La distanza che avvicina: giovani e scuola in dialogo | 🟢 BRESCIA VISTA DALLA PSICOLOGA

Lo scorso martedì ho avuto il piacere di partecipare a un dibattito on line, intitolato “Gioventù a distanza”, in cui si sono confrontate le opinioni di Aya e Rossella, due studentesse liceali, il prof. Marco Tarolli, dirigente scolastico del liceo Scientifico Calini di Brescia, e del prof. Flavio Bonardi, responsabile dei processi della scuola di formazione don Angelo Tedoldi di Lumezzane

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Doriana Galderisi, opinionista BsNews

di Doriana Galdrisi* –  Lo scorso martedì ho avuto il piacere di partecipare a un dibattito on line, intitolato “Gioventù a distanza”, in cui si sono confrontate le opinioni di Aya e Rossella, due studentesse liceali, il prof. Marco Tarolli, dirigente scolastico del liceo Scientifico Calini di Brescia, e del prof. , responsabile dei processi della scuola di formazione don Angelo Tedoldi di Lumezzane.

Una vera miniera di spunti di riflessione! Si è discusso molto di “didattica a distanza”, Dad, un termine su cui vorrei fare chiarezza: quella che è scaturita dalla pandemia e che continua ancor oggi si dovrebbe più propriamente definire Dadf, aggiungendo la lettera F che sta per la parola “forzata”.

Infatti la modalità che abbiamo vissuto negli scorsi mesi non possiamo considerarla un esperimento di didattica non in presenza, bensì uno strumento per far fronte ad una situazione di emergenza; è un mezzo che è stato messo in campo quando ci si è trovati in una condizione di dover fare di necessità virtù.

Di Dad si parlava da tempo, molto prima della pandemia, ma un conto è sperimentare una metodologia in maniera programmatica, quindi calcolandone i tempi, il target, le applicazioni e tutti gli altri fattori, un altro paio di maniche invece è finirci dentro di botto. Se consideriamo queste circostanze, viene da dire che si è quasi verificato un miracolo: siamo stati tutti bravissimi, anche i ragazzi, che si sono adattati, pur sottolineando e manifestando in varie forme e occasioni la loro idea di scuola, che è ben diversa da quella che si realizza in DAD.

La scuola è in primis relazioni umane, e le studentesse in collegamento on line hanno tenuto a sottolinearlo più volte, non solo durante il dibattito ma anche nelle iniziative pacifiche di protesta come la manifestazione di piazza Vittoria per chiedere la riapertura in sicurezza, o le iniziative che si sono tenute davanti al Liceo Calini nel seguire le lezioni al freddo, sui banchi di scuola, appoggiati al perimetro dell’edificio, quindi praticamente in strada. Sul significato psicologico profondo di questa modalità di espressione tornerò tra poco.

La Dad ha messo in evidenza soprattutto i problemi da colmare, tra cui spiccano quelli psicologici. L’ho riscontrato molto in questi mesi nel mio lavoro da psicologa, l’esperienza di molti anni mi consente anche di fare delle riflessioni e tra queste ciò che ho riscontrato è un aumento della sintomatologia ansioso-depressiva e di quella ossessivo-compulsiva, perché nei momenti di grande fatica e incertezza, cercare di tenere un po’ di controllo fissandosi su certi elementi diventa un meccanismo di difesa involontario.

C’è stato anche un aumento dell’uso dei farmaci in una fascia d’età in cui di solito si pensava che i farmaci non dovessero servire, quindi tra i giovani e i giovanissimi.

Perché è successo questo? Riflettiamo partendo da come è costruita una lezione frontale, cioè in presenza, che ha una struttura non casuale. La lezione frontale risponde proprio al funzionamento del nostro cervello. Infatti in una classe noi abbiamo uno spazio fisico, la presenza di un docente e la contemporanea presenza  dei compagni. Questo scenario attiva alcune funzioni del nostro cervello, tra queste i neuroni gps: non sono solo dei neuroni responsabili dell’orientamento spaziale, ma hanno un ruolo nella costruzione della memoria autobiografica e dell’identità sociale. In altre parole noi ricordiamo la nostra vita anche in base ai luoghi visitati, a dove siamo stati, a quali ambienti sono stati teatro dei nostri momenti più significativi; inoltre i luoghi rappresentano anche un modo per sapere chi siamo: il territorio, una casa, un ambiente ci dice chi siamo a livello più ampio e quindi sociale.

Ci si sente parte di un gruppo, e quindi di una classe, perché ci sono azioni e percorsi ripetitivi che ognuno fa da casa a scuola fino al proprio banco e fino ai propri usuali compagni.

Quando viene a mancare questo panorama vengono a mancare dei punti di riferimento cui la tecnologia non può supplire perché ciascuno di noi categorizza mentalmente e a livello psicologico come spazio il contesto in cui si muove, in cui tocca, in cui si sposta. Quindi lo spazio che noi vediamo all’interno di uno schermo è per il nostro cervello un non-luogo.

