📕 Tre fratelli | 📮 IL RACCONTO DELLA SETTIMANA/19

Ero a Ypres quando venne sferrato l'attacco. Sembrava un giorno come un altro, lì al fronte: per mesi si erano scavati la trincea nel fango e per molti equivalse ad essersi scavati la fossa con le proprie mani...

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Umberto Tanghetti, scrittore

TRE FRATELLI – racconto di Umberto Tanghetti

Ero a Ypres quando venne sferrato l’attacco.

Sembrava un giorno come un altro, lì al fronte: per mesi si erano scavati la trincea nel fango e per molti equivalse ad essersi scavati la fossa con le proprie mani.

Fu lì che capii per la prima volta cosa fosse il dolore, fu lì che lo vidi fluttuare nell’aria e imparai a riconoscerlo, a fiutarlo.

Fu lì che imparai ad affrontarlo.

Lo sai che il dolore fluttua e non è proprietà di nessuno, vero? È per questo che il dolore va rispettato, sempre.

Ero appollaiato, da osservatore apparentemente estraneo ai fatti, su di una piattaforma, quasi fosse lo scranno dell’arbitro di tennis, solo che lì erano di piombo le palle che sfrecciavano.

 

Lo so, ti stufano i miei discorsi.. Potremmo fare che se ti annoi, ti alzi e te ne vai a giocare.

 

All’improvviso piombarono sul campo di battaglia tonnellate di proiettili dell’artiglieria pesante..

Crateri di fango, filo spinato, alberi bruciati, dissuasori di metallo sparpagliati sul terreno come treppiedi ad immobilizzare chi era da falciare con la mitragliatrice.

Fischiavano nell’aria gli ambasciatori della morte, sempre più forte e poi deflagravano in un orgasmo distruttivo come amavano, dall’alto, i generali.

I piedi dei soldati, invece, nelle trincee, affondavano nel fango e dall’elmetto rivoli d’acqua gocciolavano copiosi perché pioveva, mio caro, mamma se pioveva!

A dirotto da giorni.

Pioveva di tutto: acqua dal cielo, schegge di materia indecifrabile, spesso indicibile, proiettili, fuliggine ed anche un fumo che nessuno aveva mai visto su di un terreno da combattimento.

All’improvviso sentii io stesso un odore acre di senape, come di bruschetta all’ aglio e mi venne in mente l’ hot dog che avevo mangiato a Boston, Massachusetts, nel 98.

Solo che in quel preciso istante ero ad Ypres, Belgio, durante la prima guerra mondiale, 80 anni prima e non era quello né il luogo né il tempo in cui servivano panini goduriosi.

Fu allora che vidi il dolore, che ne percepii l’essenza: aveva un colore leggermente bruno ed un pungente odore di mostarda.

Anche i soldati se ne accorsero nella trincea: si guardarono sgomenti come a chiedersi se anche l’altro percepiva quell’ afrore nuovo.

Sinistro.

È quello l’attimo in cui il dolore appare, quando hai capito, ma non hai ancora percepito la devastazione fisica: come l’olio di prima spremitura che ha un sapore ed un profumo  più intenso dell’olio che cola giù dopo nel frantoio.

Il terrore negli occhi di un corpo ancora integro. Dolore sublimato di colore bruno e odore di senape che fluttua nell’aria e non conosce padrone, passa da individuo a individuo, da pelle a pelle, superando tutti gli strati protettivi, alterandoti il genoma.

Piaghe fin da subito, tumori dopo un po’, a scoppio ritardato.

Avevano sganciato le armi chimiche e se ne compiacevano i generali:

“Ne abbiamo ammazzati 5000 in un sol colpo!

E chissà quanti altri invalidati!”

Era questa la perversione più grande: uccidere e mutilare per far perdere tempo ai soccorritori, per ingolfare gli ospedali da campo.

Roba da tirar su la bottiglia buona.

Solo una sparuta minoranza aveva obbiettato:

” Se cambia il vento, siamo fritti pure noi! ” dissero gli inascoltati sottoposti, ma il vento non cambiò e questo mi permise di capire per davvero che cosa sia quella devastazione interiore, ancora oggi.

 

Il vento spirava dalla parte di chi aveva sferrato l’attacco, spingendo il gas mostarda verso le retrovie nemiche che quell’attacco l’avevano subito.

Ristagnava nelle trincee dalle quali usciva basso, denso e tangenziale lungo tutto il fronte, fin verso l’entroterra.

Sembrava il vento d’alta quota che sfiora radente le vette di montagna e che, scavallando, disegna, con la neve di riporto, il profilo della vetta che si distende all’indietro, come a schivare il colpo.

