E’ morto Luigi Lucchini, ex presidente di Confindustria, re dell’acciaio e del tondino

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E’ morto Luigi Lucchini, imprenditore bresciano tra i più noti, importanti e stimanti d’Italia. Nato a Casto (Brescia) il 21 gennaio 1919. Lucchini ha guidato Confindustria, Montedison, Comit, patto di sindacato di Hdp, Rcs MediaGroup etc. “I soldi spesi per far fallire uno sciopero sono i soldi meglio spesi”, amava commentare il re dell’acciaio.
Figlio di Giuseppe, fabbro del paese e di Rosina Freddi, che gestiva un’osteria, Lucchini è davvero stato il simbolo del “self made man” lombardo. Nonostante il diploma da maestro elementare, in lui sceglie di seguire le orme del padre trasformando la bottega nella prima acciaieria di Casto e costruendo su questa le basi della sua fortuna. Come ricordano Giorgio Dell’Arti e Massimo Parrini
nel Catalogo dei viventi 2009, “Nel giro di qualche decennio è tra i grandi dell’industria italiana, con fabbriche, non solo in Italia, che sfornano laminati di acciaio pregiati. Il ruolo di industriale solido e concreto e anche quello di uomo duro con i sindacati, memorabile lo scontro in una delle sue aziende, la Eredi Gnutti, nel quale affronta dodici mesi filati di sciopero prima di spuntarla, lo porta nell’84 alla guida della Confindustria, dove resta fino all’88”.
Sempre nel Catalogo si legge: “Agli inizi degli anni Settanta Luigi Lucchini, Gino per gli amici, era soltanto un signore immensamente ricco (già allora) che abitava in provincia, a Brescia. Per trovarlo era inutile andare in giro per i salotti buoni milanesi. Nessuno lo conosceva e pochi sapevano persino della sua esistenza. Tranne il gioielliere Bulgari. Ogni tanto Gino gli telefonava e con la sua aria un po’ distratta e impastata di bresciano gli diceva: “Che cosa fa domenica?”. E, ovviamente, Bulgari rispondeva: “Ma passo da Brescia e vengo a trovarla”. Arrivava con le sue borse piene di stupendi gioielli, incassava l’assegno e se ne andava. La signora Lucchini era un po’ più felice. E Gino anche: un’altra domenica, un’altra giornata non-di-lavoro se n’era finalmente andata. A Brescia era il re del tondino, e tutti sapevano che era il più ricco di tutti. Ma se ne stava in provincia, nella sua villetta all’incrocio fra due strade (niente palazzo gentilizio, per carità)”. Poi il brutto rapimento del figlio Giuseppe (che più tardi prenderà il suo posto in azienda). “Gino aveva trattato personalmente il riscatto con i rapitori – si legge nel Catalogo – Ed era molto soddisfatto per come erano andate le cose. Il figlio era tornato a casa e lui aveva risparmiato rispetto alle richieste iniziali. Se l’era cavata con cinque miliardi (di allora)”.

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