Renzi alle Regionali, un bene o no? Sfogliando la margherita… | di Claudio Bragaglio

"Si tratta come PD di creare le condizioni migliori di unità e di convergenza. Senza esclusioni preconcette e verificando per davvero disponibilità"

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Claudio Bragaglio, opinionista BsNews

di – Bene o…non bene…sfogliando la margherita per capire se la notizia è più o meno buona per il centro sinistra. Propendo per il sì, ma valgono anche i motivi dei perché. Per i maliziosi: è un bene, perché finalmente così Italia Viva (IV) pesa il suo voto reale e – visti i sondaggi e non il gruppo dei fedeli nominati in Parlamento – si taglia pure le gambe in questa sua difficile corsa ad ostacoli.

Per me invece può esser una scelta positiva perché così finalmente IV si stabilizza (forse) con la sua collocazione anche nel Paese. Si responsabilizza. Ma può fare il doppio gioco, mi si obietta. Non più di tanto, in presenza del voto sul Presidente nelle Regioni. Se si schiera apertamente, votando per la destra sovranista, IV è presto finita. Se si schiera per dividere ed indebolire il centro sinistra aiutando indirettamente la vittoria della destra…pure! Da sola poi non va da nessuna parte. Su scala più generale farebbe la fine della dimissionaria Patrizia Baffi, già Presidente di Commissione d’Inchiesta Covid in Regione Lombardia.

Penso quindi che simili errori non verranno fatti. Per quanto possano esservi dubbi è il quadro delle convenienze che è cambiato e che va valutato. Un conto è traccheggiare un po’ come IV fa disinvoltamente alle Camere, un conto è un posizionamento alternativo al centro sinistra al momento del dunque d’un voto popolare, un conto se si esce dal Palazzo e dai suoi paciughi per misurarsi direttamente anche nelle diverse realtà del Paese in cui si è già parte di maggioranze di centro sinistra, come p.e. a Brescia a sostegno del sindaco Del Bono.

Quindi sono tra i fiduciosi, ovviamente se si fa anche come una politica di confronto aperto, di sfida e di iniziativa…Non pensando che la politica sia solo un PD inchiodato al 20% senza porsi invece nelle condizioni, nel dopo Covid, anche di avere un’idea d’uno schieramento maggioritario che non regga solo sulla somma aritmetica di PD e . Quindi appesi solo alle vicende dei grillini e delle loro possibili circonlocuzioni e divisioni.

Una simile opinione mi viene guardando proprio le realtà locali. Brescia e Lombardia incluse, dove si vince unificando…. Non la faccio troppo facile, ma a mio parere…ciò è possibile, oltre che auspicabile. Vince chi si mette insieme per davvero in grandi flotte e non già chi pensa ad insegne sempre più feroci e battagliere da issare su d’un pennone sempre più alto, ma piantato sul fondo d’una barchetta che da sola poi si rovescia. Quindi immaginando ancora lotte sempre più fratricide ed arrembaggi tra corsari.

Si tratta come PD di creare quindi le condizioni migliori di unità e di convergenza. Senza esclusioni preconcette e verificando per davvero disponibilità. Oggi perde chi si chiama fuori, non già chi si chiama dentro. Sostengo questo non per ingenuità, ma per realismo politico. Perché è lo stesso populismo di Salvini e Meloni che fa piazza pulita dell’idea di chi pensava che non ci fosse poi grande differenza tra destra e sinistra. In quanto al grande centro da conquistare esso è il famoso specchio delle brame di tanti, e pure di Renzi, che esigono di essere i più belli del reame. Ma si dà il caso che si sia ridotto ormai al lumicino sempre più opaco delle più futili illusioni.

Quindi quand’anche si andasse, come pare, verso un sistema elettorale più proporzionale non viene meno – anzi! – la bipolarizzazione del sistema che è nella logica stessa dello scontro politico in atto. Questa la novità che depone a favore del centro sinistra di coalizione e non delle avventure corsare di qualunque tipo ed ambizione. Questa l’ennesima riprova anche dell’errore storico posto a base della nascita d’un PD che ha segnato la fine dell’Ulivo. A favore d’un sistema bipartitico e per un PD partito unico del centro sinistra. Cosa che ha peraltro favorito, ed a proprio danno, la tripolarizzazione del sistema (con il M5S) e il vento d’un populismo anche da sinistra.

Verso un bipolarismo di coalizioni, come peraltro avviene più o meno già da molto tempo nelle votazione di Comuni e di Regioni. E che verrà accentuato in un dopo Covid che non vede – per fortuna – neppure uno straccio di governissimo di solidarietà nazionale.

