Don Milani e Tommaso Fiore

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    DON MILANI E TOMMASO FIORE: DUE VITE, LA STESSA PASSIONE

     

    Ancora uno studio sulla figura di don Lorenzo Milani, sulla sua opera e i suoi scritti, nell’ambito di una bibliografia ormai sconfinata che tuttavia pare non scalfire – lungo una linea di progressiva normalizzazione della sua testimonianza, di recupero indolore di una provocazione permanente – l’ignoranza diffusa circa una presenza straordinaria, ancora oggi feconda: in realtà il saggio di Sergio Tanzarella, Gli anni difficili. Lorenzo Milani, Tommaso Fiore e le “Esperienze pastorali”, Trapani, il Pozzo di Giacobbe, 2008 costituisce un indubbio punto di svolta nel quadro delle ricerche dedicate all’indimenticabile figura del priore di Barbiana, per quanto focalizzi la propria attenzione su un momento particolare, specifico – il biennio cruciale 1958- 1959 – allorquando la minuscola parrocchia di montagna diviene punto di riferimento, di scandalo, di interesse per la stampa e l’opinione pubblica di tutta Italia. E ciò in seguito alla pubblicazione di Esperienze pastorali, un testo di eccezionale rilievo ed altamente innovativo tanto sul piano religioso quanto per le sue ripercussioni sulla vita civile del Paese. Al di là dell’occasione contingente – la ricorrenza dei quarant’anni dalla morte di Don Lorenzo e del mezzo secolo dalla prima edizione delle Esperienze – , la ricerca condotta da Tanzarella, ricerca che l’autore inserisce all’interno di un personale percorso metodologico retto sulla proposta storiografica di una trasparente purificazione della memoria, appalesa la propria originalità in ragione sia di un’approfondita contestualizzazione degli “anni difficili” attraversati dal Paese e dalla Chiesa – dalla ricostruzione al boom economico – sia di una rigorosa analisi del testo di don Milani. Un’analisi che si appunta con acribia  su alcune pagine originali, con le varianti, le correzioni proposte dal censore, fino alle scelte testuali definitive restituite ad un’evidenza che solo una scrupolosa ricognizione filologica sarebbe stata in grado di rendere. Il pensiero, il linguaggio, lo stile, persino il carattere dell’uomo, del sacerdote, dell’educatore e del maestro, emergono con nettezza in tutto lo spessore di un’esperienza esemplare, intensamente vissuta e sofferta, suscettibile, dunque, di appropriazioni indebite tanto in chiave di esaltazione acritica quanto di riduttiva neutralizzazione, per cui “comprendere Milani oggi non significa pietrificare Barbiana come meta turistica o celebrare la figura del priore debitamente normalizzata, resa sterile e innocua.” Scritto a partire dall’analisi della propria vicenda sacerdotale, trascorsa tra gli anni da cappellano nella periferia fiorentina di San Donato di Calenzano e l’esilio montanaro della parrocchia di S. Andrea a Barbiana nel Mugello, Esperienze pastorali testimonia le contraddizioni dovute alla trasformazione di parte della società italiana da agricola – rurale  a industriale, documenta la diffusione pervasiva di un consumismo omologante che provoca la disgregazione di costumi e stili di vita, denuncia le condizioni di ingiustizia che gravano su ceti subalterni alle prese con un mondo di stenti e di marginalizzazione. Nel contempo l’opera di don Milani raffigura immagine e realtà di una Chiesa attardata in un annuncio spesso incomprensibile, in un devozionismo  esteriore, in una ritualità rubricistica, inefficace quanto ai metodi tradizionali di pastorale, lontana dal popolo, il prete ridotto a semplice funzionario del sacro, la ricreazione parrocchiale come diversivo straniante che abitua al conformismo e ottunde la coscienza. Non un testo di sociologia religiosa, come viene frainteso da taluni recensori, nè un trattato di teologia o un compendio dottrinale, piuttosto un documento di pratica pastorale in cui campeggia la passione – per don Milani il rovello di una vita – per il bene più prezioso, necessario al povero, a quanti frequentano la sua