Brescia, due grandi occasioni perdute

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    Due notizie recenti – una nella finanza, l’altra nell’industria- danno la misura della lenta deriva  -non  declino, almeno per ora – della nostra provincia.  La prima è la fusione dell’Hopa  nella Mittel, operazione che segna l’epilogo della finanziaria fondata nel 1994 da Emilio Gnutti che 12 anni fa – insieme ad altri 200 soci, di cui 160 bresciani, e a Roberto Colaninno –  fece la “scalata del secolo” acquisendo la Telecom con un’Opa da  80mila miliardi di vecchie lire (una operazione che proiettò Brescia nel firmamento della grande finanza facendone per 7 anni, fino al 2005, una protagonista di prima grandezza).  La seconda è il tramonto definitivo dell’alleanza tra tre  grandi aziende siderurgiche bresciane (Feralpi, Alfa Acciai e Valsabbia) che, insieme ad una quarta friulana (Pittini di Udine), avrebbero potuto  dare vita a un gruppo da 6-7 milioni di tonnellate annue di acciaio facendone la seconda realtà  italiana dopo l’Ilva di Taranto. Una aggregazione che avrebbe fatto della siderurgia bresciana un competitor a livello europeo, vale a dire un “peso medio-massimo”, per dirla con Luigi Lucchini, in grado di farla uscire dalla sua cronica, seppur competitiva ed efficiente, marginalità dimensionale. L’una e l’altra realtà – la prima finanziaria, la seconda manifatturiera – oltre che rappresentare due asset patrimoniali, avrebbero potuto rendere a Brescia un assist (un servizio) di grande utilità dal momento che avrebbero agito da trainer e volano per tutta l’economia della provincia, valorizzandone le potenzialità e ottimizzandone le opportunità. Due grandi occasioni perdute, quindi, che ci avrebbero consentito di superare la nostra strutturale minorità con due imperdibili, ma purtroppo perdute, occasioni storiche.

    Ma perché Brescia non riesce ad aggregare le sue forze migliori? Perché non riesce a fare squadra, sistema, rete o sinergia, anche quando ne esistono le condizioni oggettive e persino, come nei casi di cui si parla, le volontà soggettive?  Perché gli sforzi e i tentativi di coesione e cooperazione si  infrangono sempre contro resistenze conservatrici? Per  il “nanismo individuale” delle singole aziende che penalizza il “gigantismo economico” del loro insieme? O per la dicotomia “gigantismo economico-nanismo politico” che ha sempre  condizionato il Dna industrialista e produttivista di questa terra, impedendole di assumere  ruolo e funzione nazionali? L’individualismo imprenditoriale, da straordinario fattore di crescita molecolare e coefficiente di  espansione corpuscolare,  da traino e locomotiva quale è stato per mezzo secolo, rischia ora di  tramutarsi nel contrario, una zavorra e una palla al piede che frenano il salto di quantità dimensionale  e di qualità culturale (non necessariamente manageriale) indispensabili per correre sul mercato globale. Non riusciamo a compiere il passaggio dal capitalismo singolare a quello sistemico  “coalizionale”, dalla cultura individuale pur benemerita e talvolta eroica a quella “corale” reticolare. Certo abbiamo avuto i distretti, ma non siamo riusciti a collegare l’efficienza della piccola impresa alla forza della filiera produttiva. Perché le poche aggregazioni andate a buon fine – si veda l’Asm con Aem di Milano o Banca Lombarda con la Popolare di Bergamo – sono state aggregazioni “passive” che hanno visto Brescia non comprimaria ma, come dimostrato dalle recenti non esaltanti performances di A2A e di Ubi Banca, subalterna se non caudataria? E’ perché mancano i “direttori d’orchestra” del passato, o perché quelli del presente hanno preso strade metropolitane (milanesi, tanto per  non andare lontano) lasciando Brescia al suo destino? O perché le nostre aziende, pur competitive e delocalizzate all’estero, non sono ancora internazionalizzate nel senso compiuto del termine essendo rimaste piccole entità, familiari nella struttura e familiste nella cultura, restie ad  aprirsi a capitali esterni e a manager extra-familiari? Eppure il mix maturità dei prodotti-modernità dei processi della manifattura bresciana ha dato per decenni ottimi risultati. Come li ha dati l’impresa fordista orientata al magazzino e come li sta dando anche l’azienda mercatista mirata al mercato.

    L’Hopa, pur dando a Brescia per alcuni anni una visibilità nazionale, è stata una occasione mancata perché, nata all’inizio come merchant bank al servizio delle Pmi locali, ha poi imboccato la strada senza ritorno della speculazione finanziaria fine a se stessa. La sua attuale fusione con la Mittel segna la fine delle velleità “autonomistiche” della finanza bresciana. Come è una opportunità smarrita anche la mancata concentrazione delle tre maggiori aziende siderurgiche bresciane. La loro tramontata aggregazione è un’altra croce nel cimitero delle occasioni perdute dell’economia locale. 

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    1. Un’analisi come sempre raffinata e documentata. Articoli di questo spessore non si leggono tutti i giorni, anzi sulla stampa locale non si leggono mai. Ti faccio ancora una volta i miei complimenti Sandro. Con amicizia. A. M.

    2. Complimenti al dottor Cheula. Leggere i suoi articoli è sempre stimolante e istruttivo. Concordo con quanto scritto da a.m., non è facile leggere analisi di questa qualità.

    3. é la prima volta che mi capita di leggre un analisi tanto coerente quanto(aimè)vera,le domande che si pone il giornalista che poi sono le stesse che ci poniamo tutti dovrebbero farle in un "simposio"tra le varie realtà culturali dei territori,dico culturali poichè la mancanza di cultura genera tutto ciò,la cultura del colletivo,del sociale,la cultura del lavoro non fine a se stesso,la cultura del benessere sociale che passa attraverso varie consapevolezze appunto culturali,non materiali.Tutto ciò a Brescia manca!

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