Commissione ecomafie alla ex Selca: indagine sulle autorizzazioni della Regione

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Nel mirino della commissione bicamerale Ecomafie che in questi giorni si è riunita a Brescia per verificare le condizioni dell’ambiente bresciano, non solo il disastro Caffaro ma anche la Selca di Berzo Demo, caso che presenta ancora tanti punti di domanda e preoccupa non poco la popolazione della Valcamonica.

Esposti a pioggia e vento ci sono 60mila tonnellate di scorie abbandonate a loro stesse. Il pericolo è che la pioggia trascini le scorie nel fiume Oglio, con tutte le conseguenze del caso. La commissione ecomafie però vuole vederci chiaro e analizzerà le modalità di rilascio (fino al 2007) delle autorizzazioni al trattamento di rifiuti pericolosi da parte della Regione, valutando anche i mancati controlli da parte di Arpa Valcamonica.

Come riporta il Corsera di Brescia, è lo stesso vicepresidente della commissione, Stefano Vignaroli (Movimento 5 Stelle) ad annunciare la prossima indagine: “Approfondiremo come sia stato possibile che Regione e Arpa abbiano dato disponibilità a far arrivare in valle quantitativi così elevati di scorie pericolose”. Inevitabile il salto all’indietro, agli anni in cui sono state rilasciate le autorizzazioni a portare in valle una tale quantità di scorie e rifiuti. La Selca di Flavio e Ivano Bettoni (oggi a processo per traffico internazionale di rifiuti), ha ottenuto la prima autorizzazione a trattare 150mila tonnellate di scorie pericolose nel 2002, quando l’assessore all’Ambiente della Regione Lombardia era il bresciano ex Pdl Franco Nicoli Cristiani.

La Procura però nel 2004 sequestra la merce. Nel 2007 però, la ditta di Berzo Demo ottiene dalla Regione un ampliamento dei rifiuti da trattare, tra cui quelli provenienti dalla Tomago Aluminium di Sidney. Nel 2010 però la Selca fallisce e la ditta, dopo un iniziale passaggio ad una società inglese viene acquisita dal gruppo Catapano di Napoli, il cui titolare viene arrestato l’anno successivo. A quel punto le 60mila tonnellate di scorie contenenti cianuri e fluoruri restano tra i capannoni e il piazzale, incustoditi.

Per bonificare servirebbero 10 milioni di euro. Quello che si farà immediatamente, invece, è mettere in sicurezza il materiale inquinante attraverso i “245 mila euro messi a disposizione dalla Regione”, ha annunciato l’assessore Claudia Terzi. Entro l’estate il materiale pericoloso verrà messo in grandi sacchi che saranno posizionati all’interno del capannone. Praticamente un cerotto su una ferita d’arma da fuoco, finchè non si troveranno i 10 milioni per la bonifica. Una speranza c’è. “Dal fallimento della ditta – spiega il presidente della commissione, Alessandro Bratti – sono rimasti nella disponibilità del curatore fallimentare diversi milioni, ma non è disponibile a spenderli in via prioritaria per la bonifica”. Prima pensa ai creditori, come vuole la legge. La salute dei cittadini può aspettare.

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