Un proporzionale a… vocazione maggioritaria. Detto così sembra una demenza. Invece è lo specchio della realtà, quella delle diverse forze che si aggregano – gioco forza – in base a logiche maggioritarie di coalizione. Una fase nuova in cui il “nuovo” PD può e deve giocare la partita migliore, facendo coincidere il proprio gioco con la costruzione della più ampia ed inclusiva coalizione. Con la stessa IV ed anche altre forze sempre più attratte da questo nuovo baricentro politico. A Roma si parla anche di Brescia e di Lombardia. Ma – direi soprattutto- viceversa! Quindi di “nuove cose” da poter pensare, discutere e tentare apertamente pure a Brescia…

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Ultimo aggiornamento il 29 Novembre 2020 14:39

 

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3 Commenti

  1. Antirenziano? Carlo, direi non solo e neppure soprattutto. Se penso anche al fatto che il 70% del PD lo aveva votato alle primarie. Intanto preciso l’ovvio, ovvero che per me non vale in politica il piace…non piace… riguardante il personaggio. Ho condiviso politiche di persone che non mi stavano simpatiche e viceversa. Ma una cosa è per me certa: Renzi non è il figlio degenere del PD come taluni oggi sostengono. Il reprobo che oggi fa da comodo alibi per gli errori fatti dal PD quando Renzi aveva ancora le brache corte. Ecco questa forma di antirenzismo inteso come il parafulmine su cui scaricare tutte le sconfitte del PD non mi appartiene. Il PD ha avuto tre diverse scissioni. Il futuro del nuovo PD sta nella coalizione da costruire tra diversi soggetti e Renzi – auspicabilmente – è uno di questi. Ognuno ha scelto casa propria. Quindi auspico non un ritorno di tutti quanti nel PD, quasi fossimo la porta girevole d’un saloon, ma la costruzione di una nuova e più ampia coalizione dopo che si è sfasciato nel 2005 l’Ulivo. Basta miti di partiti unici e maggioritari privi poi di rappresentatività (sociali, culturali e territoriali) articolate . Come non vedere che il populismo da sinistra a favore del M5S è figlio anche di una tale politica nazionale del PD, mentre il M5S – tolte le eccezioni – non ha sfondato a livello di Comuni e di Regioni, in presenza appunto di coalizioni territoriali civiche e di centro sinistra! Prendiamo Brescia città. Nello stesso anno, 2018, il M5S prende alle politiche il 18%, mentre alle comunali poco più del 5%. Da una parte le ambizioni maggioritarie frustrate d’un PD solitario, dall’altra invece una coalizione progressista maggioritaria ed un PD soddisfatto in buona compagnia!

  2. Vero che Italia Viva vale non più del 3% a livello di consenso nazionale, cioè davvero pochino, mentre in Parlamento i 31 renziani alla Camera e soprattutto i 17 al Senato hanno peso ben diverso sia per la tenuta del Governo sia per gli attuali equilibri politici complessivi.
    Vero pure che sia il vigente sistema elettorale sia la sua possibile evoluzione proporzionalista impongono la massima attenzione alla parola coalizione (sia prima che dopo il voto, verrebbe da aggiungere) soprattutto quando singoli partiti non sono abbastanza robusti per cavarsela quasi da soli o dettare autonomamente l’agenda politica.
    Vero quindi che Renzi non è un Brancaleone qualsiasi: conta e conterà qualcosina con le sue residue truppe, anche se ci spostiamo da elezioni politiche a tornate amministrative, magari incidendo in modo assai diverso.
    Ma, se prendiamo una tornata regionale, le leggi elettorali non sono tutte uguali e i dubbi aumentano.
    Ad esempio, guardando a casa nostra, in Lombardia, ribaltare quello che dal 1995 ad oggi è stato un inquietante strapotere del centrodestra (quattro volte Formigoni, poi Maroni e oggi Fontana come Presidenti) e sempre con numeri impressionati, è una sorta di…mission impossible.
    Fontana più la sua coalizione, ha preso nel 2018 il 49,75% dei consensi e, con le magnanime formule lombarde del premio di maggioranza, qualcosa come 48 seggi più il suo di Presidente; 13 sono andati ai pentastellati e 18 (di cui 15 al PD) a tutta l’armata di centrosinistra capitanata dall’attuale sindaco di Bergamo Giorgio Gori.
    A fronte di questi numeri, Prof. Bragaglio, dissertare sul peso di Italia Viva per sommarlo a tutte le minutaglie di centrosinistra e a quelle civiche in una tornata cittadina a Brescia o Bergamo o paeselli vari è un conto, ma se ci spostiamo a livello regionale le cose cambiano assai anche sommando il voto pentastellato (l’Umbria e l’Emilia Romagna insegnano peraltro cose diverse…). Altro pianeta il livello nazionale, come detto. A proposito, Prof. Bragaglio, si ricorda la tornata lombarda del 2005 quando il suo mitico Ulivo (Uniti nell’Ulivo, per l’esattezza) prese 19 seggi e solo Forza Italia ne prese qualcosa come 18 ?
    Ahi, ahi… pensare sempre e solo alla logica di coalizioni “oves et boves et universa pecora” spesso volta non basta: Salvini e la Meloni viaggiano in due sul 50% e in tutto il Paese ci sarà l’effetto sociale ed economico assai imprevedibile dell’epidemia Coronavirus. Come al solito, velocità e cambiamento sono le due parole che più imperversano, anche in politica.

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