Salvatore D’Erasmo: basta tavoli, Brescia deve tornare a rimboccarsi le maniche

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di Andrea Tortelli – Basta tavoli: Brescia deve tornare a rimboccarsi le maniche per recuperare il tempo perduto. Sull’aeroporto di Montichiari, come su A2A e su tante altre questioni strategiche. A dirlo, in una lunga intervista esclusiva rilasciata a Bsnews.it, è Salvatore D’Erasmo. Mente sottile. Ma soprattutto figura che ha vissuto da vicino, quando non da protagonista, tutte le scelte principali compiute dal sistema Brescia negli ultimi decenni. Nato a Crotone, in Calabria, D’Erasmo si trasferisce a Brescia a 21 anni. Il suo primo lavoro è all’Inps, dove arriva alla dirigenza, dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università di Pavia. Poi la rottura con il pubblico impiego. "Perché", spiega, "mi dissero che per fare carriera avrei dovuto prendere la tessera di un partito, o di un sindacato, e non volevo farlo". Nel 1976 D’Erasmo lascia il posto sicuro per arrivare in Aib come semplice funzionario in prova. Ma un anno e mezzo dopo è già dirigente. E successivamente capo del sindacale, vicedirettore e direttore. Incarico, quest’ultimo, che ricopre dal 1993 al 2005, in concomitanza con diversi ruoli di responsabilità in Confindustria (Comitato rapporti sindacali, Comitato strategico, Comitato per l’Organizzazione). Segue in prima persona la corsa alla presidenza di Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo prima, e di Emma Marcegaglia poi (di quest’ultima è stato consigliere per un anno, prima della “diversificazione” delle opinioni e della conseguente separazione). Con la fine del mandato di Aldo Bonomi, D’Erasmo si dedica alla consulenza (“per fare cose che non ho mai fatto prima, che non so fare”, sottolinea con un pizzico di civetteria) finché lascia la Leonessa per seguire i problemi di un imprenditore amico in Bosnia. Qui si convince della necessità di una organizzazione che rappresenti le imprese italiane e fonda Confindustria Bosnia Erzegovina, diventandone il primo presidente. Allarga la sua sfera di interesse nei Balcani, ed entra a far parte del Comitato di presidenza della neonata Confindustria Balcani, che raggruppa anche Bulgaria, Romania, Serbia, Macedonia e Moldavia, e sta per allargarsi a Croazia, Slovenia e Albania. E il suo è certamente un punto di vista privilegiato sull’economia e sullo stato di salute della Leonessa.

D – Sta meglio la Bosnia o Brescia?
R – Il paragone è improponibile, per la storia e le condizioni oggettive dei due paesi, nonché per le dimensioni. Ma la forbice è destinata a stringersi, sia pure con gradualità. Nei primi anni di questo secolo, Aib presentò, sotto la presidenza di Aldo Bonomi, uno studio sul rischio del declino di Brescia. Ne scaturirono critiche a valanga, spesso senza motivazioni. Allo stesso modo, quando – nel 2005 – mi congedai da Aib scrissi che, senza interventi significativi della politica, le prospettive rischiavano di essere raggelanti. Oggi quegli allarmi si stanno rivelando tragicamente veri. Gli altri crescono e noi perdiamo posizioni, questa è la realtà.

D – Cosa potremmo imparare dai bosniaci?
R – Credo che Brescia abbia più da imparare dalla sua storia. Anzi: potrebbe insegnare a molti. E’ necessario però che la Leonessa torni alle sue radici, fatte di operosità, professionalità, ingegno e ciminiere fumanti.

D – Sta dicendo che la soluzione per uscire dalla crisi è nel ritorno al passato?
R – Difficile dare ricette, ma “ritorno al passato” suona male. Preferisco dire “avanti verso il futuro, forti del passato e del nostro sapere”. Ma mi pare necessario mettere da parte le illusioni finanziarie – le moltiplicazioni dei pani e dei pesci – per tornare a tutto ciò che crea ricchezza. Quella vera, effettiva, che crea anche occupazione e dà prospettive ai giovani.

