Giù le mani dalle donne e dalle bambine! | 🟢 BRESCIA VISTA DALLA PSICOLOGA

Elena, Viktoriia, Shegushe, Giuseppina… sono alcuni dei nomi della donne vittime di femminicidio nella provincia di Brescia. Nomi diversi, che rimandano a situazioni, storie e biografie diverse ma accomunate da uno stesso, tragico, destino: entrambe hanno trovato la fine delle loro vite in modo orribile, indicibile, ingiusto. Per mano di un uomo.

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Doriana Galderisi, opinionista BsNews

“Si dice amore però no…

chiamarlo amore, non si può”

di Doriana Galdrisi* – Elena, Viktoriia, Shegushe, Giuseppina… sono alcuni dei nomi della donne vittime di femminicidio nella provincia di Brescia. Nomi diversi, che rimandano a situazioni, storie e biografie diverse ma accomunate da uno stesso, tragico, destino: entrambe hanno trovato la fine delle loro vite in modo orribile, indicibile, ingiusto. Per mano di un uomo.

Sono ancora molto impresse nel presente dei bresciani le immagini di Elena Casanova , 49 anni di Castegnato, che è stata letteralmente massacrata a colpi di martello dall’uomo con il quale aveva percorso un breve tratto della sua vita e che non accettava la chiusura della relazione.

Ma Brescia non è un caso isolato, anzi: in qualsiasi latitudine, ancora oggi, sulla donna viene esercitato un dominio totale, che nasce dalla convinzione che l’uomo è superiore e, quindi, può disporre di ogni uso e abuso della donna, arrivando addirittura ad eliminarla, schiacciandola come si farebbe con un oggetto, con un chiodo. Ed è questo il punto: per molti uomini il rapporto con la partner è un chiodo fisso e quando le cose, secondo l’uomo, non funzionano quel chiodo va raddrizzato o battuto.

Questi episodi, indifferentemente lontani o vicini dal punto di vista geografico, hanno suscitato orrore nella comunità: uccidere è sempre un’azione terribile, ma alcune azioni di morte, come picchiare con il martello, che è un gesto che si compie su un chiodo, non su una persona, hanno pressochè dell’indicibile nella loro crudeltà e ferocia.

Eppure non si è trattato di episodi isolati: un mese prima dell’assassinio di Elena Casanova c’era stato il femminicidio di Giuseppina Di Luca, ammazzata, il 13 settembre ad Agnosine dal marito da cui si stava separando. Soltanto negli ultimi undici mesi in provincia di Brescia sono state uccise quattro donne e in dieci anni sono stati 23 i femminicidi locali.

La Procura di Brescia da gennaio a settembre 2021 ha aperto 833 fascicoli sul tema della violenza: per 312 di questi c’è stata la richiesta di archiviazione, mentre per 107 sono scattate le istanze di misure cautelari: 89 in carcere e 18 ai domiciliari. Praticamente dieci al mese. I numeri del 2020 sono simili: 1.002 fascicoli aperti, 729 le richieste di archiviazione, 362 quelle di rinvio a giudizio, 105 tra arresti e richieste cautelari in cella. L’aumento delle dei casi dal 2019 a oggi potrebbe trovare spiegazione sia nella maggiore consapevolezza delle donne rispetto alla possibilità di chiedere aiuto alle forze dell’ordine, sia nel lockdown, che ha peggiorato la situazione.

Ma attenzione: se l’andamento delle richieste di aiuto si lega all’emergenza sanitaria la Casa delle donne di Brescia ha più volte ripetuto che non è il lockdown a determinare la violenza: la responsabilità resta sempre e comunque del maltrattante e chi la esercita non può essere giustificato dalla pandemia.

Riflessioni, queste, che sono sviluppate anche nel mio libro “Il dopo è ora. Covid-19: come il Coronavirus gioca con le vite di tutti noi”, così come in alcuni incontri de “La scienza di eccellenza” che conduco dal 2020 e che, nella sua prima edizione, si può trovare anche nel formato di libro vero e proprio uscito per Gam Editrice di Rudiano.