Da dentro la trincea dovevi fuggire immantinente per sperare di avere la possibilità di sopravvivere ed a quel punto, chi capiva cosa fosse quel dolore, poteva tentare la sorte, testa o croce, vivo o morto, ma chi non lo capiva, moriva di sicuro.

La cosa più istintiva da fare era scappare verso l’interno, allontanandosi dal fronte: troppa la forza di fuoco davanti a loro ed in quei casi, l’empirica esperienza della guerra aveva insegnato che la via di fuga più sicura fosse quella; andare a prendere tempo coi compagni di rincalzo e poi provare nuovamente ad avanzare.

Mesi di lacrime, fango e sangue per pochi metri.

Era il pendolo della morte che ad ogni passaggio falciava implacabile: avanti, indietro.

Ora però era diverso, perché ad indietreggiare avresti seguito il gas mostarda e quello che avevi schivato al primo colpo, lo avresti recuperato poi.

Piagandoti, accecandoti, anelando aria ad ogni passo, senza capire quale fosse la giusta direzione.

È la disperazione del dolore estremo che ti sconvolge, ti fa perdere la trebisonda, è il panico.

 

Sul lato est della trincea, Daniel, il più giovane di tre fratelli canadesi lì al fronte, capì subito la situazione, la lesse in un istante.

Disse ai commilitoni che aveva attorno:

“Ragazzi, non abbiamo tempo di pensare né di disperarci, dobbiamo solo fare ciò che è giusto.

Rinculare adesso è un suicidio dichiarato, dobbiamo uscire dalla trincea e andare avanti, verso il nemico.

Almeno non moriremo invano, daremo loro un poco di fastidio e se butta bene, prenderemo tempo.

Potranno arrivare rinforzi e potremmo spingerli all’indietro, potremmo sfondare.

Al contrario, se seguiamo il fumo nel nostro territorio, muoriamo tutti un po’ più in là.

Così è probabile che moriremo avanti, ma non tutti e avremo la dignità come compagna. Onoreremo questa vita.

Io vado.”

E non lasciò a nessuno il tempo di controbattere, aveva capito che quella era l’unica cosa da fare, l’unica possibilità di sopravvivenza.

Aveva paura, ma si mosse e  lo seguirono altri tre.

Daniel andava a caccia nel Canada delle distese sterminate, dei lunghi inseguimenti della preda tra le montagne: il vento lo conosceva come fosse suo compare.

Cacciava con il vento come amico, perché se il selvatico sente il tuo odore, non lo prendi neanche col bazooka.

Ti frega.

Allora devi essere più scaltro della preda e più leggero di quel vento, devi avanzare verso quel dolore, devi affrontarlo guardandolo in faccia, rispettandolo.

Non puoi fare finta di niente e volgergli le spalle perché in quel caso lui ti fiuta e ti raggiunge prima, ti avviluppa nelle spire della disperazione, diventando tu sua vittima e ti scaglia in balia della corrente, dove si perde ogni connotato umano.

Daniel lo sapeva, lui così giovane, ma così maturo e con la dignità di chi sa compiere scelte difficili, quasi impossibili, fece la differenza e decise che vivo o morto, avrebbe dettato lui le condizioni.

Non con atti eroici e plateali, non con odio e voglia di rivalsa, ma con passi dignitosi, da formica, a preservare la propria essenza così duramente inseguita nella sua breve vita.

 

Anche altri due fratelli erano lì al fronte a completare il quadro famigliare, nello stesso campo di battaglia, ma dislocati più a ovest: Jean centralmente e Marc sull’ estremità opposta.

Fu Jean, il più vecchio dei fratelli, ad essere raggiunto per secondo dal gas mostarda e come Daniel, lesse subito la situazione nel modo corretto.

Stessa famiglia, stessa intelligenza, stessa abnegazione alla fatica. Stessa lucidità.

“Ragazzi non abbiamo tempo, dobbiamo uscire di qua, il gas mostarda non ti dà neanche un minuto per i convenevoli.

Guardate il vento: spinge il fumo verso le retrovie, per noi è un muro invalicabile.

Andiamo avanti, ragazzi.

Siamo più sicuri allo scoperto, perché qui siamo morti. E io non muoio senza fare niente!”

Afferrò le scalette lignee della trincea, quasi fossero quelle di una scialuppa in mezzo alla tempesta e si buttò nel mare, perché quella zattera su cui era abbarbicato ormai era in fiamme. Altri seguirono il suo esempio e riformarono una squadriglia agile e veloce per andare a pungolare il nemico, la causa della loro disperazione, per guardare in faccia quella sorte.

Poi venne la volta di Marc, a ovest nel campo di battaglia inondato dalla  luce arancione del tramonto, dove la morte ti accompagna in sincrono con la rivoluzione terrestre.

Tramonta il sole, tramonti tu per un destino amaro.