D – Una delle critiche che qualcuno rivolge agli imprenditori bresciani è di aver contato troppo poco nelle scelte decisive per il territorio. E d’accordo? Pensa che in qualche modo c’entrino le storiche divisioni tra le diverse associazioni di rappresentanza?
R – Non sono d’accordo. Il mondo imprenditoriale della Leonessa ha pesato parecchio su scelte determinanti come il termovalorizzatore, il metrobus o l’aeroporto: quello bresciano, intendo, non quello dei veronesi. Mi rendo conto, però, che parliamo di fatti ormai datati. Oggi la situazione è mutata, e lo dico con rammarico, perché credo che una presenza più stimolante del mondo imprenditoriale bresciano sarebbe importante per rilanciare un territorio che ha ancora enormi potenzialità. Quanto alle divisioni, le ho sempre ritenute un fatto negativo, che però non hanno impedito la crescita. Le differenziazioni, tra l’altro, sono anche uno stimolo, ed in questo senso hanno una loro positività: l’unità raggiunta sul nulla o sul poco non serve a nessuno.

D – Piccola velocità, fiera, aeroporto, museo dell’industria, Csmt, autostrada della Valtrompia. Non crede che la provincia di Brescia sia disseminata di grandi incompiute e che in qualche modo anche gli industriali abbiano la loro parte?
R – La piccola velocità, in effetti, è un’incompiuta e purtroppo pare destinata a rimanere tale. Le fiere necessitano di un urgentissimo ripensamento, perché il concetto stesso è un po’ sorpassato e la contesa di due realtà sullo stesso territorio è paradossale. L’aeroporto è un’occasione ormai compromessa, che si potrebbe ancora sfruttare se ci fosse uno scatto di reni, anche sul versante istituzionale. Sul museo dell’industria ho sempre avuto grosse perplessità, perché sono convinto che ogni iniziativa debba avere una realistica possibilità di autofinanziamento, e non la vedo. Ancora: il Csmt dimostra oggi la fondatezza dei forti dubbi che qualcuno aveva manifestato alla nascita: di quel suono di trombe, ormai, si sono persi perfino gli echi. Quanto alla Valtrompia, questo territorio continua a permanere nel suo stato di isolamento. L’unica realtà che, sia pure con molto ritardo, sta vedendo la luce è Brebemi.

D – Cosa non ha funzionato?
R – Difficile indicare una singola causa. A mio giudizio il sistema Brescia – le istituzioni, la politica e le parti sociali nel loro complesso – non hanno dimostrato grandi capacità nell’immaginare il futuro. La politica è diventata sempre più “romano centrica”. E la Leonessa non ha saputo giocare un ruolo in questa nuova ripartizione dei poteri.

D – Come si esce da questa situazione?
R – E’ necessario innanzitutto che la politica, a Brescia come a Roma, si apra alle competenze. Abbandonando un sistema di conventicole per cui l’appartenenza è un titolo che va oltre le capacità, la professionalità e la cultura. Vedremo presto se ci saranno ripensamenti positivi, con i rinnovi delle cariche in A2A.

D – A Brescia sono spuntati tavoli di tutti i tipi. Sono serviti davvero a qualcosa?
R – In effetti questi ultimi anni sono stati caratterizzati da un fiorire continuo di tavoli, alcuni anche autorevoli. Ma della maggior parte si è avuta notizia soltanto all’atto della costituzione. Speriamo che il silenzio derivi da positiva riservatezza, ma il tempo passa, e non si vede nulla. E cresce la sensazione dell’inutilità.

D – Prima abbiamo accennato all’aeroporto di Montichiari. Da tempo il mondo produttivo è impegnato nella partita con Abem, che ora punta alla subconcessione. Che ne pensa?
R – L’ultima proposta di Abem mi sembra un ritorno al passato, non un passo verso il futuro. A novembre 2005 era pronto un documento riservato di nove pagine, che delineava una ripartizione delle aree di operatività tra gli aeroporti di Montichiari, Bergamo e Verona. Per il D’Annunzio la strada tracciata era quella del cargo, mantenendo però una significativa presenza di passeggeri (l’obiettivo era indicato in 1.5-2 milioni). Purtroppo il piano non si realizzò per l’opposizione di Bergamo, prima favorevole quando Verona era contraria. In questo gioco delle parti, Brescia assunse l’iniziativa di candidarsi alla gestione autonoma dell’aeroporto e venne costituita Abem, che lottò strenuamente per ottenere la concessione. Poi cambiarono i protagonisti ed i nuovi scelsero la via del dialogo con Verona: con l’intesa ogni giorno più vicina negli annunci e poi sempre più lontana. Nemmeno quando gli scaligeri ci scipparono il volo per Londra di Ryanair, l’ultimo rimasto a Montichiari, abbiamo cambiato rotta. In questo modo, però, abbiamo perso sette anni e la concessione, che è stata assegnata a Verona, per quasi mezzo secolo. Oggi lottiamo soltanto per la subconcessione, oltretutto vincolata al pagamento di un affitto a Verona e al probabile accollo di una parte dei debiti. Ritengo sia difficile, tra l’altro, che un aeroporto possa avere i conti in ordine soltanto con le merci. Basti pensare che a Bergamo le maggiori entrate derivano dai parcheggi.

