“Che bocca grande hai…”: Cibo e distanziamento in pandemia | 🟢 BRESCIA VISTA DALLA PSICOLOGA

Il virus divide, il cibo unisce, ricreando il senso di comunità che l’isolamento e i distanziamenti hanno fortemente intaccato.

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Doriana Galderisi, opinionista BsNews

di Doriana Galdrisi* – Il virus divide, il cibo unisce, ricreando il senso di comunità che l’isolamento e i distanziamenti hanno fortemente intaccato.

Questo è un pensiero che mi è comparso subito nella mente quando sono venuta a conoscenza dell’impegno di decine di uomini e donne che, ogni sabato mattina, si danno da fare tra scatoloni di conserva di pomodoro, cassette di frutta e verdura e pacchi di beni alimentari di vario genere, ovvero le volontarie e i volontari del progetto “Cibo per tutti”.

Un progetto nato durante il duro lockdown della primavera 2020 dalla volontà di persone e associazioni presenti da anni nella zona del Carmine e del centro storico cittadino, dove oggi l’associazione, fondata in autunno come sviluppo del progetto, ha la sua sede nella quale prosegue, anzi amplia costantemente, la sua attività.

Attualmente sono circa 700 i nuclei familiari, iscritti per la ricezione della spesa settimanale ma il numero cresce costantemente e probabilmente aumenterà ancora quando ci sarà la fine del blocco dei licenziamenti e degli sfratti.

L’immagine di tanta gente attorno al cibo è fortemente emblematica di quest’anno trascorso tra limitazioni e paure, perché le restrizioni hanno costretto all’isolamento, facendo aumentare il bisogno di appartenenza sociale, un bisogno che la distribuzione degli alimenti soddisfa. Oltre alla necessità primaria di nutrirsi, quindi, il cibo è diventato anche strumento di coesione, di comunità.

O, meglio, lo è diventato ancora di più, poiché riunirsi attorno ad un tavolo, ovvero la convivialità, antropologicamente è un potente elemento di relazione e di identità, che storicizza e crea memoria degli episodi della vita oltre che dare struttura all’esperienza psicologica.

In pandemia la convivialità viene meno e questo crea una profonda mancanza, provocando una fame di relazioni, parole, abbracci, scambi. Questo appetito trova un substrato neurologico preciso: nel cervello esiste un’area che ha un’attivazione correlata sia alla sensazione di fame sia alle interazioni sociali.

In altre parole avere desiderio di cibo o di relazioni attiva aree cerebrali (una in particolare denominata substantia nigra di Sommering), che reagiscono in modo forte ai bisogni fisiologici di base, come una specie di campanello di allarme verso le mancanze sentite dal nostro corpo e dalla nostra mente.

Le immagini degli assalti a supermercati nella primavera 2020 sono rappresentative del senso di mancanza e della necessità di riempire i vuoti emozionali.

In molti casi di accaparramento sono comunque entrati in gioco anche elementi come la paura del futuro, l’angrofobia (cioè la paura di non avere da mangiare), oltre ai bisogni di protezione e di confort.

Si sono prodotte e persistono oggi situazioni domestiche che vedono la presenza di grandi scorte alimentari, spesso spropositate rispetto al numero dei componenti della , e questo ha comportato un serio problema, come evidenziato da molti studi tra i quali ricerche e dati forniti anche dalle équipe mediche dell’Ospedale Civile di Brescia.

In pandemia i disturbi dei comportamenti alimentari (Dca) sono aumentati con una diminuzione dell’età media di chi ne soffre.

Basti dire che lo scorso febbraio è stata presentata la nuova legge regionale 128 relativa alle patologie da Dca mentre il 15 marzo si è ricordata, anche a Brescia, la giornata nazionale dedicata ai disturbi alimentari, con la Loggia illuminata di viola.

Grandi scorte di cibo in casa

Perché la presenza di grandi scorte di cibo in casa è una sorta di acceleratore della disregolazione alimentare?

La risposta a questa domanda ci viene da molti studi che ci indicano come spesso il mangiare in più viene attivato meramente dalla presenza di quel qualcosa in casa e non dalla voglia, dal piacere, dal desiderio, dall’edonismo. Questo comportamento è noto come salienza dell’incentivo, ovvero mangiare il cibo perché è a portata di mano e non perché lo si desideri veramente.

In epoca Covid questo fatto è ancor più interessante perché due sintomi rappresentativi di questa e principali danni neurologici sono l’ipsomia (alterazione dell’olfatto) e la disgeusia (alterazione del gusto); eppure, a differenza di ciò che ci si potrebbe aspettare, generalmente non hanno disincentivato il consumo di cibo.

Ma anche chi non ha avuto il Covid e che magari si è trovato a vivere a lungo in solitudine, ha risentito degli effetti della salienza dell’incentivo, che è collegata pure ai contesti ambientali nei quali alcuni stili di vita o passatempi vanno a creare una corsia preferenziale nell’adozione di comportamenti alimentari. In altri termini: mangiare davanti ad uno schermo o ascoltando musica favorisce la distrazione e questo è nocivo non tanto perché sia necessario sempre un controllo, quanto perché la distrazione porta ad indebolire il senso di sazietà e a non badare a cosa mangiamo, quanto mangiamo e quando mangiamo.

In pandemia insomma si sono moltiplicate le situazioni in cui si mangia perché il cibo c’è e non perché c’è il desiderio: il piacere è separato dalla motivazione; questo meccanismo evidenzia proprio come la gradevolezza di un’ (come quella del mangiare) venga separata dalla motivazione per cui si attua quell’azione (meccanismo definito wanting versus liking).

A ciò si aggiunga anche il fattore dello stress, che ha un effetto potente legato a quella parte del nostro cervello denominata Ippocampo, che è un centro regolatore di molti processi metabolici, controllando l’introito di cibo ed il consumo energetico ed è molto sensibile allo stress. Alti livelli di stress alterano equilibri ormonali delicati e favoriscono l’insorgere di problematiche di sonno e di alimentazione.

Per concludere, il bisogno di cibo trova una spiegazione psicologica e neurologica: in pandemia si è verificata una generale uscita dai binari controllati e, al contempo, l’inasprimento delle problematiche legate ai disturbi dei comportamenti alimentari, sia nelle persone che ne erano affette già in precedenza e che sono regredite nel loro percorso di cura, sia in soggetti nuovi, che prima di questa situazione non avevano mai provato disequilibri nel loro rapporto con il cibo. La bocca grande per mangiare meglio non è più, insomma, solo quella del lupo….

Grazie per l’attenzione, appuntamento tra quindici giorni su questa rubrica.

CHI E’ DORIANA GALDERISI?

Doriana Galderisi è padovana d’origine e bresciana d’adozione: lavora nel campo della psicologia da più di 27 anni con uno studio in via Foscolo, a Brescia. Esperta in: Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale Tipico e Atipico, Psicologia Criminale Investigativa Forense, Psicologia Giuridica, Psicologia Scolastica, Psicologia dell’Età Evolutiva, Neuropsicologia. E’ inoltre autorizzata dall’ASL di Brescia per certificazioni DSA (Disturbi specifici di Apprendimento). E’ iscritta all’Albo dei CTU, all’Albo dei Periti presso il Tribunale Ordinario di Brescia e all’Albo Esperti in Sessuologia Tipica e Atipica Centro “il Ponte” Giunti-Firenze.

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Ultimo aggiornamento il 31 Marzo 2021 11:16

 

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