🟢 Il Chisulì di Monterotondo: un dolce che sa di condivisione e solidarietà…

Il chisulì era, è, una grossa frittella cosparsa di zucchero, con un sapore tutto suo, che non si può descrivere a parole e che negli anni non ho più ritrovato...

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Il Chisulì di Monterotondo, foto su gentile concessione di Vini & Cucina bresciana

di Anna Lazzaroni (su gentile concessione di Vini & Cucina bresciana) –  “Sbrigati a finire, che altrimenti non puoi venire a fare i chisulì!”. Per anni mia nonna, durante il pranzo della do- menica, mi ha apostrofato con questa frase. E io, bambina inappetente e schizzinosa, finivo il pollo ai ferri con le patatine alla velocità della luce, perchè di saltare i chisulì non se ne parlava proprio!

Il chisulì era, è, una grossa frittella cosparsa di zucchero, con un sapore tutto suo, che non si può descrivere a parole e che negli anni non ho più ritrovato. Oggi ha ottenuto il marchio DE.CO., che ne disciplina le carat- teristiche e contribuisce a far sì che non se ne perda la memoria, ma quella dei chisulì è soprattutto una storia di solidarietà e di condivisione.

I ricordi delle nonne

Attraversavo la strada con la mia nonna, svelte svelte e con il grembiule già allacciato, perchè per presto che fos- se era sempre tardi. Ad accoglierci, puntuale ed indaffarata, la nonna Beppa, capo indiscusso di questo incredibile manipolo di donne: “Dai, svelte, dobbiamo iniziare! Dov’è Lisa? E Marì?”. Parlavano solo e sempre in dialetto, oncitate ed allegre, arrivavano alla spicciolata con i loro grembiuli e si mettevano subito all’opera. Ognuna aveva un compito e non aveva bisogno di chiedere istruzioni alle altre, tutte sapevano esattamente come andava fatto il chisulì.

In realtà la macchina si era messa in moto il giorno pri- ma: nel pomeriggio del sabato arrivavano i negozianti del paese ed i contadini a portare le uova, la farina, il latte, i sacchetti. Si puliva la stanza in cui si lavorava e si preparavano gli utensili. Si controllava che la bombola del gas per il bruciatore fosse piena.

La domenica mattina, mentre le donne andavano a messa prima, il mio nonno andava ad accendere la stufa a legna, in modo che non avessero freddo e che l’impasto potesse lievitare. Finita la messa mia nonna e la Beppa, amiche e vicine di casa, si precipitavano ad impastare: entro le 9 e mezza bisognava mettere l’impasto a lievitare den-tro le grosse vaschette di plastica azzurre da bucato. Se il parroco di Monterotondo non c’era o era malato si infor- mavano su chi l’avrebbe sostituito: se era uno che faceva l’omelia troppo lunga andavano a messa il sabato sera. Coprivano con una coperta e poi potevano finalmente andare a preparare il pranzo per i figli e i nipoti.

All’una, massimo l’una e mezza, tutte all’opera: i chisulì dovevano essere pronti dalle tre in poi, per l’ora della merenda. E così partiva la danza: la nonna Marì pesava il primo pezzo di pasta lievitata e poi, con la sua esperienza da fornaia, formava a occhio tutti i panetti uguali. Le altre afferravano i loro mattarelli ed energicamente iniziavano a stendere la pasta in un cerchio, a cui poi facevano un buco al centro con un bicchiere. Sollevavano il chisulì e lo mettevano su di un asse lunga posta al centro del tavolo. A noi bambine era affidato il compito di raccogliere il cerchietto uscito dal bicchiere e di rimetterlo nella va- schetta dell’impasto.

Una volta che l’asse era piena, la nonna Beppa la inseriva in una struttura in legno costruita appositamente, e copriva con asciugamani e coperte i chisulì, lasciandoli a riposare.

Una volta preso il ritmo, una delle donne diceva immancabilmente: “Diciamo il Rosario?” e così la nonna Beppa iniziava i Misteri, sempre lavorando, senza mai perdere il conto delle Ave Maria e dei Padre Nostro.

Dopo il Rosario iniziavano le chiacchiere, quelle per cui io andavo matta: le loro avventure di ragazze, i ricordi… ridevano come matte, tutte scarmigliate e sporche di farina. Alle due e mezza si accendeva il bruciatore, sopra cui veniva messo il grande pentolone di olio e strutto dove poi si sarebbero fritti i chisulì; la nonna Beppa si sedeva su di una sedia bassa, da bambini, e scriveva sui sacchetti, con la sua bella calligrafia piena di fronzoli, il nome dei clienti che avevano ordinato i chisulì, con la quantità corrispondente. Iniziavano a friggere, quattro o cinque chisulì alla volta, poi li mettevano ad asciugare sulla carta assorbente e li cospargevano di zucchero.

Verso le tre arrivavano gli autisti, quelli che “andavano a portar fuori i chisulì”: ognuno aveva la sua zona e con- segnava i dolci a domicilio; avevano anche una piccola scorta extra, caso mai qualcuno ne avesse chiesti di più. Tornavano alla fine del giro, portando i guadagni otte- nuti.

Alle quattro era più o meno tutto finito, ed iniziava la festa: mentre le donne pulivano i tavoli e spazzavano il pavimento, la nonna Beppa preparava il caffè ed inizia- va a contare i soldi. Si sedevano tutte attorno al tavolo sul quale fino a poco prima avevano lavorato, bevevano il caffè commentando i loro guadagni e continuavano a ridere e scherzare. Anni dopo, quando si sono diffuse le pizzerie da asporto, si fermavano fino all’ora di cena e ordinavano una pizza.

Le faceva sentire giovani e spensierate.

La comunità del chisulì

Quella delle donne dei chisulì era una piccola comunità: non appena in paese una donna rimaneva sola o vedova la invitavano a fare i chisulì, anche se non li aveva mai fatti, e così le domeniche passavano anche per lei. Erano talmente unite che d’estate, quando si sospendeva l’atti- vità, trovavano sempre il modo di fare qualcosa. Un anno sono persino andate in vacanza a Temù, nella baita che la Parrocchia di Monterotondo affittava per gli adolescenti. Si sono ripromesse di tornare, ma erano troppo anziane e non hanno più avuto il coraggio di farlo.

In paese erano un’istituzione: i chisulì, oltre al dolce, era- no diventati addirittura un luogo. Capitava di sentire le persone dire: “Ho visto la Vilma ieri… era là nei chisulì!” per indicare la stanzetta in cui si realizzavano.

Nessuno sa di preciso come sia nata l’idea di vendere i chisulì, si sa solo che hanno iniziato per aiutare la comunità a pagare il tetto del salone della Scuola Materna. Poi c’è stato da aggiustare la canonica e quindi proprio non si poteva smettere.

Hanno continuato a farli, donando i soldi alla Parrocchia, ma don Igino Delaidelli, allora parroco di Monterotondo, aveva capito che queste donne avevano bisogno di un obiettivo concreto, di poter guardare un qualcosa e di pensare con orgoglio “Quello l’abbiamo fatto noi, con i nostri chisulì”. Così ha proposto loro di pagare il restauro della pala dell’altare, poi di un quadro.

L’ultimo obiettivo, mai realizzato, era quello di ricomprare il confessionale, demolito durante alcuni lavori di restauro.

Non vedo l’ora di ritrovare quel sapore, per riassaggiare, dopo tanti anni, questi dolci che sanno di condivisione e di solidarietà.

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