🔻 Luce dal Silenzio. Il Paesaggio di Giuseppe De Vincenti | 🔺DAL GRUPPO G9

Il paesaggio senza il nostro sguardo non esiste, è una splendida invenzione del linguaggio pittorico che nasce ed evolve solo a partire dal ‘400 e dalla pittura fiamminga...

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Quadro di Giuseppe De Vincenti, foto da G9 su concessione di De Vincenti

“È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò, se li immagino, li creo; se li creo esistono; se esistono, li vedo come vedo gli altri (…) La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo”
(Fernando Pessoa, da Il Libro dell’Inquietudine)

di GAETANO BARBARISI* Il paesaggio senza il nostro sguardo non esiste, è una splendida invenzione del linguaggio pittorico che nasce ed evolve solo a partire dal ‘400 e dalla pittura fiamminga; attraverso l’uso sempre più sapiente della luce e della prospettiva, il genere si consolida nei secoli successivi, in special modo in epoca seicentesca, allorché da sfondo accessorio alla figura umana e alla trama narrativa in cui questa agisce, il paesaggio disegnato o dipinto diventa protagonista autonomo della scena. É un lento processo, come sappiamo, in cui la parte che costituiva il contesto, spesso in secondo piano, da contenitore scenografico diviene protagonista della proiezione e della rappresentazione simbolica di idee e sentimenti, che già Leonardo, con la prospettiva aerea dello sfumato, aveva felicemente intuito. Nel corso dei secoli successivi, specialmente in epoca illuminista, la campagna, l’orizzonte del mare, la città, le architetture, gli spazi sociali della vita quotidiana assumono gradualmente un’autonomia che riflette gli orizzonti e le concezioni dell’epoca. Con l’irruzione emozionale della natura sublime dei romantici prima e la trasfigurazione percettiva degli impressionisti dopo, il paesaggio abbandonerà definitivamente anche la sua funzione rappresentativa per aprirsi ulteriormente all’interiorità dell’artista. Così nel ‘900 grazie alla maggiore consapevolezza dei codici culturali e la demistificazione dell’idea di mimesi.

De Vincenti perviene alla sua sintesi pittorica attraverso un lavoro diligente e assiduo, svolto con equilibrio e sensibilità, muovendosi nella cultura del paesaggio con lo spirito di chi intende incontrare se stesso più che rappresentare i luoghi d’affezione o rivelare una visione concettuale o filosofica. Le tecniche predilette consistono nell’uso levigato e nitido dell’olio su tela, un poeticissimo sfumato nel pastello e, in misura minore, nell’impiego dell’acquerello, dai toni e dalle velature chiare e trasparenti, in continuità con la tradizione propria di questa tecnica antica. Il colore a olio è realizzato mediante una materia finissima, poco grassa, stesa in modo strategicamente omogeneo, con l’intento disciplinato di ottenere una superficie perfettamente piana e priva di grumi o particelle che possano far trasparire all’occhio nudo l’origine della sostanza e della procedura impiegate. Esemplari, da questo punto di vista, sono le tele del ciclo Le Linee del Mare, prodotte dal 2015 al 2021. Analoga distillazione troviamo nei pastelli, morbidi e sfumati, anche se spesso su carta a trama media, e tali da ottenere un effetto velato, talvolta opaco e non a fuoco, che provoca in chi osserva la sensazione di una distanza fisica, l’effetto di una reminiscenza lontana, a tratti onirica, che troviamo in Bouganville del 2007 in Jonica del 2010 e La Casa del Nonno del 2020. Anche l’acquerello, impalpabile e cristallino, è adoperato per conseguire infinite variazioni timbriche entro una stessa stesura cromatica. In queste opere riconosciamo il segno di referenti reali, i luoghi appartenenti al territorio jonico dove De Vincenti ha trascorso i primi anni della sua vita: prima di tutto i lembi della costa e la vastità del suo mare, le masserie della campagna cosentina, l’olivo, le dolci colline a ridosso del litorale o gli squarci tra le valli che si aprono nel cuore della terra calabra e lucana; qui dimorano impenetrabili case isolate con le loro finestre misteriose, si scorgono lacerti antichi di muri, sopra i quali si arrampica la vegetazione lussureggiante dell’area mediterranea. Si vedano tra questi La Collina di Florina del 2015 o, dello stesso anno, Variazioni, pastello di grande fascino e rara eleganza. Luoghi splendidi, a tratti oscuri, la cui memoria è certo riposta nel cuore di chi vi è transitato.