D – Ce la farà il D’Annunzio?
R – Con il cuore dico di sì. Con la ragione forse. Ma di certo la soluzione costerà lacrime e sangue. Serviranno competenze, spiriti liberi, impegno e ovviamente risorse.

D – La crisi batte su tutti. Ci sono queste risorse?
R – Oggi sul tavolo ne vedo ben poche. E purtroppo non basta l’entusiasmo di Franco Bettoni, che tra l’altro fu l’ultimo ad arrendersi sulla rinuncia alla rivendicazione della concessione diretta di Montichiari ai bresciani.

D – Se non ci sono nemmeno le risorse il rischio della chiusura è reale.
R – Non lo dico io. Dagli atti del ministero risulta già che Montichiari non è più un aeroporto strategico e si colloca in fondo alla graduatoria degli scali italiani. Il vero errore strategico, comunque, i bresciani lo compirono quando a Brescia fu offerta la possibilità di trasformare l’aeroporto militare in civile. Erano gli anni Settanta. Orio e la Catullo non esistevano ancora. E chi doveva decidere per la Leonessa preferì l’università all’aeroporto.

D – Sta dicendo che lei avrebbe scelto l’aeroporto?
R – L’aeroporto è un’infrastruttura estremamente complessa. Più dell’università. Scegliere di puntare sullo scalo non avrebbe significato rinunciare per sempre all’ateneo, che credo sarebbe comunque arrivato qualche anno più tardi. Oggi l’aeroporto di Orio vale l’8 per cento del Pil bergamasco, 8 milioni di passeggeri e 25.000 posti di lavoro. Verona cresce a vista d’occhio con i low cost, i charter, ma anche con i voli di linea tradizionali (sia con il volo per Roma, sia con quelli per Francoforte e Monaco, importantissimo feedering per Lufthansa). Noi invece abbiamo due università e una carenza spaventosa di infrastrutture. Comprese quelle immateriali, a cominciare dalla banda larga.

D – In tutto ciò il quadro politico non sembra avere aiutato. Come vede la situazione di Brescia?
R – Francamente non credo che la Leonessa si differenzi dal resto del Paese. La politica è vista sempre più come l’origine di molti mali, e la disaffezione è un brutto segnale, che meriterebbe maggiore attenzione. Per il futuro non vedo per Brescia nulla in grado di sopperire al disastro della ex Asm. I bresciani hanno portato in dote la loro ricca azienda ai milanesi di Aem, allora gravata da pesanti debiti, e hanno ottenuto in cambio la presidenza del Consiglio di sorveglianza. Ma sorvegliare è cosa ben diversa dal gestire: chi sorveglia controlla ex post quello che hanno fatto gli altri, se questi glielo consentono. E’ triste che i cittadini oggi siano chiamati a pagare l’Addizionale Irpef perché i soldi di Asm non ci sono più e la metro si è rivelata un costo ben maggiore di quello preventivato.

D – Ma come si esce dall’impasse?
R – Il cambio degli organismi dirigenti è senza dubbio un’occasione. Ma se si continueranno a nominare uomini per il solo fatto che hanno una tessera in tasca non si andrà molto lontano. Bisogna cambiare velocemente rotta e scegliere le persone più adatte per professionalità e competenze. Avere la forza di leccarsi le ferite per non celebrare il proprio fallimento costituirebbe un gesto di intelligenza politica.