scuola, per ottenere il riconoscimento di ogni altro bene: il diritto alla parola, il diritto ad essere cittadini che posseggono la parola, questo strumento irrinunciabile e indispensabile di riscatto e di liberazione. Un’appropriazione che deve essere garantita, custodita dallo Stato il quale, invece, sembra impegnato a distogliere con mille pretesti, ispirati al culto dell’effimero, coloro che, solo grazie alla parola, potranno diventare cittadini, cittadini compiutamente liberi. Tanzarella è estremamente puntuale nella ricostruzione del dibattito suscitato da Esperienze pastorali, dibattito di cui passa in rassegna  le diverse fasi che iniziano con un’accoglienza positiva sulla stampa cattolica sino alla settimana cruciale del settembre 1958 allorché il libro viene sottoposto ad un attacco concentrico e subisce un colpo decisivo sferrato, sulla base di una preordinata concertazione, da “La Settimana del Clero”, “Orientamenti pastorali” e da “La Civiltà Cattolica”. È soprattutto l’organo dei gesuiti, con un lungo articolo dovuto a padre Angelo Perego, ad emettere un giudizio perentorio, una violenta stroncatura secondo la quale il libro di don Milani “non chiarisce le idee, non convalida le buone volontà, ma al contrario, confonde le menti, esaspera gli spiriti, scalfisce la fiducia nella Chiesa e suggerisce propositi sconsigliati”, soggiacendo agli incubi che ottenebrano il suo autore: l’incubo liturgico, quello della Dc, delle associazioni e della ricreazione, infine quello dell’ingiustizia sociale. In sostanza una radicale delegittimazione che passa sotto silenzio l’autorevole avallo della prefazione di mons. Giuseppe D’Avack, vescovo di Camerino, così come l’imprimatur del cardinale di Firenze Elia Dalla Costa. È questo l’inizio di una campagna di fraintendimenti ed aggressioni polemiche sino alla decisione del Sant’Uffizio di chiedere il ritiro di Esperienze pastorali dalla circolazione commerciale e alla pubblicizzazione della notizia fatta da “l’Osservatore Romano” che, non potendo contestare don Milani su di un piano strettamente dottrinale, solleva pesanti interrogativi sull’aspetto propriamente pastorale e dell’opportunità, sottolineando come “equilibrio, equità, carità e giustizia, non fanno certo bella mostra di sé in queste 477 fitte pagine”. Ebbene nello stesso tornante di anni in cui si dispiegano la lezione cristiana e la testimonianza civile di don Milani, Tommaso Fiore, l’indomito antifascista ed insigne meridionalista, darà alle stampe il suo Un popolo di formiche – una raccolta di lettere scritte sotto la dittatura – e soprattutto Il cafone all’inferno, un’accurata analisi e una coraggiosa denuncia delle condizioni di vita della Puglia negli anni ’50. E’ merito di Sergio Tanzarella averci restituito un ritratto a tutto tondo del personaggio, sostanzialmente rimosso dalla memoria pubblica ed ignorato dalla storiografia sull’Italia contemporanea, portando contemporaneamente alla luce lo scambio epistolare intrattenuto da Fiore con don Milani a proposito di Esperienze pastorali: due vite distanti per età, provenienze culturali e storie personali, tuttavia accomunate dall’identico schierarsi per la causa dei poveri – gli operai e i contadini del tempo –, dall’impegno prioritario del fare scuola e dare parola, nonché da un condiviso isolamento subìto a motivo di scelte nette e dirimenti. Un’esemplare vicenda di dialogo, di reciproco interrogarsi ed ascoltarsi, fra esponenti di mondi lontani, senza collegamenti o rapporti, soprattutto separati dall’impossibilità di intesa in un’Italia lacerata. Alle prese con i “giorni dell’onnipotenza” – la definizione è di M.V. Rossi presidente della Gioventù italiana di Azione Cattolica – instaurati da chi si prefigge la restaurazione di un regime ormai impossibile di cristianità, nonché con l’ortodossia dogmatica e le rigidità di un’ ideologia politica destinata alla sconfitta, a subire le dure repliche della storia.

     

      Paolo Corsini

     

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