L’intervista al regista

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    La Sonnambula è andata in scena ieri sera presso il Grande cittadino. Un successo di pubblico (teatro quasi esaurito) e di critica, che ha elogiato l’estro e il talento del bel canto di Amina-Jessica Pratt e di tutto il cast (ottimo anche Elvino-Enea Scala).

    L’opera verrà ripresentata domenica pomeriggio. Ecco l’intervista al regista Stefano Vizioli.

    Perché oggi, nel 2010, mettere in scena La sonnambula, un’opera – almeno apparentemente – così lontana dalla nostra epoca e dai nostri modelli di femminilità?
    Credo che un regista debba non solo saper raccontare una favola a chi viene a teatro per la prima volta, ma anche e soprattutto individuare quei nodi drammaturgici che possano risultare attuali ancora oggi. Il recupero del passato, dell’antico, non deve avvenire tramite un approccio storicistico o filologico o peggio ancora archeologico, bensì appoggiandosi al nostro DNA di spettatori di tutti i tempi. Se noi non siamo più il pubblico di allora, siamo nondimeno capaci di partecipare, sentire e vivere le stesse emozioni di allora. In fondo assistiamo sempre alla stessa celebrazione del rito, partecipiamo ad un mistero che si rinnova, ma compito del regista è quello di proporre soluzioni che risultino meno prevedibili e siano di stimolo alla riflessione.

    Questa è la sua quarta produzione di Sonnambula. Cosa ha ritrovato o scoperto nell’opera di Bellini?
    La bellezza di capolavori come Sonnambula non finisce mai di stupire e di rinnovarsi. Mi piace ritornare sul luogo del delitto forte delle esperienze precedenti, ma mi pongo nei confronti del testo come se non lo avessi mai affrontato prima. L’esperienza, l’età, le intuizioni scaturite dal continuo fermento musicologico e da nuove proposte di lettura mi spronano a prendere la materia conosciuta e a scomporla, ricomporla, plasmarla e riscoprirla. Alcuni miei spettacoli – tipo  Butterfly, Don Pasquale o Barbiere di Siviglia – vengono richiesti a distanza di anni e ogni volta li studio come progetti nuovi, li modifico: credo che mi annoierei molto a inserire il pilota automatico, tarpando così possibili nuove sollecitazioni alla creatività.

    Quanto influisce la conoscenza del testo di Scribe sulla sua regia e in che relazione si pone con il libretto di Romani?
    I due testi di Scribe hanno influenzato alcune scelte, soprattutto il copione del balletto rivela un umorismo e una leggerezza che mi hanno stimolato a trovare soluzioni di lettura diverse. Se non fosse per la musica di Bellini alcuni aspetti del testo avrebbero un sapore da commedia erotica e piccante. In particolare, la scena della camera del conte potrebbe tranquillamente ritrovarsi in una pièce di Feydeau.

    Sonnambula è un’opera dicotomica: osteria e mulino, Elvino/Amina vs. Rodolfo/Lisa, nobiltà vs. contadini, modernità ‘scientifica’ contro antiche credenze… Come risolve e sfrutta queste polarità drammatiche?
    Sottili nevrosi sottendono tutta l’opera: le gelosie, le piccole ripicche meschine, la coquetterie della protagonista, l’autonomia economica di Lisa, personaggio più complesso del previsto («costretta a simular»), l’ambiguità – non risolta dallo stesso Romani – del conte Rodolfo, bon vivant un po’ dongiovannesco nel testo di Scribe, uomo di mondo dotato di fascino misterioso, ma anche pedantemente illuminista nella sua spocchia di spiegare ai villici cosa sia il sonnambulismo e vittima della propria alterigia dovuta al ruolo che ricopre socialmente («un par suo non può mentir»), per non parlare della possibile agnizione e profumo di incesto, proposta da Romani e fortunatamente cassata da Bellini. Ma non dimentichiamo le insicurezze emotive di Elvino, o la bontà solidale e frustrata di Alessio.
    E poi abbiamo la malattia nervosa della protagonista… il rischio di Sonnambula è che la protagonista risulti una bella addormentata anche quando è sveglia, mentre per me è una bella ragazzotta felice e pepata, che conosce la gelosia del fidanzato e sa come addolcirlo, ma sicuramente non è insensibile ai complimenti di giovani eleganti signori forestieri, e con il suo Elvino magari fa l’amore in qualche fienile, lontano da occhi indiscreti o da pruderie paesane. E poi abbiamo il suo sogno della prima notte di nozze, ovviamente plausibile e giustificabile solo dopo il santificato giuro di fronte alle sacre tede.
    Non voglio con questo assolutamente svilire un testo così poetico, rapinoso, come quello di Sonnambula a una commediola pecoreccia anni ‘70, ma mi attirano i contrasti, le contraddizioni, le incoerenze, le ambiguità del testo.

    In quest’opera, il belcanto si manifesta ai vertici della maestria compositiva di Bellini. In che modo ‘disturba’ o aiuta le sue intenzioni registiche?
    L’opera fu scritta per due grandi star del belcanto ed è logico che Bellini si adoperasse al massimo per esaltare i valori e le potenzialità di una Pasta e di un Rubini. Detto questo, io amo il belcanto e mi piace godermi tutte le possibili espressioni della voce e l’ampia gamma delle sue tecniche, ma non prescindo mai dal cercare un valore anche drammatico al canto: se il canto è espressione di bonheur interiore, di esplosione di felicità dell’anima, esso non può limitarsi ad un esercizio di tecnica, ma deve trasformarsi in espressione dell’anima. Per questo chiedo ai cantanti di dirmi cosa significhi per loro eseguire quel determinato vocalizzo, quel trillo o quella roulade e, mentre si slanciano nell’empireo della tessitura, cosa mi vogliono raccontare con gli occhi, la postura delle mani e del corpo. Anche per questo motivo con la scenografa Susanna Rossi Jost ho preferito spazi aperti, meno costretti o soffocati da montagne, picchi innevati, laghi, chiusure ‘verticali’ del segno scenico, per far volar meglio le note verso l’alto, in cieli più ampi, sconfinati: da qui la scelta verso uno spazio più assolato, italiano, da pianura padana, con colori che rimandano alla pittura dei macchiaioli.

    In un mondo bombardato da messaggi mediatici, effetti speciali e roboanti comizi, qual è il senso e la necessità di fare teatro? E che tipo di teatro ha urgenza di fare?
    Fare teatro è un dovere morale ed etico, saper raccontare favole è importante. E venire a teatro fa bene all’anima e smuove i neuroni lobotomizzati dall’invasione mediatica e omicida di certa televisione.

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