Eppure Marc, come i fratelli aveva capito, era consapevole e proprio per questo ebbe la forza di tirarsi dietro i suoi compagni che, come lui, speravano di tornare dalla famiglia a casa.

Era in piedi nella trincea e fu in quel preciso istante che ne incontrai lo sguardo.

Mi disse, senza proferir parola:” Io vado, vecchio mio, come Jean e Daniel ho capito, non ho scelta, proprio come tutti, del resto.

Tu non sprecare il mio dolore, conservalo come preziosa bussola che ti indichi la strada.

Conservalo per sapere quale sarà il tuo dolore da affrontare, per non girargli le spalle; guardalo dritto in fronte e accoglilo, perché il dolore arriva, prima o poi.

Ma ti uccide prima se non lo rispetti e se pensi che il dolore degli altri non conti.

Se pensi, meglio a lui che a me.

Promettimi di non cadere così in basso.

Mai.

Promettimi di non aver bisogno del dolore altrui per darti un tono, di non strapparti i capelli inginocchiato per la sofferenza del vicino e di non farti consolare da chi lo vive per davvero quello stravolgimento”.

“Ricorda – mi disse – Il male degli altri è molto comodo: altri soffrono e tu ti riempi l’esistenza di commiserazione, di pacche sulle spalle, di “poverini” detti a denti stretti la domenica a ber l’aperitivo.

Un argomento come un altro, solo socialmente empatico, un riempitivo.

Invece il difficile è mettersi in quell’istante in cui la deflagrazione è avvenuta e c’è un piccolo risucchio che ti scompiglia in avanti la capigliatura e poi arriva l’onda d’urto, quella che ti strappa gli abiti di dosso, quella che affonda nella carne.

Il dolore, quello indigeribile, è quel momento lì: al risucchio lo si percepisce, si prova quel terrore e poi l’ondata arriva devastante.

Io sono sospeso in quel momento, ma rimango in piedi fino all’ultimo ad onorare questa meraviglia che è la vita.

Io e i miei fratelli.

Nonostante questo gas mostarda maledetto, anzi, adesso ancora di più”

 

Fu in quell’istante che lo persi di vista: era uscito dalla trincea e andato avanti con altri soldati, il fumo lo aveva avvolto come fosse nebbia di pianura alla mattina.

 

 

Ecco perché è importante ricordare, figlio mio; perché l’esempio non è mai vano, ma devi imparare a vedere quello giusto, quello per cui valga la pena spendere parole e far cadere il resto.

Devi prendere il dolore altrui e renderlo cosa intima, cosa tua; devi mettertene un po’ sul comodino e proteggerlo come fosse il focolare che ti dà la dignità di uomo.

E tutto questo non per piangerti addosso, non perché io possa dirti:” Mangia, tu che hai la fortuna di avere il frigo pieno!” , ma per significare: ” Mangia meno, per dare a chi non ha”.

Trova la misura, figlio mio, trova la consapevolezza.

È per questo che ogni volta che sento odore di mostarda, mi fermo in quell’istante di terrore vissuto da quei tre fratelli canadesi: a loro dedico il mio pensiero, riconoscendo la mia fortuna e ringraziando loro per l’esempio che mi hanno lasciato. E sorrido a loro, ragazzi d’oro, morti con la dignità, la consapevolezza e l’intelligenza  come uniche armi di esistenza.

Penso a loro che mi hanno dimostrato con i fatti e non con le parole come uscire dalla grotta buia senza sbagliare direzione.

 

” Pa’, io capisco cosa dici, ma ho un unico problema: a me la mostarda non piace, preferisco il ketchup..” e gli strizzò l’occhio facendo finta di non aver capito, dissimulando come fanno i giovani quando ascoltano con timore e curiosità discorsi di padri coi capelli che viran verso il bianco..

Tramonto, foto generica da Pixabay UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

Umberto Tanghetti, nato il primo ottobre 1977 ad Alcamo (Tp) da padre bovegnese e madre alcamese, cresce e vive a Concesio. Dopo la maturità classica al liceo Arnaldo di Brescia, prosegue gli studi a Padova, dove si laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche.
Oggi lavora in farmacia a Brescia ed è tornato a vivere a Concesio.
“Non ho mai pubblicato per nessuno – scrive presentandosi – non ho miti letterari, ma grande stima per molti intellettuali: amo Calvino,i paesaggi di Čechov, la profondità di Dostoevskij… Ma se dovessi citarne solo uno citerei Primo Levi tirato dalla vita sui libri per testimoniare l’impossibile”.

LEGGI I RACCONTI DI UMBERTO TANGHETTI PUBBLICATI SU BSNEWS.IT A QUESTO LINK

Ultimo aggiornamento il 29 Novembre 2020 00:39

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