La traviata: Amore e morte a ritmo di valzer

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    Oggi pomeriggio l’ultimo appuntamento con La Traviata al Grande di Brescia. Dopo l’applauditissima prima di venerdì si replica alle ore 15:00, quando andrà in scena anche l’ultimo spettacolo di questa stagione di lirica.

    Di Fabio Larovere.
    Alphonsine Plessis, Marguerite Gautier, Violetta Valery. Nomi diversi per un unico, meraviglioso personaggio, iscritto non solo nella storia della letteratura e della musica, ma nelle pieghe più intime dell’animo di tutti coloro che amano la bellezza e la verità. Chi non si sarebbe innamorato di questa fragile ventenne, spumeggiante come una coppa di champagne, capace di soddisfare ogni recondito desiderio e, pure, così ricca di passione e disposta a sacrificare la propria esistenza sull’altare di un amore trasfigurato dal dolore?
    Con La Traviata Giuseppe Verdi consegna alla storia del melodramma uno dei suoi titoli più popolari ed uno degli esiti più alti della sua arte. Pare che il compositore, durante la permanenza a Parigi nel 1852, avesse assistito al teatro Vaudeville a La dame aux camelias, il dramma che Alexandre Dumas figlio aveva tratto dal suo omonimo romanzo, un’opera nata dalla travolgente passione del giovane scrittore per la cortigiana Alphonsine Plessis, morta di tisi a soli 23 anni nel 1847. Nel romanzo e in teatro diventerà Marguerite Gautier, “la signora delle camelie”, un personaggio che divenne subito leggendario tra il pubblico francese e non solo. Tanto che ancora oggi, nel piccolo cimitero di Montmartre, c’è chi depone camelie fresche sulla sua tomba e su quella vicina di Dumas.
    Vero o no che Verdi abbia visto il dramma, quando in quello stesso 1852 il teatro La Fenice di Venezia lo invita a scrivere una nuova opera, la sua scelta e quella del fido librettista Francesco Maria Piave cade proprio su La dame aux camelias. Per il teatro della città lagunare, il compositore aveva già scritto Ernani (1844), Attila (1846) e Rigoletto (1851), anch’esso pietra miliare nella storia dell’opera e primo titolo della cosiddetta “trilogia popolare”. In quegli stessi mesi, il maestro lavorava al terzo titolo della trilogia, quel Trovatore che, ribollente di passione e di melodia, rappresenta una sorta di summa della poetica verdiana sin lì sperimentata. Con Traviata cambiano le carte in tavola, nel segno di un vigoroso realismo. A cominciare dal soggetto, di scandalosa attualità: la storia (vera) dell’amore tra un giovanotto di belle speranze ed una mantenuta d’alto borgo nella Parigi folle e spensierata di quegli anni, “popoloso deserto” ove il piacere si consuma sul ritmo circolare e sognante di tre quarti del valzer, danza che proprio allora si stava affermando in tutta Europa.
    Soggetto scabroso, dunque, e Verdi ne è perfettamente consapevole: «Un altro forse non l’avrebbe fatto per i costumi, pei tempi (l’epoca contemporanea, ndr) e per altri mille goffi scrupoli. Io lo faccio con tutto il piacere. Tutti gridavano quando io proposi un gobbo da mettere in scena. Ebbene: io ero felice di scrivere il Rigoletto». Tuttavia, la pur tollerante censura veneziana, impone la retrodatazione della vicenda a uno stucchevole XVIII secolo, compromettendo così la dirompente novità della contemporaneità. Tale resterà l’ambientazione per almeno altri 30 anni.
    Il ritmo di valzer, lo “zum pà pà” sovente rimproverato a Verdi da critici tanto saccenti quanto ottusi, è filo conduttore musicale e principio propulsore di Traviata. Esso si affaccia fra gli specchi e i preziosi arredi del primo atto, nel celeberrimo Brindisi, nella successiva dichiarazione d’amore di Alfredo Germont (“Un dì, felice, eterea”) e nel cantabile dell’aria di Violetta (“Ah, forse è lui”), sciogliendosi poi nel tempo rapidissimo (ma sempre ternario) della cabaletta conclusiva. Ma il valzer non accompagna solo i momenti lieti o sognanti dei protagonisti. Si pensi alla sublime consegna d’amore di “Dite alla giovine”, nello stupendo duetto del secondo atto tra Violetta e Germont padre, vero fulcro dell’opera. Mai prima di allora un colloquio così intimo e delicato, così carico di emozione, era stato restituito in musica in maniera così precisa e struggente insieme. Qui, momento della conversione al sacrificio, quello stesso amore cullato sull’andamento di danza del primo atto riceve il suo profondo senso di lavacro e riscatto per la protagonista che, in lacrime, si può abbandonare all’abbraccio paterno del baritono. Nella scena seconda del secondo atto non