È vero inoltre che i giovani delle millennial generations iniziano a usare la tecnologia fin dalla nascita, ma nel caso di oggi sono costretti a farlo e oltretutto in modo prolungato: passare ore davanti allo schermo per seguire le lezioni fa insorgere sensazioni di fatica, di estraneità e soprattutto di demotivazione e di scarsa piacevolezza, tutti fattori che possono portare ad un senso di smarrimento e di perdita molto forti.

Non mancano ovviamente aspetti positivi, come il preside del Calini Marco Tarolli ha messo in luce nell’incontro: si è velocizzata, anche da parte del corpo insegnanti, la dimestichezza con la tecnologia mentre prima si procedeva molto lentamente in questo ambito; si sono condivise più esperienze, la scuola cioè è venuta in contatto con tanti interlocutori al fine di trovare la soluzione migliore. Inoltre abbiamo iniziato a riflettere sul concetto di democrazia digitale a partire dal digital divide, nel quale si individuano tre livelli della padronanza della tecnologia digitale:

–   avere o non avere la connessione;

–   saper usare la strumentazione come tecnologia;

–   fare un uso adeguato e critico delle informazioni e dei dati rispondente al benessere personale.

Il primo, che spesso veniva dato per assodato, non lo è affatto.

Sempre all’incontro del 2 febbraio era ospite il professor Flavio Bonardi che ha evidenziato la differenza vissuta dalle scuole professionali, dove i cambiamenti sono stati inferiori rispetto ai licei perché i ragazzi hanno continuato a frequentare gli stage previsti dai percorsi formativi, eppure di questo non si è parlato molto, forse perché quando si pensa alla cultura si associa subito quella classica e non tanto quella più pratica, quella offerta dalle scuole  professionali appunto che, a mio avviso, sono un esempio del modello che dovremmo acquisire per il futuro, anche alla luce di ciò che ci ha insegnato questa pandemia: una flessibilità e una interconnessione di più modi di stare a scuola.

Dovremo abituarci a vivere ad un ritmo discontinuo, come quello dettato all’andamento dei contagi, quindi lockdown duro alternato a momenti di apertura (The hammer and the dance, il martello e la danza, Pueyo) e perciò sviluppare progetti molto precisi che mettano al centro il blended learning, ovvero l’insegnamento misto, che non significa metà dad e metà frontale, bensì sfruttare gli aspetti positivi presenti in entrambe le modalità di lezione.

In conclusione nel dibattito si sono affrontati anche modi di affrontare la valutazione che ovviamente in Dad è più difficile e presenta delle caratteristiche diverse. È necessario considerare importanti anche componenti legati non tanto alla performance vera e propria, cioè la valutazione sommativa composta dai voti, ma proprio lo sviluppo di competenze che nel caso della didattica digitale riguardano la capacità di interazione, l’interesse, la partecipazione, l’autonomia nella gestione del compito e nella sua elaborazione.

Nell’incontro on line di martedì 2 febbraio scorso la partecipazione dei giovani che hanno espresso il loro punto di vista e ribadito l’importanza dello studio e della scuola è probabilmente un’espressione molto forte di come in pandemia uno degli elementi positivi che rileviamo è la percezione più nitida di ciò che di positivo abbiamo e che diamo per scontato nella vita, come la frequenza scolastica. Venendo meno una serie di esperienze, i ragazzi hanno avvertito un grande senso di vuoto, incertezza, di smarrimento e quindi un rinnovato desiderio di partecipazione alla vita attiva in aula. Questo è uno degli aspetti più positivi da sottolineare e di questo gli adulti devono tener conto e essere dei bravi alleati nella costruzione di una motivazione sana, solida e caratterizzata dalla capacità di essere flessibili e la capacità di sviluppare sempre più sensoo critico nei nostri giovani.

CHI E’ DORIANA GALDERISI?

Doriana Galderisi è padovana d’origine e bresciana d’adozione: lavora nel campo della psicologia da più di 27 anni con uno studio in via Foscolo, a Brescia. Esperta in: Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale Tipico e Atipico, Psicologia Criminale Investigativa Forense, Psicologia Giuridica, Psicologia Scolastica, Psicologia dell’Età Evolutiva, Neuropsicologia. E’ inoltre autorizzata dall’ASL di Brescia per certificazioni DSA (Disturbi specifici di Apprendimento). E’ iscritta all’Albo dei CTU, all’Albo dei Periti presso il Tribunale Ordinario di Brescia e all’Albo Esperti in Sessuologia Tipica e Atipica Centro “il Ponte” Giunti-Firenze.

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Ultimo aggiornamento il 18 Febbraio 2021 11:12

 

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