La Giustizia bresciana tra luci e ombre. Intervista alla presidente della Corte d’Appello Campanato

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    di Roberto Giulietti – La giustizia bresciana non è malata ma soffre ed a subirne le conseguenze sono i cittadini. Non è un buon punto di partenza ma un dato di fatto, una situazione complessa che gli operatori della giustizia conoscono bene e che i cittadini, troppo spesso, subiscono. E se da un lato è necessario denunciare le cause di questo stato delle cose, dall’altro occorre studiare nuove soluzioni “perché i cittadini di questo distretto abbiano una buona risposta di giustizia”.

    A scattare questa fotografia è Graziana Campanato, la presidente della Corte d’Appello di Brescia che, per i non addetti ai lavori, guida, dirige e coordina da circa un anno i giudici che lavorano negli uffici giudiziari del distretto che comprende Brescia, Bergamo, Mantova, Cremona e Crema. Un territorio con una popolazione che supera i tre milioni, con quasi 250mila imprese che danno occupazione a oltre 1 milione di addetti ma con un rapporto giudice/abitanti tra i più penalizzati d’Italia.

    “Ancora una volta si è costretti a ricordare come la Corte d’Appello di Brescia e il Tribunale abbiano un organico, di magistrati e di personale amministrativo, insufficiente a svolgere i processi. Non riusciamo ad assorbire i flussi delle nuove cause (oltre 135mila) e ogni anno, sono più di mille quelle a cui non riusciamo a dare risposte (sentenze). Per la sola Corte d’Appello – aggiunge la presidente – sono 11mila le cause pendenti e crescono di 3.000 l’anno. È importante anche ricordare che il legislatore ha continuato ad ampliare le competenze della Corte in materia civile (Consob, tutela della concorrenza, diritto familiare, diritto fallimentare) spesso chiamata ad essere giudice di primo grado. Dovrebbe essere anche ripensato il sistema delle impugnazioni nel settore penale che di fatto porta all’attenzione della Corte un numero insostenibile di cause il cui esito è spesso la prescrizione”. Il risultato è quasi scontato: gravi ritardi nella risposta di giustizia.

    Eppure, proprio a Brescia, la situazione non è tra le peggiori visto che i tempi medi per arrivare a sentenza sono quattro anni che si riducono a due per i processi che riguardano la famiglia (separazioni e divorzi), i minori, i fallimenti e il lavoro “che sono stati individuati come priorità”. “Stiamo lavorando al massimo del limite umano – sottolinea Graziana Campanato – e, dati alla mano, Brescia supera ampiamente il numero congruo di cause sentenziate”. La Presidente proprio non ci sta: “Chi vuole dipingere una magistratura con scarsa laboriosità dei suoi magistrati non conosce la realtà. Qui tutti lavorano con straordinario impegno, senza guardare agli orari o ai carichi di lavoro, cercando di sopperire alla ormai cronica insufficienza degli organici”.

    E se l’informatizzazione degli uffici giudiziari sarà una delle risposte per risolvere alcuni dei problemi, la Presidente ricorda che “ad oggi siamo ancora nel guado, si può e si deve andare avanti ma non bisogna dimenticare che è ancora presente il cartaceo e che ci vorrà ancora tempo per essere a regime. Di certo anche l’informatizzazione ha bisogno di personale e un ingegnere gestionale ‘in prestito’ dall’Università non è certo sufficiente”.

    La Campanato, forse anche per i 44 anni passati in magistratura, ha le idee chiare: “Negli ultimi venti anni sono state fatte tante leggi ma nessuna vera riforma del sistema giudiziario italiano. I tagli alla spesa hanno comportato, anziché una ragionata rinuncia al superfluo, la riduzione del personale amministrativo, senza una giustificata compensazione attraverso sistemi di snellimento delle procedure”. Non cerca parole “mediate” dal ruolo e va diritta al problema: “Occorre una radicale modifica del processo troppo ricco di passaggi, prevedendo la riduzione dei gradi di giudizio. Il nostro è un sistema molto garantista e questo favorisce i ritardi delle sentenze definitive raggiungendo esattamente l’obiettivo opposto: quello di non avere giustizia in tempi rapidi. Il vero rimedio è la semplificazione delle procedure”. Quindi una ricerca dell’equilibrio tra le esigenze di garanzia e la necessità, altrettanto imprescindibile, di assicurare al cittadino che il processo abbia una durata ragionevole. E un duplice intervento: da un lato un lavoro legislativo compito del parlamento e dall’altro un adeguamento del numero dei giudici in servizio e “in Italia ne mancano 1300”.

