VOCABOLARIO ITALIANO-BRESCIANO DI GIOVANNI SCARAMELLA | Introduzione di Claudio Bedussi

INTRODUZIONE

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di Claudio – Da molto tempo assente dalla scena del dialetto, sono stato d’improvviso, e con grande forza, richiamato alla mia brescianità dal trentennale della scomparsa di Giovanni Scaramella, uomo impegnato politicamente e nel sociale, pittore, poeta, appassionato, studioso e cultore della parlata bresciana. E il richiamo è nella forma di questa breve introduzione alla trasposizione digitale del suo vocabolario italiano-dialetto, fratello minore, in termini di pagine, del suo più corposo vocabolario dialetto-italiano.

Nata proprio come semplice appendice del vocabolario dialetto-bresciano del 1986, la sezione italiano-dialetto aveva poi avuto un’edizione allargata nel 1990, con 7888 lemmi ed edita in un unico volume con il rimario dialettale ortografico, un anno prima della scomparsa dell’autore. Ora il testo digitalizzato, nella sua versione attuale, è composto da 255 pagine, per un totale di 11553 vocaboli. Nulla vieta, però, che possa essere ampliato, in edizioni successive, con l’inserimento di voci tratte proprio dal fratello maggiore.

Già dal titolo dell’opera l’autore esplicita le proprie intenzioni: “Vocabolario ortografico”, dunque. E ambedue i termini sono per l’autore su di un piano di pari importanza. Il vocabolario, come raccolta di parole, di più: come ricerca lessicale appassionata dei termini che danno espressione a un mondo popolare che è il mondo  unico di Scaramella e l’aspetto ortografico che di questi termini consente la percezione precisa della forma sonora, e quindi la comprensione, la comunicazione e la reale fruizione. Tralascio l’aspetto lessicale che è evidente soprattutto nel volume dialetto-italiano, dove le voci e le definizioni – una miniera scavata con certosina pazienza e un entusiasmo da ricercatore esistenzialmente coinvolto in profondità – sono figlie dell’ingegno e della creatività dell’autore, dove la sua passione si fa stringente e dà vita ad un’opera unica, a suo modo poetica, che nessuna scienza storico-filologica, certamente esatta, ma pure più fredda,  può ingabbiare. Riprendo invece l’aspetto ortografico, che è stato a lungo il cruccio dell’autore. Credo che la sua lunga esperienza di giurato ai concorsi dialettali di poesia, teatro e narrativa ai quali fu invitato o che fondò egli stesso, in gran numero, abbia giocato un ruolo fondamentale in questa sua preoccupazione. E chiunque di noi abbia una certa frequentazione dei testi dialettali in quanto autore, fruitore o membro di giuria, non può che condividere il senso di smarrimento davanti a una scrittura troppo spesso incerta e approssimativa che limita o addirittura compromette la comprensione del testo. Come già ebbi a scrivere:

“Nessuno ha la verità in tasca e molti aspetti ortografici del nostro dialetto sono ancora aperti. Su altri tuttavia ci sono ampie convergenze di studiosi, giornalisti, scrittori e poeti. Prima che il tempo e le lingue dominanti ci lascino ben poco di vivo sul quale discutere, sarebbe auspicabile che questi ultimi costituissero un patrimonio comune ed esteso di chi scrive in bresciano, una carta condivisa, una mappa di riferimento da diffondere e far conoscere in modo da ridurre l’area caotica esistente in materia.

Non mi riferisco, certo, alla notazione scientifica che ha scopi, vie e risultati già consolidati, ma a quella espressiva e comunicativa che oscilla e sbanda tra tante incertezze. Ancora oggi assistiamo, infatti, a una dispersione per la quale ogni bresciano che cerchi di mettere per iscritto la grande mobilità di suoni e di forme del nostro dialetto, si sente autorizzato a percorrere isolatamente la propria strada, come se altri non avessero già passato notti intere sulle sudate carte e non avessero già battuto i sentieri che faticosamente egli cerca d’individuare”.

Ecco allora che Scaramella diviene uno dei punti di riferimento per diradare le nebbie, in questa confusione. E non già perché le sue scelte ortografiche  debbano per forza essere assunte in toto – personalmente ne condivido una grandissima parte, ma  su alcune ho sollevato rilievi critici che a suo tempo ebbi modo di discutere con l’autore, trovando un contradditorio pacato e proficuo –  bensì perché la sua opera solleva e tocca un po’ tutti i problemi grafici di chi provi a mettere per iscritto i suoni della nostra terra. Ma l’autore non fa questo con una lunga trattazione teorica corredata da qualche esempio. Al contrario, le indicazioni sono stringate, ma la casistica è molto ampia e articolata, perché è rappresentata dal vocabolario e da tutte le sue voci. In altre parole chiunque non sappia o non si ricordi come passare da una voce parlata a una parola scritta, può trovare subito la parola, scritta secondo le scelte dell’autore, in quel prontuario di uso immediato che è appunto il vocabolario e poi approfondire criticamente i criteri grafici di scelta  per quella ed altre parole nelle pagine dedicate alle regole ortografiche. Oppure viceversa, se vuole. Siamo cioè di fronte al più grosso sforzo, da parte di un appassionato ricercatore di trasferire il maggior numero possibile di suoni della nostra parlata in segni scritti, e poi di renderli fruibili e per forma e per definizione. Illuminante a questo proposito, fu ed è ancora la presentazione di Don Antonio Fappani alla prima edizione del vocabolario ortografico, che invito tutti a rileggere.

Per il resto, su questa persona poliedrica, dall’acuto e versatile ingegno, dal carattere roccioso e tenace, poco propenso ai compromessi al ribasso, sempre di pathos, aperto alla più schietta amicizia, potete trovare biografia ed opere prima di tutto sul sito Gruppo Amicizia Cügianì Bresà a lui dedicato e poi su qualsiasi motore di ricerca. Io vi consiglio, però, di non mancare la lettura delle sue opere, e se vi è possibile anche di godere dei suoi quadri. Un mondo perduto tornerà a vivere, quello di ieri, che sotto una superficie di abbandono e dimenticanza ancora continua a farci da solide radici.

Non so se sarò  ancora qui fra dieci anni a ricordare il quarantesimo anniversario dalla scomparsa del nostro autore, ma quel che è certo è che Giovanni Scaramella,  come tutti gli artisti, ovunque si trovi ora, è in una dimensione di verità che la sua gli ha dato e che percorre perennemente e il tempo e lo spazio.

“Neruda sorrise, come se avesse scritto lui quelle parole,

poi disse: “Noi poeti, ovunque ci mettano, là è il centro”.

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