A proposito del libro di Enrico Mirani su Oreste Bonomelli. Suggestioni sulla Costituzione

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    * Gli amici della Franciacorta non se la prendano con me, ma con G.L.DelBarba, alle cui pressioni è difficile resistere: gli avevo detto che pur essendo vecchio, e ben sapendo che Oreste Bonomelli ha rappresentato questi nostri paesi alla Costituente, personalmente non l’ho conosciuto: ma DelBarba ha la risposta pronta: Bonomelli costituente suggerirà pur qualcosa. Ho dunque scorso con piacere e leggerò con interesse il bel libro che Mirani presenta correttamente come biografia di parte, senza pretesa di dipingere la storia, sia pure locale, sarebbe stato in tal caso necessario ricordare altri personaggi che pur hanno fatto molto in e per questa nostra Franciacorta, non foss’altro un altro Bonomellli, Emilio1, ultimo segretario provinciale del PPI, ricordato proprio in questa sede qualche settimana fa, o un altro Bonomelli, di Nigoline, Geremia vescovo di Cremona, costretto dalla Curia vaticana a scusarsi d’aver auspicato la pace religiosa in Italia.

    Ma, ripeto, la storia non è affar mio: allo sfondo storico penserà Corsini: a me sta bene che Mirani ci dia, con la diligenza che gli è propria, elementi per conoscere un protagonista della nostra storia locale, a torto trascurato. Oreste, purtroppo non l’ho conosciuto; ho solo incontrato suo fratello Silvio, che finirà barbaramente trucidato, e quel fugace incontro, ho già avuto occasione di parlarne, ha segnato il mio futuro impegno.

    Dopo l’armistizio, mio padre, avvertito di imminente arresto, decise di allontanarsi; partimmo da Cellatica a piedi con i miei cugini Salvi, che due mesi dopo sarebbero stati arrestati dalle SS e con un giovane contadino, Stefano Guerrini. Non sapevo per dove, si pensava che la ValCamonica fosse meno insicura. Così, avanti giorno, ci incamminammo sacco in spalla con poche provviste, bypassando gli abitati, Gussago, Brione, Polaveno. Papà camminava abbastanza di lena, ma per un ginocchio sifolino a S.Maria del giogo, in vista della chiesetta decise di fermarsi a prender fiato. Dopo qualche minuto, si intravvide poco più avanti una persona che si guardava attorno con la nostra stessa circospezione: papà non tardò ad individuarlo, era Silvio Bonomelli, di poco più anziano di lui. Si guardarono per un po’ in cagnesco, ma poi si avvicinarono, si strinsero la mano: anche te? Anche me! N’do net? L’so gnamò, adès vo isè ‘nso, spere de troà a quac fosa. Fom du pass ensèma? Non chiedetemi chi abbia detto quel facciamo due passi insieme, non lo ricordo, forse l’hanno borbottato contemporaneamente. I due passi sono diventati quattro, duemila, siamo arrivati a Croce di Marone: nuovo incontro con nuovi fuggiaschi: l’avv.Caravaggi (del partito d’azione, amico a Torino di Gobetti, l’avrei incontrato anni dopo, nel Foro), l’avv.Marchetti, segretario del partito socialista negli anni venti, avrebbe presieduto il CLN provinciale dopo la liberazione.

    Forse per colleganza, incontro meno circospetto; ma, un’occhiata a noi ragazzi, gli avvocati, dicono siamo in troppi, meglio dividerci. Nuova stretta di mano, cordiale con gli avvocati, calorosa, forse inconsapevolmente presaga, di papà con Silvio, e ci s’incammina per aliam viam, loro per non so quale roccolo, noi per Zone, alle pendici del Guglielmo.

    Pochi, ormai conobbero personalmente i due dell’incontro: fiero della sua famiglia laica e anticlericale Bonomelli; di qualcuno dei suoi si dice che a scuola, insegnando geometria, per spiegare i diversi angoli avesse staccato dalla parete il crocifisso, mostrato l’angolo retto tra braccio e tronco della croce, poi aperto il cassetto del tavolo vi avesse riposto tranquillamente il crocifisso: il mio amico Emilio Rosini, scomparso a Venezia pochi mesi fa, finissimo magistrato, già parlamentare comunista, poi vice sindaco di Cacciari, fondatore dell’UAAR, l’avrebbe abbracciato: non hanno fatto in tempo da vivi, lo fanno ora, da viventi fuori del tempo nel premio eterno promesso agli affamati di giustizia, a quanti nel tempo loro concesso esercitano la carità: secondo Paolo VI la politica esercitata con coscienza e disinteresse è una forma alta di carità, ovviamente non soltanto dei cristiani. Mio padre, avvocato, era cristiano convinto, anche cattolico senza ostentazione, senza vergogna.