    E da rivedere, a questo proposito, sono le procedure di accesso alla magistratura: “I grandi numeri dei partecipanti ai concorsi per diventare magistrato di certo non aiutano, non consentono buone scelte. Si dovrebbe puntare molto sulla formazione dei nuovi magistrati favorendo un accesso serio, con esami difficili, alle scuole di formazione, altrimenti ci sono risorse che rischiano di andare disperse”. E immancabile ci si ritrova a parlare di meritocrazia. “I Giovani sono preparati ma per valorizzarli si dovrebbero prevedere concorsi strutturati in modo diverso. Per quanto riguarda gli avanzamenti di carriera, anche in questo caso si corre il rischio di cadere nei soliti luoghi comuni. Un magistrato, nel corso della sua vita lavorativa, è soggetto a sette valutazioni e il principio dell’anzianità è ormai residuale. Il vero problema è che i criteri di giudizio non sono stati definiti in modo oggettivo e obbiettivo”. Magistrati più preparati anche ricorrendo a carriere separate tra chi indaga e chi giudica? “È una questione ideologica. Personalmente non credo che un magistrato si debba trasformare in un super poliziotto e che un pm (pubblico ministero) deve conoscere la terzietà del giudizio. In questo modo si favorisce un travaso di conoscenze che può essere utile al sistema. Dal punto di vista pratico, non si risolverebbe nessun problema legato alla gestione della giustizia”. Non usa mezzi termini la presidente della Corte di Appello di Brescia, ma la schiettezza che la caratterizza nell’analisi delle cause della situazione attuale è paragonabile alla tenacia dimostrata nel superamento delle difficoltà. Ed a questo proposito chiede la collaborazione di tutti: agli avvocati “più responsabilità nel non presentare ricorsi che si sa in partenza che saranno ritenuti inammissibili”; ai magistrati “che non si lascino sopraffare dal senso di frustrazione”; al personale amministrativo “che continui a dimostrare la volontà di miglioramento”; agli enti locali e alle istituzioni “perché proseguano nello sforzo di fronteggiare i problemi operativi della giustizia”. Ma un impegno viene chiesto anche ai cittadini che “devono continuare a servirsi della giustizia ricordandosi che ai diritti si accompagnano sempre anche i doveri”.

    Di certo svilire la magistratura non serve. “Una buona giustizia non è un concetto astratto – conclude la presidente Campanato – ma è una garanzia concreta dei diritti dei cittadini, che riafferma i principi della civile convivenza ed estende i suoi effetti ad ogni aspetto della vita di un territorio: da quello del rispetto delle regole a quello delle condizioni di sviluppo e del benessere economico”.

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    1. Da un tecnico prossimo alla pensione mi aspetterei più coraggio: soluzioni.
      Magari spostarsi sull’elezione popolare del Procuratore Distrettuale (come negli USA)..infatti ogni 4 anni sono sottoposti al corpo elettorale e quindi al 50% vengono sostituiti.
      Ma tanto il sistema giudiziario è prettamente borbonico-romano e quindi irriformabile….fatica sprecata scrivere queste relazioni con il bilancino per non scontentare una qualunque dei "partiti" del CSM-ANM-ecc.

    2. Siamo sicuri che i giudici sarebbero contenti di una vera riforma??? Io credo che i magistrati quando sbagliano grossolanamente devono pagare come tutti.

    3. La nota della presidente è di prassi di routine tesa a difendere l’operato dei giudici. Quando questi la imbroccano e non sono pressati da contingenze esterne al dibattito, trascurando le ragioni e soprattutto il diritto delle persone: favoritismi, arbitri e via dicendo a favore di lobby e di potenti. Spesso le sentenze appaiono chiaramente dolose e le famiglie ne restano gravemente danneggiate. Tutto questo non può essere giustificato da carenze degli organici. Spesso si avverte attraverso prove concrete la tendenza di certi giudici: ciò niente e nessuno può disconoscerlo. Una vittima del sistema.

    4. UN PADRE DISPERATO.credo che alcuni giudici prima di decretare una sentenza sulla base di una sottrazione di minore portato all estero vengano a conoscenza del diritto europeo è le convenzioni europee.al mio caso personale mia figlia Italiana è stata lasciata in uno stato europeo che non è il suo,non solo non ha più messo piede in Italia dal giorno che è stata rapita dalla madre,ma il caso ha voluto che nel percorso giudiziario di incontrare una CORTE DI APPELLO di BRESCIA SEZIONE MINORI poco preparata IN MATERIA.Infatti la mia bambina per quell’ orribile ingiusto DECRETO non ha più fatto rientro nella sua Italia in quanto coloro che avrebbero dovuto tutelarla l’ han SEQUESTRATA NELLO STATO RUMENO!!!Assurdo.. LE AUTORITà CENTRALI RUMENE RICONOBBERO ALLA MADRE IL REATO DI SOTTRAZIONE DI MINORE ALLA MADRE è DISPONEVANO IL RIMPATRIO DELLA MINORE DAL PADRE…COSI COME IL TRIBUNALE DEI MINORENNI DISPONEVA IL RIMPATRIO DELLA MINORE AFFIDANDOLA AL PADRE….MA LA CORTE DI APPELLO DI BRESCIA PREMIò LA MADRE DEL REATO LASCIANDO CON SE UNA BAMBINA ITALIANA NELLO STATO RUMENO!!!A OGGI LA MADRE SE LA RIDE ALLA GRANDE..IN QUANTO NON HA PIù TIMORE DELLA NOSTRA GIUSTIZIA è SICURA CHE NESSUNO LE FARà NIENTE.INTANTO MIA FIGLIA ITALIANA è SEMPRE NELLO STATO RUMENO!!! LA NOSTRA GIUSIZIA PERDE SEMPRE PIù CREDIBILITà PER COLPA DI ALCUNI UOMINI DI LEGGE..CERTO CHE GRAZIE A QUELLA SENTENZA DAVANTI AD UN ALTRA COMUNITà EUROPEA NON ABBIAMO FATTO UNA BELLA FIGURA.A OGGI NON SO PIù COSA FARE PER TUTELARE MIA FIGLIA PER FAR SI CHE LE VENGANO RICONOSCIUTI I PROPI DIRITTI,è IO COME PADRE ITALIANO NON SONO TUTELATO DALLA GIUSTIZIA ITALIANA IN QUANTO LA MADRE CONTINUA A COMMETERE REATI VIOLANDO LE SENTENZE ITALIANE PERCHè HA CAPITO CHE LA NOSTRA GIUSTIZIA ITALIANA NON LE FARà UN BEL NIENTE!!!!

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