Economia bresciana, crescono manifatturiero, costruzioni e attività finanziarie

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Il rapporto – elaborato dal Centro Studi dell’Associazione Industriale Bresciana – contiene l’analisi delle trasformazioni che hanno interessato il sistema economico bresciano nel decennio tra i due Censimenti ISTAT del 2001 e del 2011. E’ stato realizzato in seguito alla diffusione, nei mesi scorsi, dei dati del 9° Censimento generale dell’Industria e dei Servizi, effettuato dall’ISTAT nell’ottobre del 2011. Oltre al confronto tra i due Censimenti, contiene anche un’analisi più dettagliata che riguarda due sotto-periodi (2001-2008) e (2009-2011), in modo da poter meglio individuare le conseguenze della crisi finanziaria internazionale sugli assetti produttivi e occupazionali.

In termini di addetti, nel confronto con i dati nazionali, la quota provinciale bresciana è rimasta costante nel decennio (2,6%), senza subire variazioni nemmeno per effetto della crisi. Dal punto di vista settoriale, è cresciuta l’importanza relativa del manifatturiero, delle costruzioni, delle attività finanziarie e assicurative. C’è stato un arretramento dei settori dell’attività estrattiva e del trasporto e magazzinaggio; sono rimasti sostanzialmente stabili gli altri (multiutility, commercio, alloggio e ristorazione, informazione e comunicazione, altre attività di servizi alle imprese, attività di servizi sociali e alle persone). La quota degli addetti del manifatturiero sul totale nazionale è cresciuta dal 3,6% al 3,9%, con una progressione lieve ma costante anche durante gli anni della crisi (3,7% nel 2008). All’interno del manifatturiero, il comparto bresciano più rappresentativo in ambito nazionale è la metallurgia. Seguono: prodotti in metallo, macchinari ed apparecchiature, articoli in gomma e materie plastiche.

Rispetto alla Lombardia, la quota bresciana complessiva degli addetti è risultata in espansione: dal 12,0% al 12,6%, con un picco del 13,8% nel 2008. Tra i settori produttivi, è diminuita l’importanza relativa di: attività estrattiva, attività manifatturiere, trasporto e magazzinaggio, informazione e comunicazione. Per tutti gli altri settori, invece, le quote sono risultate in crescita, con performance particolarmente brillanti per: alloggio e ristorazione, altre attività di servizi alle imprese, attività di servizi sociali e alle persone. Nel manifatturiero, un peso crescente della provincia in ambito regionale si rileva per: alimentare; chimico-farmaceutico; apparecchi elettrici, elettronici, elettromedicali e di misurazione; altre industrie manifatturiere. Le quote di tutti gli altri comparti risultano in contrazione, con variazioni più significative per: sistema moda; legno e mobili; metallurgia; prodotti in metallo; mezzi di trasporto.

Evidente è il processo di terziarizzazione che ha coinvolto sia la provincia di Brescia che la Lombardia e l’Italia. Il peso del manifatturiero bresciano si è ridotto dal 42,9% del 2001 al 35,4% del 2011, secondo una tendenza iniziata già negli anni ’70 e proseguita nel tempo. Quello della Lombardia è passato dal 35,4% al 27,2% e quello dell’Italia dal 30,8% al 23,7%. Il processo di deindustrializzazione è stato, nel complesso, della stessa entità per tutte e tre le aree geografiche: questo fa sì che la provincia di Brescia, partendo da livelli più elevati, continui ad essere mediamente più industrializzata

Nonostante andamenti settoriali differenti nel decennio, complessivamente, la metallurgia e la meccanica bresciana occupano il 55,9% degli addetti totali del manifatturiero, contro il 38,7% della Lombardia e il 33,1% dell’Italia. Questo dato conferisce una forte specializzazione produttiva alla provincia, che si caratterizza come una delle più industrializzate d’Italia. D’altra parte, risultano più deboli rispetto alla media regionale e nazionale i comparti: alimentare, legno e mobili, chimico-farmaceutico.