    Ma torniamo a S.Maria del Giogo: comprensibile sorpresa, sconcerto, diciamo pure disappunto di quel trovarsi improvvisamente vicini, sulla stessa barca, che per qualche reminiscenza biblica mi fa pensare all’arca di Noè, dove si ammassavano oves et boves, e ai carribestiame della deportazione, e ai barconi di Lampedusa.

    Sull’arca, sui barconi: a S.Maria del giogo si prende coscienza, di due principi fondamentali della vita sociale: diversità e complementarietà: si impara a rispettare la diversità, e perché no, a sentire se non il vantaggio la necessità della complementarietà. Poi le cose fondamentali si dimenticano: cravatta e titolo professionale, peggio, accademico, medaglietta parlamentare, o porpora cardinalizia, ne fanno scoprire o inventare altre, la diversità diventa superiorità e la complementarietà sudditanza, farsi servire e adulare. Le cose fondamentali, è un modo rozzo di esprimersi, perché non servirci del termine oggi di moda, anche se scotta come le fiamme dell’inferno? Le cose fondamentali, e come tali, i principi non negoziabili.

    Come? Quali? al ricevimento per l’anniversario della Conciliazione,Non si sentiva, perché pansa piena la sent miga pansa oeda e viceversa, ma pareva percepire, ministri e porporati, promesse altisonanti e principi non negoziabili. Non so se fondamentale o negoziabile, credo importante per me, per la chiesa nella quale sono battezzato e cerco di vivere, chiesa nata come un’associazione di liberi pescatori, distinguere i pesci commestibili dai pescecani e dai piragna, e se si prende un granchio non imbandirlo per vent’anni, ma confessare onestamente che pizzica.

    Ogni parola un fatto: tra le carte di mio padre sopravvissute ai prudenziali falò di mia madre ho trovato un odg di due giovani che nel 1921 chiedevano al congresso bresciano del partito popolare l’apertura ai socialisti. quel congresso sentenziò inconciliabile un’alleanza coi socialisti (mi pare ne parli Corsini in una noticina in calce a una delle sue 99.000 pagine), ma non era necessario, perché matrimoni e alleanze si fanno almeno in due, ed i primi a recalcitrare con la reciprocità che troppo spesso si pretende, erano allora i socialisti. Col senno di poi, fu un granchio, da ambo le parti, sarebbe stato meglio masticare amaro per qualche mese che mangiare pan pentito per vent’anni. Quei due giovani erano Leonzio Foresti, che alla liberazione il CLN mandò a raccogliere con beneficio d’inventario l’eredità del fascistizzato giornale di Brescia, e che fu mandato a casa quando la proprietà ritenne che il beneficio d’inventario fosse di troppo; e mio padre, che a Mauthausen avrebbe avuto modo di rimuginare col socialista mantovano Enea Fergnani sulla non negoziabilità di quella inconciliabilità.

    Preambolo troppo lungo, torniamo alle stretta di mano a S.Maria del giogo: è alla luce di quel fugacissimo incontro che ancor oggi io leggo la Carta costituzionale, la sua origine, la sua attualità. Attualità: oggi si parla molto, e non sempre a proposito, di principi non negoziabili. Cosa significa? Giuseppe Di Vittorio racconta d’aver usato i primi centesimi per comprare un vocabolario. Cosa significa negozio? Incontro di persone e di beni, di valori e interessi. Incontro: alla luce del sole, non è più necessario nascondersi, bypassare la gente. il mio vescovo ha scelto come simbolo e programma un’affermazione di S.Paolo cara anche a mio padre: non erubesco … timidamente devo dire che non rappresento la Chiesa, ma non mi vergogno di dirmi cristiano. ancor più timidamente non so se e quali interessi e con quale moneta possa negoziare la Chiesa: e per non perderci nelle astrazioni, esemplifichiamo con temi d’attualità, un’attualità sulla quale da duemila anni campano e costruiscono la loro fortuna clericali e anticlericali.

