Discriminazioni di genere, Pd: famiglia tradizionale in pericolo? L’amore non si discrimina

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Con una lettera aperta il responsabile del Dipartimento Diritti Civili del Pd di Brescia, Michele Cotti Cottini, commenta la decisione di alcune associazioni bresciane di raccogliere le firme contro l’adesione del Comune di Brescia al progetto Ready che si batte per annullare le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.

DI SEGUITO IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA:

Davvero le famiglie bresciane sono in pericolo? Davvero c’è la necessità di raccogliere firme contro l’adesione del Comune di Brescia alla rete degli enti locali contro le discriminazioni per orientamento sessuale ed identità di genere?

Da quasi un anno rivesto il ruolo di responsabile del Dipartimento Diritti Civili del Pd bresciano. In questi mesi ho partecipato a diverse iniziative promosse sul nostro territorio dalle associazioni che si battono contro l’omofobia e per il riconoscimento delle coppie omosessuali. Mai ho avuto la sensazione che dovessi mettere in allerta i miei familiari e le coppie di amici: mai ho sentito minacciata la mia famiglia, né le loro. Mai ho udito discorsi volti ad impedire a mia sorella di essere mamma della sua bella bambina e al suo compagno di esserne il papà. Mai ho avuto paura che l’educazione che riceverà la mia nipotina sarà un indottrinamento sottomesso alla fantomatica ideologia gender, fissazione che, a quanto pare, turba invece il sonno di qualcuno in città.

In questi mesi ho piuttosto ascoltato coppie omosessuali interrogarsi preoccupate sul proprio futuro, anche in relazione alla possibile fine del loro rapporto d’amore, e mi sono reso conto che scioccamente non mi ero mai fermato a pensare ai problemi che possono emergere quando due gay e due lesbiche cessano la loro convivenza. Mi sono sempre battuto per il diritto delle coppie omosessuali a vedere riconosciuto il valore della loro unione, senza capire che nelle loro rivendicazioni non c’è solo il desiderio di uscire dal buio, ma anche un’intrinseca voglia di responsabilità: la consapevolezza che sia giusto assumere doveri – oltre che diritti – nei confronti della persona amata.

In questi mesi non ho provato paura, semmai imbarazzo e vergogna per gli estenuanti ritardi e rinvii con cui la politica – anche il mio partito – ha troppe volte liquidato il tema, magari adducendo che ben altre sono le priorità. Ho provato imbarazzo e vergogna soprattutto nei confronti di quegli amici gay di cui conosco le difficoltà di percorso, sul piano personale, familiare, lavorativo: persone, non macchiette, non stereotipi; persone che meritano una società accogliente che non li faccia sentire fuori posto, o, peggio, “deviati” da tollerare o “malati” da recuperare.

Ricordo che ad un’iniziativa pubblica ricordo avevo seduta di fronte a me una coppia di lesbiche con in braccio le loro due bambine: non ho provato paura, forse un po’ di smarrimento. E tenerezza. E sorpresa. Nel rilevare come, anche a Brescia, piaccia o no, pur nell’immobilismo della legislazione nazionale, la società si evolve. Mentre la politica ancora si accapiglia su come adeguare le nostre leggi agli altri Paesi europei, rispondendo alle sollecitazioni della Corte Costituzionale in materia di unioni di fatto, nuovi bisogni emergono ed emergeranno. Come il bisogno di quelle due bambine di vivere una vita serena, garantita dall’affetto delle persone che le stanno crescendo.

Non vedo come una risposta positiva a tale bisogno possa mettere in pericolo mia nipote e tutti gli altri bimbi che stanno crescendo in una famiglia – per così dire – tradizionale. Tuttavia la questione della genitorialità omosessuale necessita senz’altro di una discussione aperta, in cui ciascuno possa apportare il proprio contributo fatto di convinzioni profonde, valori, dubbi.

Ho però l’impressione che da più parti si stiano prendendo posizioni e si stiano lanciando campagne completamente “fuori tema”, con la sola conseguenza di creare disorientamento. Ciò di cui si sta discutendo a Brescia non è infatti la possibile genitorialità omosessuale, nemmeno limitatamente alla facoltà di poter adottare i figli del partner (la cosiddetta stepchild adoption, che pure fa parte del “modello tedesco” di unioni civili, più volte indicato da Renzi come la via maestra).

A Brescia oggi c’è altro in gioco.

Innanzitutto, la conferma di una buona scelta compiuta dalla Giunta Del Bono contro l’omofobia: l’adesione alla rete Ready. Una decisione di valore, in linea con il Trattato di Amsterdam dell’Unione Europea, che all’art. 13 afferma e sostiene il principio di non discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale.

In secondo luogo, la possibilità di mettere in campo uno strumento amministrativo idoneo a riconoscere le unioni di fatto, omosessuali ed eterosessuali, nella consapevolezza che l’estensione dei diritti e doveri non rappresenta affatto una minaccia per chi questi diritti e doveri già li ha.

Come si vede, nulla a che vedere con le polemiche e le preoccupazioni manifestatesi negli ultimi giorni.

L’auspicio è che, superati i pregiudizi, ci si possa ritrovare nel considerare i vincoli affettivi come un valore di cui tutta la comunità beneficia, a prescindere dal fatto che una coppia sia eterosessuale o omosessuale. Riconoscerne il carattere valoriale contribuirebbe a costruire una cultura inclusiva ed ampliare le possibili forme della solidarietà tra persone, sulle quali si regge una comunità democratica.

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  1. Bravo Michele,gia sento il rumore di quelli che per partito preso saranno contro cio che scrivi ma lo stile e la pacatezza con cui affronti una questione complessa dovrebbe far riflettere in tanti..compresi molti del partito che rapprsenti

  2. Non riconoscere come famiglia le unioni omosessuali, a parer mio, non è indice di omofobia. Personalmente concordo con il diritto al riconoscimento giuridico di dette unioni, ma ritengo che la famiglia e il matrimonio siano istituti riservati a coppie eterosessuali.

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