📕 Wana Mus (parte prima) | 📮 IL RACCONTO DELLA SETTIMANA/28

Mohammed era diventato orfano con la repentina franchezza con cui, fuori da un locale, si legge la frase "Io non posso entrare" per tenere a bada i cani: era lo stesso meccanismo che adottava con lui la sorte, con sgambetti ben assestati, proprio quando sembrava che il non senso della sua esistenza fosse meno dolente

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Umberto Tanghetti, scrittore

WANA MUS (PARTE PRIMA) – racconto di Umberto Tanghetti

Mohammed era diventato orfano con la repentina franchezza con cui, fuori da un locale, si legge la frase “Io non posso entrare” per tenere a bada i : era lo stesso meccanismo che adottava con lui la sorte, con sgambetti ben assestati, proprio quando sembrava che il non senso della sua esistenza fosse meno dolente.

Doveva stare fuori e ricominciare daccapo.

Tra le briciole che il caso gli aveva riservato, ce n’era una bella grossa e sostanziosa: un anziano cugino della mamma, un tipo ambiguo per gli altri, ma così pieno di fascino per lui.

Il Vecchio Youssef lo aveva accolto nella casa in cui alloggiava, casa per la quale pagava

l’ affitto  ad una vera megera, una di quelle donne che lo facevano essere felice di non aver mai messo al dito di chicchessia un qualsivoglia tipo di anello.

Quando Mohammed perse anche la madre, il Vecchio, senza mai chiedergli esplicitamente di andare a stare da lui, aggiunse una branda in sala da pranzo e quel fanciullo poco più che bambino si accomodò con sollievo in quella precaria, ma calda sistemazione.

Youssef aveva avuto una vita piena, antesignano di una lunga lista di prime volte: avrebbe vinto la Coppa d’Africa dell’esser precursore, non ce n’era un altro come lui in tutto il Maghreb.

Negli anni sessanta era emigrato per lavorare in Europa: non in Francia o in Inghilterra, ma in Italia, a Brescia, dove si ritrovò assunto in catena di montaggio a costruire camion.

Imparò a fare di tutto: tornitore, saldatore, elettricista..Di ogni cosa carpiva i segreti perché era tecnicamente curioso come la suocera che non poteva avere.

Era libero, per nulla intimorito dal mondo italiano che non conosceva ancora e il suo tranquillo approccio alla vita gli veniva dalla fiducia che riponeva nelle capacità umane di interagire per il meglio.

Sapeva leggere lo sguardo degli altri e capiva sin da subito se si poteva fidare oppure no, sfruttando un innato istinto Touareg ad orientarsi nello spazio e nel tempo seguendo magnetismi invisibili ai più.

Fu con tale slancio che conobbe Giovanni, autoproclamato  “più bravo saldatore bresciano”, l’operaio che, tra tutti, sentì più affine al suo modo di essere.

Giovanni era “Giòan de la bèla ‘ndada”, dalla bella andatura, perché, azzoppato da un semiasse indisciplinato, ondeggiava camminando.

Non se la prendeva, vezzeggiato a quel modo: in catena ogni frase distensiva, ogni occasione per fare un sorriso era olio per gli ingranaggi del quotidiano patire.

Con questo spirito che anche Youssef colse sin da subito, Giovanni diceva all’amico magrebino per salutarlo al mattino, al primo turno o anche durante la notturna:

“Salàm a lès!” e quell’altro rispondeva:

“A lès el salàm!”

Lui che il salame proprio non riusciva a mangiarlo, se non una volta in cui Giovanni gli aveva procurato quello d’asino.

Ma non gli piacque neanche quello.

Passati gli anni del boom economico a montare migliaia di camion, arrivarono gli anni settanta con la crisi petrolifera che rese più difficili le prospettive: fu in quel periodo che cominciò a germogliare nella testa del Vecchio uno strano auspicio malinconico di ritornarsene in Libia a tuffarsi nel mare che lui amava davvero.

Così era tornato in Tripolitania, portando con sé tutto quello che aveva imparato, compresa la compagnia di Giovanni che, da neo pensionato più vecchio di lui, aveva deciso di dargli una mano nel suo visionario progetto.

I camion prodotti per anni in Italia venivano rottamati in blocco, ma non dismessi: finivano tutti in nord Africa dove erano i più ambiti.

Il Vecchio si creò un giro per importarli in Maghreb e per dare assistenza,  così si reinventò un rientro in patria da esperto meccanico e commerciante di ricambi, lui che quei camion li aveva costruiti per qualche lustro.

A Giovanni il clima piacque: non esistevano stagioni e l’inverno poteva sbucciarsi mandarini con i piedi in ammollo nel Mediterraneo, manco ad esser Pascià del golfo di Sirte.

Conobbe gli agrumati sapori invernali, i dolci datteri da mangiare col pane che non aveva mollica e si perdeva al mercato a guardare i banchi di spezie che non conosceva e delle quali incominciava a distinguere le note olfattive.

Dormiva in affitto presso una  parente del Vecchio che abitava sul limitare della medina e lì decise di stare il più tempo possibile, almeno a svernare.