    Il crocifisso ha fatto conoscere ad improvvisati tuttologi l’esistenza della Grande Chambre di Strasburgo, dove la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici venne strenuamente ed efficacemente difesa dagli avvocati degli atei devoti.

    Certo che è importante la croce, l’avremmo voluta sulla tomba di mio padre: ma la copertura dei cristianosociali di von Papen al cancellierato di Hitler e del cardinale di Vienna all’Anschluss hanno involontariamente ma efficacemente fatto si che passando per i camini di Gusen le ceneri di mio padre non avessero possibilità di croci funebri. In compenso, come non veder con disagio la croce agitata come manganello elettorale, o ingioiellata sul decolletè di puttanelle governative?

    Forse conviene impostare il problema non come una questione di principio da risolvere facendo riferimento ai massimi sistemi (laicità, tolleranza, uguaglianza per tutti ecc.), ma come questione concreta, da risolvere facendo riferimento ai dati di fatto, ai vantaggi e agli svantaggi che l’una o l’altra scelta producono… bisognerebbe guardare le eventuali decisioni con una certa serenità, non come se si stessero decidendo le sorti dell’Italia.

    Non sono parole mie, clericali e anticlericali si tranquillizzino, sono del mio vescovo a conclusione di una serena analisi sulla presenza o meno del crocifisso nei tribunali, negli ospedali, nelle scuole. Comunque, un duello appassionato tra La Pira e Calamandrei ha risolto il problema in radice nell’ultima seduta dell’Assemblea costituente, con la rinuncia cristiana a una lacerazione sul nome di Dio..

    Dunque la presenza della croce non sarebbe per me un principio non negoziabile? Certo che per me non è negoziabile, e Dio mi aiuti a non sputare mai sulla croce, e a non contestualizzare le bestemmie come sembrano spropositare certi aspiranti cardinali. Ma non è negoziabile perché non ha prezzo. L’Amicale di Mauthausen propone ogni anno un tema per le celebrazioni anniversarie della liberazione di quel Lager, e il tema del maggio 2010 ricordava proprio i deportati per motivi religiosi, cioè di quanti non erano soltanto vittime perchè circoncisi a loro insaputa, ma perché non avevano voluto negoziare la loro fede

    Certo che ci sono principi non negoziabili, ma nel senso che non c’è prezzo, rectius non c’è moneta. Ci sono, e nel momento magico della Costituente, camminando insieme a costo di frenare chi correva troppo e di pungolare i ritardatari, nella prima parte della Carta fondamentale sono pur consacrati, e grazie al contributo fondamentale di uomini che oggi la Chiesa propone come modelli.

    La sacralità ma anche la dignità della vita, che s’accende e che si spegne; l’eguaglianza nel rispetto delle diversità, la giustizia nell’economia e nel lavoro, i dubbi su un testamento biologico senza jus poenitendi; la famiglia, (un grande laico, grande cristiano come Jemolo inorridiva all’idea di porre a guardia del talamo i carabinieri, o gli intercettatori), il rifiuto della guerra, ….

    Quei passi insieme, quel trovarsi sulla stessa barca hanno si consentito alla Città del Vaticano di godere del trattato dell’euro, ma ne hanno escluso la Chiesa, che benedicendo con Paolo VI i bersaglieri di Porta Pia ha condotto un Papa tedesco a camminare con un Presidente socialcomunista sui sentieri di Cavour (e, perché no, di Geremia Bonomelli): libera Chiesa in libero Stato.

    Se qui è lecita una parola non laica, è un peccato, caro Delbarba, arrivar in ritardo di mezzo secolo, quando svaniscono le testimonianze orali, nel commissionare questo lavoro che ha costretto Mirani a spulciare diligentemente la stampa dell’epoca, e forse Corsini gli atti parlamentari: in quelli della Costituente ho trovato il nome di O.Bonomelli soltanto in una insignificante proposta di Leonetto Amadei di emendamento all’art.124, non approvato2. Ma l’Assemblea non aveva soltanto il compito di discutere la proposta dei 75, e il deputato Bonomelli doveva occuparsi di problemi concreti, come dirà Corsini.