D – La fusione è stata una scelta della precedente amministrazione. E’ più critico con Corsini che con Paroli?
R – A Corsini rimprovero le Lam. Non certo la metro o il termovalorizzatore, che sono stati un gesto di lungimiranza. Anche dar vita a una grande multiutility come A2A poteva costituire un disegno illuminato, ma la realizzazione è stata da dilettanti, specie nella prima fase, ed i volponi di Milano ne hanno approfittato. La metro è stata un’intuizione di cui credo i bresciani apprezzeranno la validità, certamente nei tempi lunghi, come spesso avviene con i grandi progetti. Ovviamente, è necessario che cresca e diventi un servizio realmente fruibile da parte di abitanti della città e dell’hinterland, ma gli sforzi – che oggi sembrano eccessivi – secondo me verranno ripagati. Mi spiace solo che anche a Brescia non si sia stati in grado di quantificare per tempo i costi in modo da permettere un’adeguata programmazione finanziaria.

D – A Paroli cosa rimprovera?
R – La lontananza. A Brescia c’è stato poco, ed i bresciani hanno ragione di lamentarsene, perché lo avevano votato affinché facesse lui il sindaco. Sono convinto che se avesse scelto la Leonessa invece di Roma avrebbe potuto dare un contributo molto più significativo alla città. Ma gli riconosco il merito di aver salvato Omb, nonostante l’opposizione di molti, industriali compresi.

D – Cosa le piace meno tra le opere programmate dalla Loggia?
R – Il parcheggio sotto il Castello. Mi pare che quest’opera riscontri il favore di un’esigua minoranza dei bresciani, l’otto per cento. E nel frattempo Fossa Bagni rimane vuoto. Mi chiedo a chi serva veramente il parcheggio sotto il castello, e non trovo buone risposte. Inoltre credo che il parcheggio si concili poco con le esigenze che è chiamata a soddisfare la metropolitana.

D – Paroli, a dicembre, ha lanciato la provocazione di trasformare Canton Mombello in un hotel a cinque stelle in cambio di un nuovo carcere. Che ne pensa?
R – Si tratta di una provocazione positiva. Ma credo che l’hotel di lusso non sia al primo posto delle opzioni realizzabili. Mi sforzerei di pensare a soluzioni più interessanti per Brescia, per i bresciani. Lo stesso discorso vale per le ex caserme, che oggi sono destinate a parcheggio o poco più. Brescia sa pensare solo a questo per valorizzare un patrimonio immobiliare senza confronti?

D – Sta dicendo che la politica deve tornare a mettere in campo anche la fantasia?
R – Deve tornare a svolgere il suo compito seriamente, perché il Paese ne ha bisogno. L’antipolitica sta montando rapidamente, anche nei confronti dell’ormai ex opposizione, e la sconfitta di Rita Borsellino alle primarie di Palermo ne è soltanto l’ultimo segnale. Quella non è stata una sconfitta della Borsellino, ma del Pd, dell’Idv e di Sel e di tutti quei partiti che continuano a paracadutare candidati dall’alto, chiudendo le porte alle forze nuove che potrebbero dare un contributo importante alla società.

D – Questa classe politica è in grado di farlo?
R – Oggi non mi pare: la casta protegge se stessa chiudendosi al mondo esterno. Ma l’innovazione è indispensabile, perché questo sistema ha un effetto centrifugo sugli intelletti che potrebbero mettersi al servizio del Paese.

D – Partendo da considerazioni simili alla sua, autorevoli esponenti della cosiddetta società civile – come l’ex presidente di Api Flavio Pasotti – hanno deciso di scendere in campo. Lei è pronto a fare lo stesso?
R – Apprezzo la scelta coraggiosa di Pasotti. Ma non credo che iniziative come queste bastino a cambiare i destini di Brescia. Bisogna spalancare porte e finestre perché il vento nuovo possa entrare impetuoso nel sistema. Servono gruppi e assemblee con facce completamente diverse rispetto alle attuali. E’ l’intero Paese che deve dare il segno del cambiamento. Se anche i deputati diventassero 520 al posto di 630 e i senatori 250 invece di 315 rimarrebbero comunque il doppio di quelli del Congresso americano. Questo non è cambiamento, ma ipocrisia. Spero comunque che l’iniziativa Pasotti possa essere da stimolo per una svolta, più completa, più significativa. Che salverebbe anche la Politica e la Democrazia, quelle con la maiuscola. Ma il “porcellum” è ancora lì: nessuno ne parla, la casta preferisce evidentemente la nomina al voto, e questo ipoteca pesantemente il futuro.