Quando mi trovo, in veste di criminologa ed esperta di sexual offender, ad affrontare questo tema, come ad esempio è accaduto di recente nella trasmissione radiofonica “Magazine” condotta da Maddalena Damini, una delle domande che più frequentemente mi viene posta è: “che cosa genera la violenza contro le donne?”.

A questa domanda preferisco sempre rispondere chiarendo innanzitutto che cosa NON è la causa della violenza sulle donne. È infatti importante abbattere tutta una serie di convinzioni che influenzano moltissimo il nostro giudizio e il nostro atteggiamento; convinzioni che spesso sono dei pregiudizi, o comunque delle distorsioni di pensiero. In ogni caso sono ciò che in psicologia va sotto il nome di “bias” o errori sistematici di giudizio.

E dunque che cosa NON è la causa della violenza sulle donne?

Prima di tutto la violenza sulle donne NON è un problema di coppia. È infatti un diffusissimo errore di pensiero credere che la violenza sulle donne nasca da un problema di relazione all’interno della coppia. Questa convinzione va respinta con forza e va ribadito, sempre, che la violenza è SEMPRE RESPONSABILITA’ ESCLUSIVA DI CHI LA AGISCE. Punto.

In secondo luogo, la violenza sulle donne, al contrario di quanto spesso si pensi, NON è il frutto di un raptus, cioè di un gesto improvviso. La violenza sulle donne è, invece, la conseguenza di una serie di azioni intenzionali, sorrette da pensieri ossessivi, ruminazioni continue che innalzano il livello di tensione psichica, fino a sfociare nell’atto criminale.

E, ancora: è un errore pensare che la violenza sulle donne sia compiuta da uomini malati.  Certo, esistono uomini patologici, come esiste la malattia che non ha genere, non ha sesso. Tuttavia la percentuale di uomini autori di comportamenti violenti verso le donne è una percentuale piccola, statisticamente non significativa. In altre parole, gli uomini che percuotono una donna, ne abusano, la stuprano, la umiliano, la uccidono, non sono, nella stragrande maggioranza dei casi, uomini pazzi. Gli uomini che esercitano violenza sulle donne sono accomunati dall’incapacità di frapporre tra le emozioni e le azioni un pensiero costruttivo, alternativo, che parta dalla ricerca di soluzioni diverse da quelle che si presentano visceralmente e che trasformano la mano in un pungo, o la armano di martello… o altro ancora.

A volte si tende ad attribuire la responsabilità della violenza sulle donne ai messaggi che vengono dai media (tv, giornali, cinema, social…) dai quali l’immagine della donna che si spesso si ricava è un’immagine seduttiva, ammiccante, disponibile, insomma, una sorta di donna oggetto. Questo può indurre a credere che la donna: “se l’è cercata”. Questo è uno degli errori di pensiero più frequenti e, purtroppo, più difficili da modificare.

Ma allora CHE COSA genera la violenza contro le donne?

La violenza sulle donne è il prodotto di una cultura, un fenomeno che ha una base culturale e valoriale distorta. Finchè esisterà l’idea che l’uomo è superiore, continueranno ad essere giustificati meccanismi correlati, che vanno dall’idea di possesso e di comando assoluti alla convinzione di avere la possibilità di decidere della vita, o della morte, della donna.

È quindi sul piano culturale che occorre giocare la maggior parte degli interventi, che devono avere la funzione di scardinare i punti più profondi e meno immediati di un fenomeno tanto cruento quanto complesso e che, purtroppo, non accenna a diminuire, nonostante gli innumerevoli sforzi di contrastare questa vergogna sociale.

Molto spesso l’ingresso nel tunnel di una relazione violenta avviene in modo subdolo e pressochè invisibile. Le donne maltrattate dichiarano che, all’inizio della conoscenza del partner, il rapporto era completamente diverso. Spesso, ripercorrendo a ritroso i rapporti che sono sfociati nella violenza, si colgono i segnali precursori, sovente molto mascherati da situazioni apparentemente inoffensive: un po’ di nervosismo, qualche scatto, qualche offesa… all’inizio tutto sembra innocuo e comunque transitorio. Non è così.

