Studio Prometeia-Aib-Ubi: il manifatturiero cresce se cambia

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Il presente è fatto da luci e ombre, soprattutto ombre a partire dal 2008. E le proporzioni, di qui al 2020, si ribalteranno soltanto se l’impresa bresciana saprà tenere il passo dei tempi. E’ quanto emerso dal convegno “Quale futuro per l’industria manifatturiera bresciana?”, che si è tenuto oggi, dalle 17, alla sala conferenze di Ubi Banca, in città. Un appuntamento in cui sono stati presentati della ricerca effettuata da Prometea, in collaborazione con Centro studi di Aib e Ubi, su uno dei settori cardine dell’economia bresciana.

A fare gli onori di casa il direttore generale del Banco di Brescia, Roberto Tonizzo. A seguire gli interventi di Davide Fedreghini (Settore Economia e Centro Studi di Aib), Gianfranco Tosini (docente all’Università Cattolica), Giuseppe Schirone (Prometeia) e Paolo Streparava, vicepresidente di Aib.

I numeri della crisi, presentati oggi, lasciano poco spazio alle interpretazioni. Dal 2007 al 2013 nella Leonessa le imprese attive sono calate del 16,1 per cento (1.800 hanno chiuso in soli cinque anni, con una perdita di fatturato di 4,8 miliardi), la produzione è crollata del 29,3, l’export – che pure resta uno dei volani principali – del 2,2. Ancora la Cig, solo fra il 2008 e il 2009, è cresciuta del 619 per cento per poi stabilizzarsi su valori elevatissimi. Numeri che spaventano, anche se confrontati con quelle delle province più manifatturiere d’Italia riunite nel cosiddetto Club dei 15. E a salvarsi sono stati davvero pochi: solo l’agroalimentare ha recuperato di fatto i livelli pre-crisi, mentre il settore dei metalli non ferrosi è ancora sotto del 21 per cento.

Nel frattempo è cambiato anche in maniera significativa il rapporto con il territorio. Il settore delle macchine e delle apparecchiature meccaniche tiene ancora il 66 per cento dei fornitori strategici nel Bresciano e la produzione di accessori per autoveicoli è al 57,7 per cento. La media è del 36,5 per cento. Ma la moda e il sistema gomma-plastica non hanno ormai più fornitori nella Leonessa. Anche i concorrenti si allontanano sempre di più: oggi, per quasi un quarto del totale sono nell’Europa dell’Ovest. Entro pochi anni si sposteranno sempre di più verso l’Asia (la previsione è che si passi dal 11,8 per cento attuale al 15 del 2020).

Il vantaggio competitivo rispetto ad altre aree del mondo rimane (nove aziende su dieci lo indicano in circa sette anni). Ma non bisogna restare immobili. E qui la ricerca si sbilancia a delineare diversi scenari. Il primo, che ipotizza una sostanziale continuità di comportamento delle imprese manifatturiere bresciane, indica una crescita media dell’attività e – se pure più lentamente – della redditività del 5 per cento all’anno. A trainare la ripresa dovrebbe essere soprattutto la siderurgia, per cui dal 2016 è prevista una crescita di ricavi nell’ordine del 8,5 per cento. Seguono la meccanica (7-8 per cento, ma con un peso dato in forte crescita nell’economia bresciana) e le fonderie (6 per cento).

Questo, tendenze alla mano, se non ci saranno scossoni. Perché i ricercatori di Prometea – mantenendo la prospettiva del 2020 – hanno ipotizzato anche uno scenario di ripiegamento e uno di scatto positivo. Tra il primo e il secondo ballano 8 miliardi di fatturato all’anno con variazioni percentuali che vanno dal 3,3 al 6,4 per cento. Saranno il tempo e la lungimiranza degli imprenditori bresciani a dire dove si collocherà la realtà dei fatti.  

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