Per quanto riguarda la dinamica degli addetti, con riferimento al totale delle attività economiche, la crescita in provincia di Brescia nel periodo 2001-2011, pari al 4,3%, è stata relativamente superiore a quanto registrato in Lombardia (+3,5%) e di poco inferiore alla performance italiana (+4,8%). Negli anni successivi al 2008, Brescia ha maggiormente sofferto: gli organici sono diminuiti del 9,1%, rispetto a flessioni più contenute in ambito regionale e nazionale (rispettivamente -6,9% e -8,5%). La crisi ha quindi avuto un significativo impatto sull’economia bresciana, superiore, in termini assoluti, a quanto avvenuto a livello lombardo e italiano.

Nel decennio intercensuario, le unità locali a Brescia sono aumentate dell’11,5%: la crescita è stata più sostenuta nel periodo tra il 2001 e il 2008 (+14,4%), mentre nel triennio successivo le unità locali sono diminuite del 2,5%. Per gli addetti, la dinamica mette in evidenza una crescita complessiva del 4,3% (dai 406.637 ai 424.297 addetti). Dall’analisi dei due sotto-periodi risulta, tuttavia, che gli addetti sono aumentati significativamente tra il 2001 e il 2008 (+14,8%), mentre sono diminuiti in maniera altrettanto rilevante tra il 2008 e il 2011 (-9,1%). Nel complesso, il sistema Brescia ha sostanzialmente “tenuto” nella fase più acuta della crisi (2009), sia in termini di unità locali che di addetti, e ha raggiunto, a fine periodo (2011), un livello produttivo e occupazionale superiore a quello di partenza.

A livello territoriale, nel decennio vengono confermate alcune tendenze già in atto nel periodo precedente. In primo luogo, quella della progressiva redistribuzione delle attività economiche dal Capoluogo e da alcune zone limitrofe, dove erano prevalentemente concentrate a partire dagli anni Cinquanta, alle zone periferiche della provincia. In secondo luogo, la tendenza alla progressiva deindustrializzazione delle aree di montagna, tradizionali “officine” dell’operosità locale (Alta Val Trompia, Alta Val Sabbia, Montagna della media Val Trompia), a favore della pianura sottostante e in particolare di tutta la fascia adiacente le grandi vie di traffico sulla direttrice Milano-Venezia (pianura bresciana occidentale, pianura bresciana centrale, pianura bresciana orientale).

A ciò si aggiunge un’ulteriore tendenza specifica. Come effetto del maggior peso relativo acquisito dai servizi sul totale della struttura produttiva, hanno assunto più importanza rispetto al passato alcune zone della provincia, prevalentemente legate alle attività dei servizi di alloggio e ristorazione e all’edilizia turistica, e collocate geograficamente nelle zone adiacenti il lago di Garda e il lago d’Iseo e nell’Alta Val Camonica.

Per quanto riguarda il solo manifatturiero, la performance del decennio è negativa. La base produttiva si è ridotta di quasi 3.000 unità (-6,2%) e, in termini occupazionali, si sono persi oltre 24.000 posti di lavoro (-13,8%). La quota del settore sul totale è passata dal 42,9% al 35,4%, perdendo 7,5 punti percentuali. Il ridimensionamento è stato più pesante nel triennio successivo alla crisi (-9,0%, la riduzione delle unità locali e -8,6% quella degli addetti), ma anche nei sette anni precedenti era già visibile una tendenza al ripiegamento del settore (-7,9% il calo delle unità locali e -5,6% quello degli addetti), interessato, tra l’altro, da rilevanti processi di delocalizzazione.

Non tutti i comparti hanno reagito nello stesso modo. In termini occupazionali, quelli che hanno registrato una dinamica positiva, o quantomeno stabile, sono: alimentare, chimico-farmaceutico, articoli in gomma e materie plastiche, apparecchi elettrici, elettronici, elettromedicali e di misurazione. Viceversa: sistema moda, legno e mobili, carta e stampa, minerali non metalliferi, metallurgia, fabbricazione di prodotti in metallo, macchinari ed apparecchiature, mezzi di trasporto hanno registrato una dinamica occupazionale negativa.

Nell’ultima sezione del rapporto, per ogni singola regione agraria del territorio provinciale vengono analizzate le dinamiche delle unità locali e degli addetti, sia per l’intera economia, che per i 13 comparti del manifatturiero.

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