Piazza Vittoria, prospettive per un reinserimento urbano

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Nel centro storico della nostra città si agita un fantasma, Piazza Vittoria. Pur collocata nel centro del nucleo antico, il cosiddetto distretto delle “piazze centrali”, la piazza versa in un precario stato di abbandono, mal frequentata, inospitale per esercizi commerciali e pubblici esercizi. Gli edifici ai piani superiori (soprattutto uffici e qualche abitazione) offrono spazi inadeguati, in cattivo stato di manutenzione oltretutto. Ascoltando i commenti dei frettolosi visitatori si ricavano sensazioni diverse, ma tutte concomitanti circa la sgradevolezza del luogo: “E’ buia”, “E’ scivolosa nei giorni di pioggia”, “Non offre ripari”, “E’ opprimente”, “Non offre luoghi di sosta”, “Non è transitabile al centro per via delle griglie”, e via di questo passo. Ci avviciniamo alla ricorrenza degli ottant’anni dall’ambizioso tentativo operato da Marcello Piacentini di creare una nuova piazza dal disegno aulico e di richiamo popolare, in concorrenza con le due storiche poste al limitare, quella religiosa (Paolo VI) e quella civica (Loggia), distruggendo un quartiere antico e deportando migliaia di abitanti al di fuori. Senza dubbio possiamo dire oggi che il tentativo è miseramente fallito. Per molte ragioni. Il modello architettonico nella mente di Piacentini ha preso forma come un’astronave, con una certa misura complessiva e con un certo grado di coerenza delle sue diverse parti, e come una navicella spaziale è stata calata dall’alto al posto di un intero quartiere con effetti rovinosi (e talvolta comici) sull’immediato intorno. Si tratta di ferite non rimarginabili: si pensi ad esempio a Via X Giornate, in cui si sono dovuti sospendere per aria i portici antichi, dovendosi abbassare la quota della carreggiata (per raccordarla con quella della strada che delimita la piazza a sud, via IV Novembre oggi), o alla strada sul retro dell’edificio postale, rimasta del calibro antico, in cui il nuovo corpo edilizio (con una facciata completamente anonima) manda brutalmente fuori scala gli edifici dell’ex Monte di Pietà, o ancora a Piazza Mercato, cui è stato fornito un nuovo scorcio d’ingresso da nord-ovest, che mortifica la sua architettura e la struttura originaria “ad elle”, pensata per essere osservata e scoperta provenendo da ovest, la Chiesa di Sant’Agata per la quale ci si è dovuti inventare un fianco mai esistito (prima era dentro le case) o allo stesso Corsetto Sant’Agata che sbuca su una piazza casuale e mai esistita, su cui ancora oggi insistono le demolizioni prodotte allora. Ma anche restando alla piazza in sé, i problemi sono diversi. I portici sono troppo alti per funzionare come un portico. Gli spazi al piano terra sono anch’essi di altezza troppo elevata (la stessa dei portici, generalmente) impedendo o rendendo molto difficile la collocazione o la permanenza di funzioni di tipo privato come negozi, bar, ristoranti, atelier, botteghe artigiane, ecc. che necessitano di spazi raccolti e che risultano inevitabilmente schiacciati e atterriti dall’ordine gigantesco della piazza. L’unica possibile utilizzazione sembra essere quella di ospitare funzioni collettive o di tipo pubblico dislocate su grandi ambienti e superfici: un ufficio postale, un cinema, un albergo, un grande magazzino, ecc. Venute meno alcune di queste funzioni originariamente insediate, la piazza si è ovviamente inanimata. Le destinazioni d’uso ai piani superiori sono inadeguate agli sviluppi di una città storica in epoca contemporanea. La larga prevalenza di uffici toglie animazione al complesso e lo fa funzionare secondo i rigidi orari di lavoro del business. Fino alle sei della sera, sabato e domenica esclusi. La pavimentazione troppo liscia degli spazi porticati o dello scalone davanti alle poste e la pavimentazione troppo sconnessa della parte centrale rendono impervio il camminare in ogni stagione dell’anno a meno di essere dotati di buoni scarponcini da trekking. Ma la Storia si vendica. I brutali contrasti tra la liscia armatura bianca della piazza e la multiforme varietà dell’ambienta antico circostante sono estremamente sgradevoli e, ahimè, insanabili. Spiegano però lo spaesamento indotto nel frequentatore occasionale che si trova a transitare in questo spazio provenendo dalle altre piazze centrali di Brescia. Esiste sicuramente un degrado materiale della piazza, una pavimentazione inadeguata, i molti esercizi commerciali con le serrande abbassate, la presenza delle griglie di areazione del parcheggio sotterraneo, ma contribuisce molto al degrado della piazza anche il suo essere luogo artificiale, in sequenza innaturale con gli edifici, le piazze e le vie limitrofe. In questi ottant’anni la piazza è stata teatro di numerose, isolate e infruttuose iniziative, volte a restituire a questo luogo un diverso assetto e, di conseguenza, una migliore frequentazione. Tra tutti, ricordiamo la costruzione del garage sotterraneo ad opera dell’AGIP negli anni ’60 con le uscite direttamente nel grande spazio centrale; neanche questo è servito e la piazza più che beneficiarne è diventata semplicemente la copertura spoglia dell’autosilo. Oggi si propone di continuare su questa strada. E’ stato recentemente completato il lifting dell’Ufficio Postale, si prospetta la ricollocazione del Biancone di Arturo Dazzi di fronte al bar Impero (per la gioia degli amanti delle terga maschili) o altri interventi di arredo urbano conseguenti alla conclusione del cantiere metrobus. Iniziative isolate, improduttive, sulla scia delle tante che hanno contraddistinto questo luogo negli ultimi decenni. Un brancolare nel buio, menando un colpo a destra e a manca nella speranza di riattivare un luogo tanto degradato. Un sistema infallibile per fare un buco nell’acqua. L’intervento necessario per Piazza Vittoria è invece scritto nella sua storia. Non un progetto architettonico, ma un piano urbanistico di dettaglio. Un piano che affronti il problema sotto tutti i diversi profili. Esaminiamoli in sequenza secondo la loro importanza. La modalità d’intervento edilizio Per agevolare le necessarie utilizzazioni o riutilizzazioni degli spazi edificati occorre una definizione degli interventi edilizi possibili calibrata sulla natura tipologica degli edifici piacentiniani. L’intervento di restauro deve prevedere esplicitamente una gamma completa di possibili alterazioni dello spazio e avere mano libera per sostituire e/o integrare gli impianti tecnologici ed igienicosanitari necessari e nell’utilizzo di materiali e tecniche costruttive moderne diverse e coerenti da quelle utilizzate 80 anni fa. L’assortimento delle funzioni La rigida e monumentale tipologia degli edifici che compongono la piazza produce una selezione inopportuna delle destinazioni d’uso. Senza interventi correttivi, “sopravvivono” dentro gli edifici della piazza quelle funzioni che sono meno condizionate dal gigantismo degli spazi (ambienti alti anche 10 metri), dall’obsolescenza degli impianti tecnologici, dai costi energetici, dall’opulenza dei materiali e dei dettagli architettonici, ovvero gli uffici. Occorre ripristinare rigidamente, in forza di un piano urbanistico un mix convincente di funzioni: spazi pubblici o di uso pubblico combinati con negozi ai piani terreni, spazi direzionali ai piani intermedi, residenza ai piani più alti. Non può essere il mercato (da solo) a decidere cosa e dove deve essere utilizzato. Il disegno dello spazio pubblico (l’arredo urbano) Come quando si decide l’arredamento di un locale, occorre predisporre un disegno complessivo che riguardi l’intera gamma delle questioni che attengono a questo campo: i materiali e il disegno di pavimentazione degli spazi, con particolare riguardo agli spazi porticati, alle soluzioni di accesso al parcheggio sotterraneo e ai locali del metro bus; i dehors degli edifici commerciali e dei pubblici esercizi; l’illuminazione pubblica, sostituendo senza esitazioni quella esistente di tipo autostradale; gli elementi di arredo monumentale: fontane, pulpiti, statue da collocare o ricollocare con la dovuta misura tenendo conto sia dell’antica disposizione che anche delle evoluzioni moderne e del nuovo disegno; gli elementi di arredo comune da studiare secondo un disegno unitario coerente con l’unità architettonica della piazza: panchine, cestini e cassonetti dello sporco, segnaletica pubblicitaria, balaustre, corrimani, fioriere, dissuasori, ecc. Un accordo con gli enti pubblici e privati proprietari degli edifici, convenzionando i costi di affitto degli spazi stabilendo una tabella di costi massimi articolata per funzioni (negozi, cinema sale di spettacolo, alberghi, uffici, residenze, ecc.), e stabilendo la misura economica entro cui i proprietari degli edifici partecipano al ridisegno dello spazio pubblico (visto che ne sarebbero direttamente i primi beneficiari). Obiettivo n. 1: evitare il ripetersi di situazioni quali l’”esilio” di Oviesse costretta ad andarsene per i costi di affitto spropositati richiesti dal proprietario dell’edificio entro cui era felicemente accasata. Un regolamento degli usi della piazza, selezionando le tipologie di mercato possibili, in coerenza con quelle ospitate stabilmente a pochi metri di distanza in Piazza Mercato e trasferendo, anche qui senza esitazioni quegli eventi che richiedono molto spazio o si avvantaggino di una scenografia urbana monumentale, quali ad esempio le giostre di cavalli, i tornei medioevali o i grandi concerti di musica rock, sottraendoli all’inadeguata Piazza Duomo. Un piano impegnato su tutti questi fronti definisce una complessa materia come quella del restauro urbano. Permette di ottenere risultati perché obbliga ad uno studio di tutte le variabili in gioco e prevede un’evoluzione dello scenario urbano secondo una ragionevole combinazione di soluzioni.

