Alla ricerca dell’io ( Torbole Casaglia )

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    di Alessandra Tonizzo – Nella bassa pianura, a 10 chilometri da Brescia, Turbole Cazae si presenta nella sua identità doppia, sotto le prime nebbie mattutine. Da un lato distese di granoturco che coprono il cielo, dall’altro fabbriche che, fianco a fianco, si fanno muta compagnia. Qualche corvo sorvola i campi e sulla striscia di cemento che li costeggia i camion procedono lenti a fari accesi. Arrivata quando i negozianti alzano le loro saracinesche, capisco che diverse resteranno chiuse, non solo stamane. Chiedo in giro, mi rispondono che sarà anche la crisi, ma forse è il paese stesso che illude e disillude in poco tempo, come se un buco nero inghiottisse le nuove iniziative. Chi resiste porta il cognome degli storici lignaggi, cura lo stabile che è passato di mano in mano a generazioni, stringendo i denti. Prendo un caffè per scaldarmi, al bancone due donne commentano il proprio aspetto, mentre la barista tradisce la confidenza di un’intimità costruita poco a poco, tra confessioni amare, lacrime, le foto delle vacanze squadernate tra lo zucchero e il bricco del latte macchiato. Scomparso il buon vicinato, il clima di complicità che serve per tirare avanti si trova a poco prezzo, odora di miscela arabica. Mi sposto nella seconda parte del comune che, unito ufficialmente nel 1805, porta ancora i segni di un visibile spartiacque. Quando torbolesi e casagliesi doc non esistono quasi più, ancorarsi all’appartenenza della propria frazione sembra capitale. Credo di essere arrivata al porto del buen retiro, attorno a me solo villette curate, un silenzio surreale. Un signore mi strizza l’occhio, mi dice che il significato di “casaglia” è proprio questo, niente di strano. Sulla via del ritorno, cerco l’io di un paese che accetta dolcemente il presente, supino e innocente, tanto che si ha paura di ferirlo, atterrarlo con un pensiero maldestro

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