    Ma gli storici ben sanno la necessità e l’inadeguatezza delle fonti scritte, e forse non scopriranno mai l’uovo di Colombo del primo articolo della nostra Costituzione, nato, come tanti, da qualche passo insieme, con semplicità, e, perché no, con umiltà.

    Perché, caro DelBarba, caro Cottinelli, caro Corsini, non siamo più sulla stessa barca, né sullo stesso carrobestiame in martellante viaggio verso i lager, siamo sulla stessa spiaggia invasa dal fango, nel comune incubo di uno tsunami morale prima che nucleare. Non perdiamoci dunque in bizantinismi come a Roma mentre Sagunto cadeva, rallegriamoci per l’incontro di Assisi dove si riscopre la ricchezza di tutte le fedi e la gratuita generosità di quanti operano per il bene pur convinti di non aver fede, ringraziamo quanti, rifiutando la barriera dei negozi astratti, senza la molla, la grazia, di una fede operano coraggiosamente per la pace e la giustizia.

    E sono molti, vecchi e giovani: più di quanti non si pensi, di quanti trovino spazio sui giornali. Sogni? Forse, ma occhi aperti, e piedi per terra, nella storia, nella nostra storia. Che è storia dei passi insieme fatti nella resistenza da Gildo Adamini e Gianni Guaini con Romolo Ragnoli e don Carlo Comensoli, penso anche a Giulio Mazzon, ricordato nei giorni scorsi nel singolare convegno organizzato da Silvano Danesi (sarà stato forse anticlericale, ma ha ristampato l’Arnaldo da Brescia dell’arciprete di Cividate ed insieme abbiamo presentato il suggestivo ospite più strano del non dimenticato don Giovannino di Pontedilegno). Penso ai passi insieme in Brescia liberata di Ghislandi e Boni; e alla Costituente di Ghislandi e Bulloni e Caprani. Penso ai passi insieme di Marchetti e del vecchio Savoldi con Francesco Montini e Antonio Lechi all’Ospedale.

    Lasciatemi ricordare i passi insieme con Domenico Sabbio, Gianni Chiari, Sandro Bini e Silveri quando nella nostra municipalizzata abbiamo affrontato col teleriscaldamento la crisi energetica; i passi insieme con Frassine e Dalola e non solo ancora con Sandro Bini e Agostino Covati per dar vita a questa vostra Cogeme; lasciatemi pensare alla solidarietà operosa che nella nostra città abbiamo costruito grazie ai passi insieme con Guido Alberini, Gianni Savoldi, Gianfranco Caffi, Giulio Onofri, Francesco Loda, ma vorremmo pur ricordare quanti ci sono ancora vicini, Marco Fenaroli, Bruno Barzellotti, Martinazzoli, Papetti, Gorlani, Ungari, Bernacchia, Rampinelli, Amedeo Lombardi, Bastiani … e tanti non negozianti, solidarietà operosa che alla faccia di tutte le Curie Paolo VI ha voluto benedire.

    Grazie a qualche passo insieme le generazioni dei nostri figli si presentano più e meglio attrezzate: vogliamo guardar loro con fiducia, ricordando l’ultimo messaggio di un grande socialista bresciano, cui è dedicata la sede del TAR Lombardia orientale. Lionello Levi Sandri, presiedendo il convegno nazionale dei comandanti partigiani nel quarantennale della liberazione ha riletto davanti a Pertini la preghiera del Ribelle, ricordando quanto grazie alla resistenza è stato fatto, ma quanto resta da fare per un’Italia generosa e severa.

     

    * Intervento pronunciato venerdì 25 marzo da Cesare Trebeschi, durante la presentazione del libro di Enrico Mirani su Oreste Bonomelli

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    1. Ero presente a quella serata. Trebeschi ha pronunciato un discorso commuovente di cui lo ringrazio. E sono contento che il vostro sito abbia deciso di pubblicare le sue parole…

    2. Credo che di Trebeschi questa città abbia ancora molto bisogno, per lo spessore morale e culturale della sua figura… Mi unisco ai ringraziamenti al vostro sito.

    3. Io lo ricandiderei… Sarà un po’ anziano, ma mi pare molto più lucido di Paroli e di tanta gente del centrosinistra…………….

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