Il vino bresciano perfetto per il dolce di Natale | BARBERA E CHAMPAGNE

Per il fine pasto, in abbinamento a pasticceria, torte casalinghe o dei più tradizionali panettoni o pandori perché non provare un San Martino della Battaglia liquoroso?

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Stefano Bergomi
Stefano Bergomi

di Stefano Bergomi* – Ci sono quelli che il Natale lo sentono in anticipo, tipo a metà Ottobre con l’acquisto del primo panettone. Poi ci sono quelli che nell’amletico dubbio tra albero e presepe vengono sconfitti dalla pigrizia, e finiscono per non fare né l’uno né l’altro. E ancora quelli che addobbano di luci il balcone e il giardino da fare invidia alla piste di atterraggio degli elicotteri. Ma anche quelli che partono per lidi lontani, togliendosi con largo anticipo dall’imbarazzo di pranzi  troppo ipercalorici e con parenti poco amati.

E il vostro Natale come sarà?

Il mio è sempre stato all’insegna della sperimentazione enoica.

Quale migliore occasione per solleticare il palato con qualcosa di nuovo e mai assaggiato prima. Stappare la bottiglia è solo una parte del rituale, che necessariamente si compone con un’attenta valutazione preliminare della “vittima” da sacrificare, e successivamente all’apertura la condivisione con gli altri commensali di impressioni, percezioni e magari inflessibili valutazioni.

E allora ecco la mia proposta per i lettori di BSNEWS.IT curiosi di vino.

Per il fine pasto, in abbinamento a pasticceria, torte casalinghe o dei più tradizionali panettoni o pandori perché non provare un San Martino della Battaglia liquoroso?

Durante le feste è forte la tradizione di consumare bollicine, magari proprio per il brindisi di fine pasto. Ma l’imperante metodo classico di franciacorta è caratterizzato, nelle sue versioni più conosciute e diffuse, da dosaggi molto contenuti (brut, extrabrut, dosaggio zero), che non si sposano appieno con la dolcezza dei dessert.

Il liquoroso S.Martino della Battaglia è invece un vino  dolce, con una gradazione alcolica importante, non inferiore a 15° vol. E’ ottenuto da uve che una volta si chiamavano Tocai (la Comunità Europea ha limitato la possibilità di utilizzo di tale nome alla sola produzione ungherese di Tokaji), oggi ribattezzate Tuchì, dall’antica espressione dialettale con cui venivano indicate in zona.

Nella versione tradizionale il metodo di produzione prevede l’alcolizzazione del mosto base, talvolta parzialmente fermentato. In diversi casi le uve sono oggetto di selezione con appassimento in pianta.

Il vino si presenta con riflessi dorati, caratterizzato da profumo ampio e corposo, morbido, con evidenti richiami di miele, frutta secca e canditi.

Il gusto è gradevolmente dolce, centrato sulla finezza e comunque in equilibrio con l’acidità. Retrogusto leggero di mandorla, ed eventuali sentori legnosi se l’affinamento è avvenuto in botte.

L’abbinamento perfetto è con dolci secchi e, inaspettatamente, con formaggi piccanti.

L’uva dal quale proviene il vino e’ caratterizzata da acino piccolo e buccia sottile, che portano ad una maturazione veloce. Tale delicatezza comporta la possibilità di produzione solo nelle annate migliori. Se poi aggiungiamo che non sono molti i vignaioli rimasti a credere nella valorizzazione di questo particolare vino è possibile comprendere come lo stesso sia di difficile reperimento.

E quindi buona ricerca e buon Natale.

* sommelier per passione

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