🔻 Il lago dei tedeschi, “Der Bote vom Gardasee” | 🔺DAL GRUPPO G9

Nel 1909 si riunirono a Verona i rappresentati delle provincie di Brescia, Mantova, Verona insieme con i sindaci di vari comuni gardesani, compresi quelli trentini (allora in territorio austriaco) per discutere La germanizzazione del lago di Garda...

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La copertina del libro

di MARIO BALDOLI* Nel 1909 si riunirono a Verona i rappresentati delle provincie di Brescia, Mantova, Verona insieme con i sindaci di vari comuni gardesani, compresi quelli trentini (allora in territorio austriaco) per discutere La germanizzazione del lago di Garda.

Base della discussione fu un grosso fascicolo di un giornalista de “Il popolo d’Italia” titolato “Per l’italianità del Gardasee”. La conclusione fu di fondare di Una federazione per la difesa dell’italianità del Garda (mai realizzata).

A spiegazione vanno fatte due considerazioni: in tutti i paesi, soprattutto da Salò a Riva, allora austriaca, i cartelli in lingua tedesca Zimmer frei, Apotheke, Lederwaren, Biergarten, Deutsche Delicatessen Geschaft crescevano in proporzione ai turisti d’oltralpe. Il battello fermava in piazza Wimmer a Gardone.

Il dottor Herfried Schlude e Lucia Mor, in due saggi (da cui abbiamo preso il titolo) calcolano ci fossero circa 13.000 arrivi e 220.000 presenze soprattutto tedesche. Oggi 1.300.000 persone (la metà degli arrivi) presenti ogni anno sul Garda sono di lingua tedesca.

La seconda considerazione era la crescita del nazionalismo nelle regioni al confine con l’Austria, nazionalismo già descritto da D.H. Lawrence quando si era stabilito sul Garda con Frieda von Richtofen (G9 ne ha scritto il 13 febbraio 1922).

Un nazionalismo forte nel Trentino dove si parlava “una lingua non tedesca”, e Riva era “italiana come un gelataio”, scrisse Lawrence che si fermò a Gargnano e Muslone con la sua amica dal settembre 1912 all’ aprile 1913. L’anno in cui Franz Kafka venne a curarsi all’austriaco Sanatorium von Hartungen di Riva, dove si usavano solo metodi naturali per “le malattie dei nervi”, malinconia, depressione, problemi polmonari e altri malanni non contagiosi, dove andavano anche i fratelli Mann, come i molti sani afflitti dal “mito della malattia” e suggestionati dalla bellezza mediterranea. Il Sanatorium considerava la persona come un tutto unico, non si poteva trattarne una parte, ma l’insieme, quindi bagni di sole, passeggiate a piedi, gite in barca, alimentazione locale, un’autentica avanguardia medica, spazzata via dalla guerra.

Rilke invece si curava poco lontano, al Kurort di Arco, pure austriaco, dove si attingeva di più alla medicina tradizionale e anche lui si stupiva del paese, del lago da un lato e delle colline e i monti dall’altro. Una presenza che i gardesani, malgrado i vantaggi economici, sentivano invasive. Si preparava la guerra mondiale. Lungo le rive del Garda si vedono esempi di arte e architettura germanica, alcuni trasformato in ville e hotel. A Gardone e ad Arco ci sono due chiese evangeliche. A Gardone D’Annunzio acquistò con qualche aiuto e pochi soldi (i beni dei tedeschi erano stati requisiti con la Grande Guerra) la splendida villa che era in origine dell’ingegner austriaco Luigi Wiìmmer, già sindaco di Gardone. Wimmer l’aveva trasformata da casa colonica in villa con giardino, palme, pini, cipressi, orti, serra di limoni. Alla sua morte la moglie Emilia Holzgaerten creò l’Hotel, poi Grand Hotel. La villa passò ad Henry Thode, amante del Garda e grande studioso dell’arte italiana, infine a D’Annunzio.

