“Tao” della decrescita e Pil

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    Ospite a Bologna della facoltà di Agraria, Serge Latouche ha tenuto una conferenza sul tema “Il tao della decrescita”; lo scorso febbraio è uscito in Italia anche il suo ultimo libro dal titolo Come si esce dalla società dei consumi (Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 203, 16 €), le cui conclusioni si intitolano, appunto, il tao (sentiero) della decrescita.

    Considerato il “guru” della teoria della decrescita, economista antropologico, professore emerito dell’Università di Parigi, esponente di spicco del Movimento Anti-Utilitarista (Mauss, www.revuedumauss.com), Latouche è sostenitore dell’idea di “de-crescita pianificata”, ovvero dell’importanza di abbandonare la “fede cieca” nella infinita crescita economica, intesa semplicemente come aumento indiscriminato dei consumi e del Pil procapite (non equamente ripartibile).

    Uno dei capitoli del libro (p.165) inizia con l’affermazione azzardata: “La crisi finalmente è arrivata!”. Il fatto è che Latouche sostiene che la crisi, dopo quella petrolifera, non è mai finita né mai più finirà; egli appartiene a quella cerchia di intellettuali che è convinta che la società occidentale stia marciando “felicemente” verso il disastro eco-sostenibile in quanto il modello di vita occidentale, iperconsumista, siccome il pianeta è come un sistema a vasi comunicanti, non può essere generalizzato ai quasi 7 miliardi di persone che lo popolano. Occorre dunque, pena la catastrofe, un’inversione di rotta!?

    Secondo Latouche e gli altri intellettuali del Mauss (con buona probabilità filo socialisti, ma sicuramente anti marxisti) bisogna avere il coraggio di pianificare l’abbandono di una società dei consumi retta su tre contradditori pilastri:

    1) il marketing e la pubblicità come dispositivi di produzione di una continua insoddisfazione verso ciò che si ha;

    2) il sistema del credito ai consumi per il mero fine dell’espansione dei consumi (anzi Latuoche teorizza l’introduzione delle monete complementari e il ritorno al baratto);

    3) un sistema di produzione iper-consumistico che programma l’obsolescenza di beni, ovvero che stabilisce in anticipo il ciclo di vita dei prodotti, così da pianificarne la continua sostituzione.

    L’attuale modello di crescita “è uscito dai pozzi di petrolio e, con i pozzi di petrolio, si fermerà”.

    Che cos’è dunque la “decrescita”? Secondo Latouche “la decrescita è semplicemente un trend dietro il quale si raggruppano quelli che hanno il coraggio di una critica radicale dello sviluppo allo status-quo e vogliono contribuire nel delineare i contorni di un progetto alternativo”.

    Dopo le crisi degli anni ‘70 (petrolio) e le recenti ripetute crisi finanziarie, si tratta di iniziare a considerare le esternalizzazioni negative dell’attuale sistema economico e di costruire progressivamente delle alternative.

    Per dare concretezza a questo programma Latouche propone la teoria delle R:

    1) Ritrovare una “impronta ecologica” sostenibile;

    2) Ridurre i trasporti (privati);

    3) Rilocalizzare le attività (nel senso di progettare filiere corte);

    4) Restaurare l’agricoltura contadina;

    5) Ridurre i tempi di lavoro, trasformare gli incrementi di efficienza produttiva;

    6) Rilanciare la produzione di “beni relazionali”;

    7) Ridurre lo spreco di energia (fino ad un quarto dei consumi attuali quasi esclusivamente con risparmio ed efficientazione);

    8) Restringere fortemente lo “spazio” della pubblicità;

    9) Riorientare la ricerca tecnoscientifica;

    10) Riappropriarsi del denaro (tramite “monete locali” e “monete complementari”).

    In sintesi, maggiore attenzione all’ambiente e alla socialità, minore autonomia dell’economia sulla società.

    Siccome alcuni esempi di autonomia energetico/alimentare sono di fatto in atto, sarebbe opportuno interrogarsi sulla realizzabilità su scala dimensionale più allargata delle idee di Latouche, che lui stesso definisce di utopismo-concretizzabile e che tendono al ricondurre la scienza economica al ruolo subordinato alla sfera socio/politica e non al fine utilitaristico del sistema finanziario. Molti lo giudicano un pazzo, soprattutto a sinistra; altri, sempre a sinistra “e non solo”, lo considerano un profeta.

    In sintesi, né rilancio dei consumi né austerità imposta, per attuare il cambiamento ci vuole una rivoluzione culturale che inneschi inevitabilmente una rivoluzione reale, perché è inutile cambiare il software se non si cambia anche l’hardware.

    La strada della decrescita ha molto in comune con la filosofia zen, da qui l’idea di usare lo slogan Il tao della decrescita come sottotitolo per l’incontro: si può arrivare alla felicità solo se si sa limitare i propri bisogni e i propri desideri (una condivisa austerità frugale di felice benessere comune), perché la libertà del singolo finisce dove inizia quella altrui.

    Oltre a quella zen sono molte le filosofie, le culture e le correnti di pensiero che la pensano in questo modo; così la decrescita può essere interpretata non come la sola alternativa, quanto piuttosto come una matrice di alternative, differenti nei modi ma uguali nell’obiettivo.

     

    * TESTO TRATTO DALL’EDIZIONE DI GIUGNO DEL MENSILE 12 MESI 

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    1. Un intervento lucido e di respiro.. Suggerirei nella prossima puntata di approfondire questi obiettivi alla luce della situazione contingente…

    2. Le idee sono giuste, bisogna capire come si applicano… Concordo con il lettore precedente in questo senso… Però giusto iniziare a discuterne!

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