Solo apparentemente, tuttavia, il centro emozionale dei lavori di De Vincenti risiede nei soggetti raccontati. Lo è forse in alcuni ritratti, specie quelli di persone con cui intrattiene un legame intimo e affettivo, come nel caso dei propri genitori. Il nucleo del suo lavoro è da rinvenire, piuttosto, nell’atteggiamento con cui l’artista si dispone di fronte alla tela, nel gusto personale della rappresentazione e, in modo particolare, nella resa della luce: è qui che scopriamo la reale continuità del suo operare, siano essi paesaggi, interni, figure umane o vegetali. La stessa cifra della luce si ripete con la stessa atmosfera, e sarebbe vano identificarla tout court con l’ora del giorno o l’esatta collocazione geografica del luogo raffigurato, ammesso che sia possibile e legittimo farlo. In Sera d’estate del 2021, ad esempio, un ordito di variazioni cromatiche celebra il momento attraverso nuances finissime di colore, che ci fanno rivivere l’istante, la sua luminosità, mediante una composizione astratta e informale che non appartiene a nessun luogo in modo esclusivo. Certo, non risulta indifferente la scelta che egli compie tra le diverse opzioni che un territorio può offrire; sentiamo che in quel punto si è data la magia di un incontro, l’epifania di un insight, ma è nel modo con cui egli lo rappresenta a rivelare il cuore pulsante del quadro e a restituirci l’emozione che proviamo nell’osservarlo. Alcuni siti sono riproposti in molte tele a olio di diverso formato, ad esempio il promontorio di Capo Colonna, punto più a oriente della costa calabra. Non sappiamo, e forse non è necessario sapere, quanto l’uomo, prima ancora che l’artista, si senta debitore di quella terra, quanto agisca in lui un verosimile stato d’animo dominato dal distacco e dalla mancanza dei propri luoghi d’origine. Una condizione, tuttavia, che non sarebbe in alcun modo riconducibile alla nostalgia di ciò che è lontano nel tempo e nello spazio alla stregua dei Romantici; é piuttosto anelito umano alla ricongiunzione con il sé profondo, con quanto si è sedimentato nella nostra infanzia, un territorio questo che è sempre fonte di alta poesia, da Omero a Pasolini. Nei suoi paesaggi, il pittore cerca se stesso, il gusto della propria vita più profonda, di cui lo sguardo è solo un mezzo utile allo scopo. E noi lo seguiamo con gratitudine nella ricerca infinita e interminabile del proprio essere più autentico, anche quando il riferimento ad un momento del passato è esplicito nel titolo, come in Capo Colonna, vent’anni dopo, olio su tela del 2021.

Il silenzio che emanano queste opere nasce dalla sostanziale irrealtà di cui sono pervase. Ciò accade non solo per l’assenza di figure umane, ma anche e soprattutto per la staticità nitida, persino geometrica, che le definisce; per assurdo, malgrado l’impronta iperrealista dei contorni e delle atmosfere, nella nostra percezione il paesaggio sfuma sino a scomparire del tutto. La nozione di realtà oggettiva, vigorosamente messa in discussione tramite le atmosfere sospese e “inanimate”, viene superata proprio attraverso una dismisura della definizione, una trasfigurazione per eccesso del dettaglio e del nitore. Si osservino in proposito, tra le altre, opere come Verso Sud, la serie di Albidona o, ancora, il ciclo Le Linee del Mare, in cui la scansione quasi ossessiva delle linee nei contorni raggiunge la massima espressione.  Neppure la fotografia, salvo correzioni, riuscirebbe nello scopo. Se il paesaggio non c’è più, anzi non c’è mai stato, cosa resta alla fine? Solo le impressioni ricevute e, naturalmente, lo sguardo contemplativo dell’artista, il suo viaggio nascosto, nella tensione a fermare nel silenzio l’intimo contatto con se stesso.

Da questo punto di vista, dunque, è inutile stabilire ascendenze estetiche, influenze e crediti stilistici, dal momento che il viaggio di De Vincenti, come ogni vero percorso artistico, è essenzialmente unico e individuale. Ogni linguaggio, tuttavia, è il frutto di una condivisione che viene dal passato e si proietta nelle potenzialità evolutive che ognuno contribuisce a costruire. É possibile scorgere, per esempio, alcune linee di continuità con un grande artista del ‘900, il siciliano Piero Guccione -che peraltro De Vincenti ha frequentato- soprattutto negli scorci marini e nei tagli della composizione. Resta tuttavia autonoma la sua ricerca rispetto a quest’ultimo, così come lo è nei confronti di Edward Hopper, a cui De Vincenti è spesso accostato e che egli fa oggetto di dedica esplicita nel tributo del titolo La Luce nella Stanza del 2021. Nei dipinti, unici, dell’artista americano prevale una luce artificiale, talvolta agghiacciante, e il messaggio sottende una critica pungente della civiltà contemporanea, caratterizzata dall’incomunicabilità e dal vuoto esistenziale che qui, a mio avviso, non troviamo. In De Vincenti percepiamo, invece, la positiva unione con la natura, simbolicamente riproposta nella tenue luce dei pomeriggi sopra le palme e i fiori, nella temperatura canicolare e avvolgente della terra d’estate, persino nella magia dei bagliori notturni di Le Colline del Mucone di Sera (2015) o La Luce Bianca, splendida sintesi formale del 2015 e irripetibile celebrazione emotiva di un momento di grazia. All’ospite di questi paesaggi dell’anima va il compito di ritrovare la stessa presenza e diventare lo stesso silenzio nello sguardo.

a margine della mostra:

Luce dal Silenzio

Opere di Giuseppe De Vincenti

A cura di Mario Romanini

Galleria Civica di Montichiari, via Trieste 34

Dal 26 novembre 2022 all’ 8 gennaio 2023

Sabato e Domenica 10,30-12,30 / 15,30-18,30 – Ingresso Libero

*L’AUTORE DELL’ARTICOLO: GAETANO BARBARISI


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