Gli ospiti e i residenti di lingua tedesca avevano ben ragione di temere il nazionalismo italiano. Nella fase in cui la Belle Époque scivolava verso la guerra, è bello ricordare che nel 1910 Ottomar Piltz, giornalista, scrittore e traduttore, nato a Dresda nel 1864, giunto sul Garda per problemi di salute, fondò “Der Bote vom Gardasee” (Il messaggero del lago di Garda), un giornale di lingua tedesca in Italia, stampato prima a Maderno, poi a Salò, formato quotidiano a tre o quattro colonne, settimanale da ottobre a maggio, mensile da giugno a settembre. Non si hanno notizie sulla sua tiratura, sappiamo che era diffuso a Chiasso, Venezia, Vienna, Berlino, e nelle stazioni tra il Brennero e Berlino. Aveva collaborazioni con giornali tedeschi di cui spesso riportava articoli (meno con quelli austriaci).

Un periodico equilibrato che da un lato era un riferimento per i tedeschi che abitavano sul lago, ma che soprattutto parlava ai tedeschi in patria. C’erano osservazioni note e ripetute: la luce accecante del sole, l’aria, la libertà dalle regole e dallo stress della modernità, il disordine (anche apprezzato), il blu del cielo fuso col colore del lago, il sole medicina universale che viene dal cielo, il tramonto rosato, gli ulivi, le passeggiate e una tranquillità fuori dal tempo che portavano all’oblìo di sé.

Il drammaturgo Hermann Bagusche descrive Riva come un tipico paese italiano dove si percepisce un altro ritmo di vita che penetra nella sfera delle emozioni di ciascuno e dove si vede qualcosa di fantastico, il manifestarsi di una vita primitiva; per lui il ritorno in treno in Germania era lo svanire lento di un sogno.

Il dottor Karl Focher scrive di aver chiuso più volte gli occhi per trattenere l’immagine colorata del Garda, ma che ogni volta che li ha aperti si presentava un’immagine diversa perché, se anche solo una nuvoletta aveva velato il sole, o un alito di vento increspava le onde, quello che prima appariva azzurro cielo diventava all’improvviso color zaffiro o color fiordaliso o violetto.

Accanto a ciò “Der Bote” rispondeva a richieste di informazione, riportava resoconti di viaggio, smentiva luoghi comuni, come l’idea che gli italiani fossero tutti ladri, spiegava la politica, l’economia, le differenze tra nord e sud d’Italia, i rapporti col Vaticano, informava sulla vita locale e turistica, sulla cultura e l’economia del Regno d’Italia che considerava positivamente, a differenza di Burckhardt, di Heine e altri che lo ritenevano fuori dal progredire della storia e consideravano l’Italia un concetto culturale più che politico, tardi eredi di Metternich.

Al contrario “Der Bote” sosteneva i buoni rapporti con l’Austria e la Germania (i tre paesi erano uniti nella Triplice alleanza), dava consigli bibliografici, parlava di riviste e libri scritti in italiano, sfidava i giudizi severi del Baedeker.

Divulgava l’arte presente sul Garda: molti articoli riguardano la villa di Catullo e quella a Brenzone di San Vigilio, ”l’unica villa rinascimentale che si è conservata intatta fino ai nostri tempi, appartenuta ad un umanista”. Il lago era anche fonte di ispirazione artistica.

Vi appare un antiquario e mercante d’arte che aveva collezionato molti reperti tanto che ne parla Paul Heyse nella novella Lettere antiquarie.

Naturalmente “Der Bothe” riportava brani di scrittori inerenti il Garda e l’Italia, festeggiava con orgoglio il 70° compleanno di Paul Heyse che a sua volta celebrava il Garda. Eccone una poesia all’amica Helene:

Cara amica e collega,

primavera è giunta in fretta e furia.

Non più scaglia oblique il sole

sul lago frecce dorate.

Se vuoi vedere al vento tiepido

ridere queste amate sponde,

lesta lesta devi

raccogliere armi e bagagli (…)

Non avrai che una piccola

stanzetta a tua disposizione, è vero,

ma perfetta come nessun’altra

per scrivere e sognare.

E dalla tua finestra entrerà a salutare il monte Baldo (…)

*L’AUTORE DELL’ARTICOLO: MARIO BALDOLI

Mario Baldoli, laureato in filosofia, giornalista, direttore responsabile di “Tuttogarda” (2004-2005), periodico della Comunità del Garda. Dal 2009 è direttore della rivista online www.gruppo2009.it, e redattore della rivista “Atlante bresciano”. Due suoi saggi sono alla Library of Congress Washington.


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