Giovanni e l’amico  facevano dunque  squadra e procuravano camion e pezzi di ricambio per tutta la Costa libica, da Tripoli fin verso Tobruck.

In questo contesto Mohammed si muoveva con disinvoltura, creandosi riferimenti che dettavano il ritmo a quella azzoppata esistenza.

Vicino alla sua abitazione viveva un muratore che possedeva un mulo come compagno di danze: animale assai prezioso nella parte antica della città perché le viuzze strette ed affollate non permettevano l’uso di mezzi a motore per trasportare i materiali da costruzione.

Odiava quell’ uomo che beveva alcool di contrabbando, sfigurando a ceffoni la moglie e i poveri figli, ma quella era condizione molto diffusa, non certo eccezione.

Ripensava con malinconia ai suoi che, invece, si erano amati davvero volendogli bene, ma che erano morti stecchiti in modo improvviso.

Anche il povero mulo Alhimar, era vittima di quello sbandato, sfruttato ben oltre le proprie possibilità e subiva vessazioni di ogni sorta, caricato senza alcuna misura.

L’uomo lo appesantiva fino a fargli piegare le zampe anteriori (quello era il metodo con cui il muratore capiva che non poteva aggiungere altro) e profonde sbucciature ne segnavano le ginocchia.

Grondava sangue scarnificato a quel modo e la sua tristezza smuoveva in Mohammed senso di protezione per quella povera bestia.

Aveva così preso l’abitudine di tenere da parte le carote che comprava al mercato e gliele portava chiamandolo alla ringhiera della sua prigione.

Alhimar ne riconosceva i passi e si avvicinava al volo, anzi, più spesso era già lì ad aspettarlo: mangiava le carote e si prendeva tutte le carezze concesse.

Faceva andare la coda per scacciare le mosche, grattava per terra con lo zoccolo e scuoteva la testa: era una meraviglia.

Vicino al cortile del mulo, il suk riparato dal sole si dipanava in una lunga serie di negozi che Mohammed conosceva uno ad uno: evitava quelli per lui inutili o gestiti da certe farlocche figure, ma sapeva dove andare a procurarsi il necessario per vivere.

Camminava tra la gente sotto i tendaggi ombreggianti e salutava i passanti che conosceva: era uno di loro e si sentiva a proprio agio in quel mare di brulicante fermento di uomini e donne indaffarati, chi a vendere e chi a comprare, con tutta la lunga sequela di approcci al rilancio per arrivare al prezzo corretto.

Era proprio in quel mare che si immergeva per onorare, tra le altre cose, un appuntamento settimanale che aveva col Vecchio e al quale era particolarmente legato ( un altro dei paletti autoprodotti aiutato da Youssef a dargli riferimenti vitali, paletti mai esplicitati, ma dai quali traeva ossigeno per ricominciare l’apnea..): mangiare il tajine di pollo che aveva imparato a cucinare guardando la mamma.

Il martedì o il mercoledì usciva di casa presto e andava al negozio di Abdoul che vendeva pollame al di là di un bancone che teneva i clienti confinati nel suk lungo il vicolo ( lo stesso macellaio, per entrare doveva passare dal fronte, alzando una parte del ripiano di legno e chiudendoselo dietro le spalle).

Il soffitto era una volta a crociera un po’ fatiscente e il pavimento, lastricato da ceramiche bianche, era inclinato verso lo scolo al centro della stanza; sulla parete di fondo, le gabbie con i polli vivi erano impilate ad occupare tutto lo spazio: da fuori si indicava l’animale che si aveva l’intenzione di acquistare, con il pennuto che ti guardava con aria di sufficienza.

Mohammed sapeva che Abdoul custodiva sempre per lui la preda più bella in seconda fila e quando arrivava il turno del ragazzo, questi ne indicava una a casaccio e quello tirava fuori il volatile più grasso e sontuoso.

Lo afferrava tenendolo per le zampe, lo ancorava al bancone e lo sgozzava con un rapido fendente sotto alla testa, immergendolo poi in una tinozza di acqua bollente per spiumarlo in qualche secondo.

A quel punto, riaffilando il coltello, guardava Mohammed strizzandogli l’occhio e cominciava a pulire la carcassa, sezionandola in parti: da vivo a morto nel tegame di coccio in un batter di ciglia.

Non provava pietà per il pollo: quell’animale aveva in sorte di vivere beccando granaglia gratuita e poi, d’improvviso, morire senza più saper nulla, senza soffrire, onorato per giunta in un tajine da far venir l’acquolina.

Che voleva di più quel bipede?

C’era di che esser contenti.

Di fronte alla polleria si trovava la macelleria degli animali di taglia più grossa e a quattro zampe.

Si vendeva in quel posto pure la carne di dromedario, bestia che frollava appesa al limitar tra il locale e la stradina del suk.

Il sangue, scolando, faceva un rigagnolo che, per tenere lontano le mosche, il ragazzo di bottega ogni tanto puliva, buttando dell’acqua fin verso il tombino, col duplice scopo di dilavare i coaguli e tenere bassa la polvere, rinfrescando la strada.