Se a questo si aggiunge che le donne vittime appaiono spesso miti, remissive, inclini a farsi carico anche dei problemi del partner e a cercare accomodamenti, a dare un’occasione in più, il gioco criminale è fatto.

E ancora, se aggiungiamo che, in alcuni casi, i partner violenti sono abilissimi nel convincere la donna che se qualcosa è stato di male compiuto si è trattato di un gesto involontario, che non si ripeterà, attraverso una serie di comportamenti che sembrano esprimere pentimento allo stato puro, ecco, allora si arriva a momenti molto critici. In questi momenti infatti è possibile che vi sia una sorta di abbassamento del livello di guardia, una forte diminuzione della consapevolezza del pericolo da parte della donna che, quindi, si fa carico nuovamente della responsabilità di far funzionare meglio il rapporto. Purtroppo questa è una china decisamente pericolosa che talvolta porta al vero e proprio abisso della manipolazione, della violenza, dell’orrore.

Come canta Gianna Nannini: “quest’amore è una camera a gas”.

La giornata del 25 novembre, dedicata alla violenza sulle donne, deve diventare una tra altre mille occasioni e momenti in cui aiutare tutte le donne, quelle in difficoltà e pure quelle che magari non lo sono, ad acquisire consapevolezza e, per chi si trova in situazioni di sofferenza, ad uscire dalla sensazione di impotenza, di vergogna o di paura. Informare, dialogare su questi temi, narrare, sono tutte occasioni che possono aiutare a riprendere in mano la propria vita e a camminare all’interno di essa a testa, alta. A volte in tutto ciò l’aiuto di figure professionalmente preparate può non solo migliorare e consolidare questo cammino di rinascita, ma anche aprire a nuove possibilità di vita.

Alla psicologia, che è la scienza del cambiamento per eccellenza, e, quindi, agli psicologi, è dato il compito, oltre che il dovere professionale, di fornire contributi esperti e sicuri nell’affrontare situazioni come quelle in cui ci si può venire a trovare all’interno di relazioni manipolative, tossiche o dichiaratamente criminali.

In occasione della celebrazione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne ho preparato questo articolo e un piccolo video in cui approfondire alcune dinamiche della relazioni tossiche. Spero che tutto ciò possa essere di aiuto a chi è in difficoltà, ma anche a chi non lo è, soprattutto per chi ha figli, maschi o femmine, perché ad entrambi va rivolta un’educazione che deve essere di tipo sessuale, relazionale, affettiva, in altre parole: realmente sentimentale.

Altri strumenti di riflessioni sono offerti dal ciclo di incontri che conduco dall’ottobre 2020 dal titolo “La scienza di eccellenza” (si ritrovano sui miei canali sociali) e pure da una serie di podcast sulla mia pagina Facebook.

Questo piccolo contributo professionale è dedicato a tutte quelle bambine, ragazze, donne che hanno sofferto, soffrono o hanno perso la vita per mano di un uomo.

Grazie per l’attenzione, ci ritroviamo tra 15 giorni.

CHI E’ DORIANA GALDERISI?

Doriana Galderisi è padovana d’origine e bresciana d’adozione: lavora nel campo della psicologia da più di 27 anni con uno studio in via Foscolo, a Brescia. Esperta in: Psicologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale Tipico e Atipico, Psicologia Criminale Investigativa Forense, Psicologia Giuridica, Psicologia Scolastica, Psicologia dell’Età Evolutiva, Neuropsicologia. E’ inoltre autorizzata dall’ASL di Brescia per certificazioni DSA (Disturbi specifici di Apprendimento). E’ iscritta all’Albo dei CTU, all’Albo dei Periti presso il Tribunale Ordinario di Brescia e all’Albo Esperti in Sessuologia Tipica e Atipica Centro “il Ponte” Giunti-Firenze.

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Ultimo aggiornamento il 5 Dicembre 2021 09:46

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