c’è più nulla della gaia spensieratezza dell’apertura dell’opera. La società parigina mostra invece intero il suo volto corrotto: mattadori e zingarelle non sono che un illusorio sipario per il gioco, inutile e malefica distrazione la cui consistenza musicale è quasi pari a quella di un personaggio. E ancora, a fantasmi di valzer si affideranno, nell’ultimo atto, le roventi nostalgie della vita che sta per fuggire, momentaneo abbandono all’illusione (“Addio del passato”, “Parigi, o cara”). Sino al rasserenato “Se una pudica vergine”, lancinante elegia funebre. Il romantico conflitto tra l’individuo e il tempo che fugge lascia poco tempo per vivere e per amare: l’incombere della malattia e il desiderio della protagonista di ritrovare definitivamente sé stessa nella redenzione dell’amore non è che il contrappunto alla vorticosa ansia di vivere dei suoi compagni di feste e di danze.
    Violetta è protagonista assoluta, la più complessa parte di soprano scritta da Verdi, un personaggio che sembra voler riassumere in sé l’incanto delle primedonne dell’Ottocento, da Maria Malibran ad Adelina Patti. E non è un caso che tutte le grandi interpreti della storia del melodramma, Maria Callas in testa, ne abbiano sentito il fascino potente. Tormentata più che traviata, uccisa dal perbenismo prima che dalla tisi, Violetta è creatura fragile e forte insieme; la sua fisionomia melodrammatica acquisisce sempre maggiore definizione nel corso dell’opera, dall’esuberante virtuosismo del primo atto alle diafane emissioni del terzo, passando per l’intenso declamato che caratterizza i momenti centrali dell’opera. Tre atti per altrettanti volti dell’esperienza amorosa della donna: la bellezza che edonisticamente si fa culto a sé stessa nella libertà, l’affetto dell’amante devota e appassionata, il sacrificio che lascia intravedere il rapporto materno. Il canto di Violetta è a tratti aforistico, capace di concentrare in poche battute un’altissima densità emotiva, che esplode ad esempio nello slancio dell’“Amami Alfredo”, ma che punteggia l’intera partitura.
    La scrittura vocale degli altri protagonisti si muove invece lungo i percorsi della tradizione. Alfredo, anzitutto, parte musicale bellissima, tenore vibrante e puro sia quando celebra nell’empito melodico gioventù ed affetti, sia quando la collera lo spinge a scagliarsi verso l’ex amante. Il baritono Giorgio Germont, suo padre, spesso bollato come antipatico tutore della rigida morale borghese, rivela invece un volto di affettuosa, nobilissima paternità. Non dimentichiamo che Verdi – per una sensibilità forgiata anche dalla sua non facile esperienza di genitore – dà il meglio di sé quando racconta il rapporto padre – figlia: Rigoletto e Simon Boccanegra stanno lì a testimoniarlo, ma anche il vagheggiato Re Lear ne è ulteriore conferma. Tuttavia, proprio in Traviata questa sensibilità del maestro giunge a vette di ineguagliata bellezza.
    Verdi sta compiendo quella trasformazione dall’interno delle forme classiche del melodramma verso un realismo sempre più pregnante, nel segno di quella “parola scenica” che costituisce la cifra più autentica del suo geniale lavoro di drammaturgo e musicista. Il tutto innervato da una costante e sorgiva vena melodica, sovente affidata a un’orchestra di impronta cameristica per raffinatezza di scrittura e capacità di restituire gli stati d’animo dei personaggi e segnatamente della protagonista, trasparenza interiore di un’anima nobile e dolente. Una narrazione orchestrale trafitta da continui rimandi al passato, quasi flashback cinematografici. Ne sono esempi sommi i due preludi al primo e terzo atto, ove Amore e morte – proprio questo il titolo scelto in un primo momento da Verdi e poi cassato dalla censura – si affiancano in un confronto che è anche sintesi dell’intero lavoro.
    “Traviata è un’opera che va all’anima” disse Marcel Proust. Un’opera la cui popolarità travalica i confini del melodramma (basti citare, a mo’ di esempio, il pianto di Julia Roberts al Metropolitan di New York nel film Pretty woman). Eppure, tanta poesia fu sonoramente fischiata alla prima veneziana del 6 marzo 1853. Causa certamente dell’inadeguatezza della compagnia di canto, ma forse anche della retrodatazione nei costumi e di una non compiuta definizione musicale, che Verdi opererà per la ripresa al Teatro San Benedetto quattordici mesi dopo, sempre a Venezia. Da allora la storia immortale di Violetta Valery non smette di commuovere e incantare tutte le platee del mondo.  

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