperti in Sessuologia Tipica e Atipica Centro “il Ponte” Giunti-Firenze.

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