Valgiovio: Brescia in lieve ripresa

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sede cisl brescia
Donna in un mondo di uomini. Laura Valgiovio, segretario della FIM CISL da un paio di anni, rappresenta la categoria dei metalmeccanici di Brescia e con Bsnews analizza la situazione economica e sindacale bresciana.

Innanzitutto, come ci si trova a svolgere il ruolo di leader per una categoria sindacale dominata quasi interamente da uomini?

Entusiasmante perché permette un confronto tra generi che trova quasi sempre una sintesi. All’inizio ho avuto qualche problema, mai però un sostanziale rifiuto, direi solo un po’ di diffidenza.

A suo parere com’è oggi la situazione economica bresciana?

Siamo in presenza di una lieve ripresa, ma temo possa essere un fuoco di paglia perché l’industria bresciana non è ancora proiettata sull’innovazione, a parte qualche piccola espressione.

Tutti ne parlano, ma che cosa dovrebbe essere “l’innovazione”?

La capacità di gestire ricerca e progetti, dovrebbe essere una vera e propria cultura aziendale che si proietta su nuovi prodotti e tecnologie. Le faccio un esempio: a Bari esiste una piccola azienda che produce una macchina capace di pulire l’acqua dalle parti oleose. Ebbene, questa azienda, dopo la devastazione ambientale del petrolio in Usa, sta già pensando come applicare la medesima tecnologia all’oceano. A Brescia esistono grandi competenze, ma industria e università non dialogano, marciano su binari separati. Questo è un problema perché sembra che non abbiano obiettivi comuni. Inoltre a Brescia come nel resto del Paese esiste un problema generazionale: le terze generazioni spesso non stanno in azienda e in molti casi il risultato è la cessione dell’impresa alle multinazionali, realtà che sfruttano i territori senza esserne legate. Sia ben inteso questo non è di per se un male, ma l’organizzazione multinazionale risponde a logiche ben diverse da quella cui siamo abituati noi.

Cosa ne pensa della decisione della Fiat di separare la produzione di auto  da quella dei veicoli industriali, circostanza che investe direttamente anche l’Iveco?

Nel Gruppo Fiat Indastri è prevista anche Brescia con Iveco che rischia di essere una delle realtà più significative. Per ora Iveco ha fatto gli investimenti e dovrebbe essere predisposta anche la nuova organizzazione del lavoro. Si vedrà se anche il sindacato sarà in grado di gestire tale operazione.

Sembra che il sindacato abbia perso un po’ di potere o quanto meno un po’ di appeal…

Direi che più che potere ha perso un po’ di immagine e fatica ad affrontare le nuove sfide poste da una crisi economica che non riporterà il Paese all’epoca precedente. Penso al sindacato degli anni Cinquanta, uno dei periodi di maggiore splendore dell’era sindacale, quello dei diritti e delle conquiste. Ecco oggi un sindacato di conquista non è sufficiente per affrontare il nuovo.

Cosa risponde a chi accusa il sindacato di annoverare solo anziani tra i suoi tesserati?

Per quanto riguarda la Fim, in proporzione, siamo di più degli anziani, ma non è questo il problema. Il sindacato deve imparare a parlare ad ogni specificità che esiste al suo interno, ma anche in ogni singola azienda. Mi spiego meglio: le azioni fotocopia che sono state utilizzate per anni non sono più efficaci perché la multinazionale ha strategie e logiche ben diverse dalla piccola azienda radicata sul territorio.

Secondo lei il sindacato s’interessa a sufficienza del problema del precariato?

Il precariato è un mondo che non siamo ancora riusciti a penetrare perché ha subito uno sviluppo molto veloce e raggruppa persone che vivono la difficoltà del futuro. Non siamo degli interlocutori per i precari perché non riusciamo a garantire a queste persone delle prospettive reali. Non credo sia giusto fare ai precari vane promesse, ma si dovrebbero accompagnare queste categorie con percorsi di crescita professionale che consentano una stabilizzazione del posto anche e soprattutto alla luce di quelle che sono le richieste del mercato. Un mercato, che dispetto della vulgata comune, oggi chiede più testa che braccia.

A proposito di “braccia”, lei ritiene gli immigrati una risorsa per l’economia del Paese o i protagonisti  involontari di una guerra tra poveri?

Anche noi abbiamo vissuto l’esperienza dell’emigrazione ed ora viviamo quella dell’immigrazione. Devo dire che nelle fabbriche bresciane non emerge quella guerra tra poveri che, invece, viene evidenziata quando si passa in altri ambiti. In fabbrica, a parte rari casi, gli immigrati sono ben integrati, ma in modo quasi paradossale parlandone è come se tale integrazione si sgretolasse perché emergono, quale atteggiamento difensivo, tutte le diversità. Non c’è dubbio che l’immigrazione giunge da noi, anche culturalmente, come forza lavoro, ma l’integrazione piano piano sta prendendo piede anche nel sindacato.

Un ultima domanda, gli stipendi italiani sono tra i più bassi d’Europa, che fare?

E’ vero e non aiuta un sistema di tassazione che colpisce soprattutto pensioni e lavoro dipendente con un’evasione che, in questo  modo, penalizza ulteriormente anche il costo del lavoro. Rimango convinta che il contratto nazionale è l’ombrello che deve coprire tutti, ma chi si trova al centro è più coperto di chi si trova in periferia. Un conto è lavorare in Finmeccanina, altro in azienda che produce bulloni. Servono, quindi, politiche salariali che valorizzino la produzione e lo sviluppo industriale.

Sostenitrice, quindi, della contrattazione decentrata ?

Certamente.

 

Federica Papetti

 

 

 

 

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  1. Mentre discutete cosa fare sono quattro mesi che non prendo lo stipendio. E\’ troppo facile rappresentare solo quelli che il contratto ce l\’hanno. Cosa intendete per formazione stabilizzazione?

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