La periferia del sapore di paese (Flero) – Tra paese e città (San Zeno Naviglio)

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    Flero – La periferia del sapore di paese

    di Alessandra Tonizzo – Nella pianura bresciana orientale c’è un comune prospero che, con le sue 7.500 famiglie, fa dell’imprenditoria un modus vivendi improntato all’efficienza. Flero, nei secoli, fu terra di mulini ad acqua, fornaci e agricoltura ma, nonostante lo stemma del Comune rechi ancora come emblema le classiche tre pannocchie, la densa concentrazione commerciale, foriera di un sensibile incremento demografico ed un forte impulso edilizio, rende oggi la località alla stregua di una cittadina in miniatura. Sorprende la tranquillità di Flero, la cui identità primitiva, composta dall’aggregazione di piccoli “borghi”, annulla frenesie e brusii, e invita a ristorarsi in uno dei tanti parchi – una ventina circa – che lo costellano. Sul pavé del centro storico passeggiano famiglie dalle provenienze più diverse, sostano gli anziani, scooter e biciclette circolano dove, un tempo, gli antenati di stirpe ligure poggiavano le prime pietre di un insediamento che, mentre la storia faceva il suo corso, poneva le basi per un futuro fatto di lavoro e ingegno dai frutti notabili. La gestione del traffico, le rotabili di grande comunicazione sono solo alcune delle eredità di un passato regalate alle propaggini di un paese che, probabilmente, deve la sua etimologia a una parola delicata come un “fiore” (dal latino flos, floris). La parrocchia, dedicata a San Paolo Converso, è il baricentro del comune e ne tasta umori e colori svettando dall’alto, collegando le molteplici realtà che qui convivono pacificamente. Se l’abito di Flero è pennellato da un’elegante funzionalità, il cuore è quello di un’anima semplice, che ruba all’etichetta paesana tutta la schiettezza dell’accoglienza e della sensibilità sue proprie, tipiche di chi ha imparato a conoscersi e non rinuncia a gesti rustici ed autentici come un saluto vociato da un balcone all’altro, i panni stesi al pallido sole, le chiacchiere al crocicchio. Con queste suggestioni lasciamo la cittadella, accompagnati da un velo d’inspiegabile malinconia: quella che si fa sentire sottilmente alla gola quando è ora di andare, ti prende sottobraccio e se ne va, mentre ti sorprendi nel sentirti a casa e, sulla via del ritorno, ti chiedi cosa farà l’indomani quella donnina sorridente, china a pulire l’uscio.

     

    San Zeno Naviglio – Tra paese e città

    di Alessandra Tonizzo – Se oggi dicessimo “vado a Tregonzo”, pochi capirebbero. Ancora una volta sarebbero i nostri anziani a strizzarci l’occhio, abbozzare un sorriso ed intuire che stiamo parlando della nota Sàn Zé, quel paesello pochi chilometri a sud di Brescia, nell’alta pianura padana. Camminando rasente ai muri segnati dal tempo, su strade prive di marciapiede, non scommetteremmo mai che questa era una zona boschiva popolata da abili pescatori, se non fosse per il significato di quel suo nome antico, “inter gurgites”, “tra i gorghi”, virato poi in omaggio a San Zenone, patrono della gente che va per mare. Oggi sfrecciano tir, macchine e corriere, solcano San Zeno e la sua storia per andare altrove, inseguire la strada provinciale che rende il paese uno spartiacque, una linea di confine tra la pace flebile di un piccolo centro e il miraggio della città, giusto a due passi da qui. Il sole scioglie i residui di un inverno lungo, gli sprazzi di una neve tenace che fa da contraltare alle tante cascine, ai ponti che scavalcano il Naviglio, facendoli brillare come addobbi di Natale fuori dal tempo. Il freddo spinge a scaldarsi entro le mura domestiche, tra i tavolini dei bar dove si servono caffè e pop-corn zuccherati, davanti ai ceri di una parrocchia sempre viva, tra gente semplice che si racconta, a capo chino, le proprie fortune, i dispiaceri amari. Si respira complicità, a San Zeno, e gli sguardi incuriositi di chi ti studia per capire chi sei, da dove vieni, traducono tutta la tradizione rurale di un mondo che, scopriamo, non si è perso, ma vive ancora di legami forti, scambi quotidiani, gerarchie generazionali. C’è chi resta e chi va, chi un tempo ha messo radici qui e rimane depositario di una storia antica, chi, invece, fa di Sàn Zé il perfetto trampolino di lancio aldilà della periferia. Dopo essere stati “gentili forestieri”, seguiamo la seconda corrente incolonnati in auto e attraversiamo ancora una volta il paese, a passo d’uomo, con il sole in pieno volto.

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