Tav, Brescia fa appello al ministero: no alle cave di prestito

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Il caso Tav torna alla ribalta della cronaca, non solo locale, per i lavori in Provincia di Brescia. Ma il rischio che si apra una guerra di ricorsi e controricorsi (e che, quindi, la Treviglio-Verona subisca un rallentamento da parte della magistratura) appare un po’ più lontano dopo la riunione del tavolo prefettizio del 21 ottobre, in cui Governo, Regione, Comuni, imprenditori e produttori vitivinicoli del Garda hanno cercato di trovare una soluzione condivisa per mitigare l’impatto dell’opera (i cui lavori dovrebbero partire a inizio 2015 tra Calcinato, Lonato e Peschiera) in particolare sulla questione ambiti estrattivi (di cui si parlerà oggi in un nuovo incontro).

La soluzione al problema passa tutta da poche righe di comunicato stampa diffuso il 22 ottobre dalla prefettura: “In riferimento alle prospettate preoccupazioni concernenti la realizzazione di nuove cave si conferma la disponibilità a verificare con gli enti preposti la possibilità di usare cave esistenti, nel rispetto delle prescrizioni impartite dal Cipe relative alla necessità di minimizzare i transiti di mezzi pesanti e di non alterare le condizioni di mercato”.

A far discutere sono le sei nuove cave di prestito annunciate dal consorzio Cepav Due per raccogliere gli 11 milioni di metri cubi di materiali necessari a realizzare l’infrastruttura. Della cordata di imprese guidate da Saipem-Eni con il 52 per cento, fanno parte anche Impresa Pizzarotti, Società italiana per condotte d’acqua di Roma e (con il 12 per cento) la Giuseppe Maltauro di Vicenza, già commissariata nell’ambito delle indagini su Expo. Un sodalizio a trazione pubblica, finito sotto “accusa” da parte di ambientalisti e cavatori – per una volta uniti –  a causa della volontà di procedere in deroga rispetto alle normative regionali, trascurando le ricadute sul territorio e anche eventuali opportunità di risparmio.

Con una nota, infatti, Daniela Grandi – presidente settore Industrie estrattive dell’associazione industriali di Brescia – aveva definito “sconcertante che la Cepav Due programmi l’apertura di nuove cave, usufruendo del salvacondotto ministeriale, senza tenere in minimo conto le risorse già presenti nel territorio”. La legge regionale, infatti, chiarisce che le cave di prestito possono essere attivate solo in subordine “alla non possibilità di utilizzare materiale in commercio”. Mentre gli ambiti estrattivi annunciati da Cepav sarebbero attivati proprio nelle vicinanze di “cave già attive e momentaneamente sottoutilizzate a causa delle crisi edilizia”. Con un “pesante danno ambientale”, oltre che economico.

Alla luce di queste ragioni Aib ha chiesto “l’apertura di un tavolo di confronto per verificare le nostre proposte”. Una trattativa che potrebbe portare a una gara pubblica per la fornitura dei materiali o almeno alla richiesta di qualche preventivo. Sul fronte economico, infatti, spicca anche l’offerta degli acciaieri bresciani – in particolare dell’Alfa Acciai, con un’intervista di Ettore Lonati – che hanno proposto al consorzio materiali come il Sinstone: inerti certificati, derivanti da scorie di fusione, il cui costo è meno della metà degli attuali prezzi di mercato della ghiaia. Una soluzione già utilizzata in diverse infrastrutture che agli evidenti benefici economici unirebbe anche quelli ambientali. E su questo Cepav Due, in quanto realtà guidata dal pubblico, difficilmente potrà chiudere entrambi gli occhi.

Il caso, oltretutto, è già arrivato nelle istituzioni. In consiglio regionale è stata discussa a metà ottobre l’interrogazione sulla questione all’assessore alle Infrastrutture e alla Mobilità Alberto Cavalli. Sia il vicecapogruppo leghista Fabio Rolfi (primo firmatario del documento), sia Gianantonio Girelli (Pd), infatti, si sono schierati pubblicamente contro l’apertura di nuove cave di prestito. E pochi giorni dopo è arrivato il voto quasi unanime sulla mozione di Girelli, che proponeva una proroga per le osservazioni dei comuni e di trasferire in Lombardia (da Roma) la successiva conferenza dei servizi. “Durante la discussione”, ha sottolineato l’esponente del Pd, “abbiamo anche esposto la nostra contrarietà, condivisa da molti, alla realizzazione di sei nuove cave di prestito, quando è noto che il piano cave provinciale è in grado di rispondere alle necessità dei cantieri dell’opera."

E subito dopo la questione è arrivata a Roma, ancora per mano del Pd. “L’ipotesi di aprire sei nuove cave nel bresciano di estrazione di ghiaia per la massicciata della Tav ci sembra profondamente sbagliata”, hanno sottolineato i parlamentari bresciani Miriam Cominelli e Guido Galperti, “sia per ragioni economiche che per le evidenti ripercussioni ambientali. Abbiamo quindi presentato un’interrogazione al ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi per chiedere un immediato passo indietro su un’ipotesi del tutto insensata per il nostro territorio”.

Insomma: il no alle cave di prestito, a Brescia, è davvero bipartisan e unisce destra e sinistra, oltre che ambientalisti e cavatori.

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