La testa della povera vittima rimaneva appesa vicino al corpo penzolante a dimostrare l’origine del muscolo affettato sul banco: più i giorni passavano e più il labbro pendulo del dromedario si allungava di sbieco verso il basso e a coprirne l’afrore via via più deciso, il macellaio infilava sempre più ortaggi in quella  bocca sguaiata; quando, al terzo giorno, comparivano copiosi ciuffi di prezzemolo, era il momento di desistere dall’acquisto e Mohammed ed Abdul, lì di fronte, si facevano grasse risate sotto i baffi appuntiti.

Coraggiosi o sprovveduti a quel punto dovevano essere gli avventori!

Più avanti c’era poi il battitore di rame che faceva pentole dalla mattina alla sera e per questo era sordo. Picchiava partendo dal centro e a spirale arrivava sul bordo.

Quindi ricominciava daccapo senza parlar con nessuno.

Mohammed si chiedeva quale fosse la forza che spingeva quell’uomo ad andare avanti, vivendo giornate sempre uguali a se stesse e consumando sul rame la propria forza vitale.

Passando lo salutava con un cenno di mano e quell’altro ricambiava interrompendo il ritmo cadenzato del suo picchiettare.

Era quello un mondo in cui ognuno trovava il proprio posto come in un microcosmo in divenire dinamico.

Una sorta di caos calmo e controllato.

Persino le api vivevano le luci della ribalta: si infilavano a ronzare nel baldacchino di vetro posto davanti al panificio per esporre i dolci ricoperti di miele, messi lì in mostra ad attirare la gente.

Parevan gli insetti rivendicare il proprio lavoro rubato, rivendicare la proprietà di quella dolce colata di fiori che ricopriva i dolcetti.

Anche il Vecchio aveva il suo spazio, lui che era un tipo assai originale: passava via inosservato nella medina, era uno dei tanti all’apparenza.

Fumava e Mohammed questo non lo sopportava; aveva i denti gialli, così come l’indice e il medio con i quali arpionava la bionda.

Era vestito come tutti gli altri e si occupava di predisporre importazioni di ricambi e di camion interi: non troppi, però. Era lui a dettar la misura, diceva sempre che su quei camion aveva già versato troppo sudore ed ora erano le macchine che dovevano versarne per lui.

Quindi trattava la quantità di merce che riusciva a gestire senza affannarsi, per avere un sostentamento più dignitoso, ma non si faceva prendere la mano, per quanto la domanda di quel mercato fosse in continua espansione.

All’apparenza era un tipo anonimo, ma solo per chi non lo conosceva.

Ogni tanto, ad esempio, faceva una gita notturna senza un motivo evidente e quando raccontò per la prima volta a Mohammed dove andava, quello rise tra lo sbalordito e l’ammirato.

“Vado al parco archeologico di Sabratha a defecare.”

“Come, scusa?” rispose il ragazzo ridendo.

“Non l’ho mai confessato a nessuno, ma a te, figliolo, lo posso dire. È il mio segreto.”

Era la prima volta che lo chiamava figliolo.

“Nel parco archeologico vado da quando sono bambino, lo conosco pietra per pietra e c’è un posto che mi piace più degli altri: le terme che danno sul mare.

Sono ancora integre e ci sono i sedili di marmo col buco per i bisogni su cui si sedevano gli altolocati a parlare e a decidere le sorti dei cittadini ai tempi di Settimio Severo.

Più eri altolocato, più avevi occasione di defecare, ché se eri stitico, diventava un problema la gestione politica.

Quello è uno dei momenti in cui siamo tutti uguali, ma sono in pochi coloro che oggi la fanno come un’imperatore di 2000 anni fa: forse io solo qui sul marmo a Sabratha”.

Rideva.

Il ragazzo non credeva alle sue orecchie, non si aspettava dal vecchio una goliardata di tale portata e se lo immaginava percorrere il cardo e il decumano di notte, così di straforo, silente e ramingo a girare gli angoli fin verso le terme.

Lì seduto, guardando il mare a pochi metri, accendersi una sigaretta e dire la sua, come tutti, ma viaggiando a ritroso nel tempo.

Quanta ammirazione!

Tramonto, foto generica da Pixabay UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

UMBERTO TANGHETTI, CHI E’?

Umberto Tanghetti, nato il primo ottobre 1977 ad Alcamo (Tp) da padre bovegnese e madre alcamese, cresce e vive a Concesio. Dopo la maturità classica al liceo Arnaldo di Brescia, prosegue gli studi a Padova, dove si laurea in chimica e tecnologia farmaceutiche.
Oggi lavora in farmacia a Brescia ed è tornato a vivere a Concesio.
“Non ho mai pubblicato per nessuno – scrive presentandosi – non ho miti letterari, ma grande stima per molti intellettuali: amo Calvino,i paesaggi di Čechov, la profondità di Dostoevskij… Ma se dovessi citarne solo uno citerei Primo Levi tirato dalla vita sui libri per testimoniare l’impossibile”.

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