Il centro storico di Brescia, in generale, soffre di questa eclisse della pianificazione da ormai 40 anni e si pensa di surrogare questa mancanza con rimedi e soluzioni estemporanee, dilettantesche: una nuova disciplina delle ZTL, un nuovo disegno di arredo dell’uscita di stazione metro bus, un urban center, una nuova utilizzazione di qualche edificio dismesso, una nuova sala di lettura per studenti, un campus universitario o un nuovo comando di polizia. Il centro antico di Brescia ha sopportato molto negli ultimi anni e molto sarà ancora costretto a subire, temo. Ascolteremo ancora il lamento dei commercianti, subiremo il disagio dei residenti, assisteremo impotenti alla congestione automobilistica, alle zone troppo frequentate o troppo deserte. In tempi migliori, una nuova stagione di pianificazione seria dello spazio urbano, un rilancio del nostro centro può senz’altro ripartire da Piazza Vittoria. Senza scorciatoie.

(L’articolo in versione integrale uscirà nel prossimo numero della rivista trimestrale “Città&Dintorni”)

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  1. Ma come Ale, hai dimenticato il vero intervento strutturale operato per la riqualificiazione della zone, le bancarelle tecnologiche che si aprono come uforobot e mazinga, per la vendita dell’eccellenza dei prodotti bresciani, di cui ben cinque licenze sono state vinte da stranieri!! Dai, informati meglio presso il grande Labolani!!

  2. Intelligente? Forse si, probabilmente anche troppo, certamente di parte. Vero che il problema c’è e come dice l’articolo esiste da almeno 40 anni.

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