D – Immagini di essere sindaco di Brescia con pieni poteri. Quale sarebbe la sua prima azione?
R – Una sola? Con questa marea di problemi? Chiamerei a raccolta le persone che stimo di più per intelligenza, professionalità, cultura, onestà ed amore per Brescia. Ne farei un gruppo di analisi, di elaborazione di strategie e di progetti, nell’ambito di una scala di priorità sulla quale chiederei l’espressione del consenso dei cittadini, ai quali darei personalmente un rendiconto periodico. Ma per fortuna, mia ma soprattutto di molti altri, non farò mai il Sindaco di Brescia.

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  1. Intervista fiume, ma ci sono parecchi spunti interessanti: sbaglio o è un altro che boccia sonoramente Paroli? Uno dei tanti dico…

  2. Questo articolo,fatto di risposte intelligenti ad altrettante domande,me lo salvo nella cartella pc "documenti&quot ;.Devo leggerlo,e rileggerlo,poich&egr ave; all’apparenza trovo molti riscontri ,purtroppo,nella reale situazione del "sistema Brescia",ma più lo leggo,e più mi dò una ragione delle "ragioni "che mi chiedevo riguardo alle inettitudini dei vari contesti Bresciani(politici,c attolici,laici,istit uzionali, quel "retaggio storico culturale",quel comportamento a mio avviso lontano dalla naturale inclinazione della comunità Bresciana ad affrontare senza coraggio,lungimiranz a e decisione certe soluzioni degne di una comunità storicamente all’avanguardia.Mor tificante il "peso della leggerezza politica"locale ,umiliante la dis-continua presenza di iniziative culturali,per i cittadini,non per l’incremento di esercenti….A proposito dell’aereoporto,io, da semplice cittadino,a questo ed altri riguardi,ho sempre visto Brescia in affanno in decisioni nelle quali doveva stare con un piede in Lombardia,con l’altro in Veneto..e mentre decideva gli altri gli toglievano le scarpe.Daltronde…, una città di confine,sarà sempre conflittuale l’identità storica con tutto ciò che ne consegue.L’impressi one è di stare nella periferia Lombarda,Veneta,tren tina.Periferia.Vorre i tanto che qualcuno mi replicasse.
    In ogni caso questo articolo è un pregevole servizio a chi lo legge,specie ai diretti interessati,grazie Tortelli,grazie D’Erasmo!

  3. D’Erasmo é persona intelligente e fa ragionamenti da persona intelligente anche se con la memoria "corta"per un tempo lunghissimo é stato consgliori ascoltato di tanti personaggi bresciani imprenditori iscritti a AIB e ha lasciato un associazione svuotata e ormai inutile repilcante di se stessa.Nell’intervi sta si pone come il Monti bresciano ma con ricette consunte pari alle sue conclusioni.

  4. Calma. L’intervista sa molto di ingenuo ponte politico-preelettora le. Riflessioni puntuali e corrette, ma si tratta di un insieme di pur condivisibili "ovviomi", che non tengono conto di una storica affermazione dello scrittore Aldo Busi: "Cosa può cambiare a Brescia, una città che da sempre è stata ed è governata da tre famiglie…con due cognomi". Già, proprio così, alla faccia della poltica, del consenso e degli elettori. Non siamo a Milano, a Napoli, a Genova o Palermo: questa è la città del gattopardismo.

  5. Come ex autorevole ed ascoltato dirigente dell’AIB un minimo di autocritica no? e si che non c’è stato un solo fallimento tra quelli da lui elencati che non porti anche il suo marchio.

  6. La mia sensazione,sembrer&a grave; sciocco,è che,da un lungo periodo, siamo orfani,di Persone,non personaggi,Persone,c ome i Tovini,i Montini,i Bazoli,i Marcolini,i Piamarta,i Martinazzoli,e di tanti altri che ora non riesco a menzionare,sembra anacronismo,ma chi ci segue,ora,chi e che strada ci indicano?nella patria di Giussani assistiamo alla sua negazione.C’&egrave ; un fermento dentro ciascuno di noi,un’aspettativa, qualcosa che ci lega al passato che ha fatto di Brescia un laboratorio silenzioso,laico e cattolico al servizio della collettività. Etica,nient’altro.S e c’è batta un colpo.
    SAREBBE ALTRETTANTO RENDERE SERVIZIO UTILE,A QUESTO SITO ED AI LETTORI,CHE ,DA SEMPLICE COMMENTO SI TRASFORMASSE IN DIBATTITO,CON POSSIBILITà DI REPLICA E CONFRONTO,A PARTIRE DAL Sig.D’Erasmo.Grazie !!!

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